Dal 14 al 28 giugno la città di Milazzo ospita I Grant You Refuge. Novanta scatti di sei fotografi palestinesi per rompere il muro dell’indifferenza e documentare la catastrofe umanitaria

Esiste un limite oltre il quale l’esposizione continua alle immagini di dolore si trasforma in assuefazione. Un confine invisibile che anestetizza le coscienze, trasformando la tragedia in rumore di fondo o in una nebbia statistica. È proprio contro questo muro di indifferenza che si scaglia I Grant You Refuge (Ti concedo rifugio), la mostra fotografica collettiva e diffusa ospitata a Palazzo D’Amico dal 14 al 28 giugno 2026.

L’evento, organizzato dall’Assemblea per la Palestina di Milazzo, non è una semplice esposizione culturale, ma un potente atto di accusa e un argine di resistenza umana. Mostre come questa ci costringono a un interrogativo che scuote le fondamenta del nostro essere: cosa resta dell’uomo quando gli viene tolto anche il diritto al cielo? In un tempo che consuma il dolore nell’istantaneità di un riflesso distratto, la resistenza diventa un imperativo dello spirito. È la bellezza che si fa trincea, l’arte che si rifiuta di morire sotto le macerie.

Sei testimoni oculari nell’inferno di Gaza

Il progetto, ideato dal fotografo e film maker Paolo Patruno e curato dal fotografo gazawi Shadi Al-Tabatibi, porta in Sicilia 90 fotografie (in formato A3 e A2). Non si tratta di scatti rubati da inviati esterni, ma di frammenti di vita catturati da chi quell’inferno lo abita e lo subisce ogni giorno.
I sei autori in mostra – Jehad Al-Sharafi, Mahdy Zourob, Mohammed Hajjar, Omar Ashtawy, Saeed Jaras e lo stesso Shadi Al-Tabatibi– usano l’obiettivo come uno scudo e come strumento di denuncia. Fotografare nell’inferno non è soltanto documentare la fine; è un modo per trattenere l’anima del mondo. In quel frammento di secondo in cui la luce impressiona la pellicola, il fotografo strappa la vita all’oblio.

Le immagini non catalogano la distruzione edilizia o i numeri di un bilancio di guerra. Al contrario, rimettono al centro l’essere umano. I volti, le storie, la quotidianità interrotta, i gesti di cura universale. C’è una dignità regale, quasi mitologica, negli sguardi dei bambini di Gaza, una purezza che nessuna violenza sistematica è riuscita a corrompere. È la dimostrazione che l’oppressione può abbattere il cemento, ma non può disintegrare la poesia di un popolo.

La memoria di Hiba Abu Nada

Il titolo stesso della mostra custodisce un’eredità dolorosa e solenne. “Ti concedo rifugio” è un verso tratto dall’omonima opera di Hiba Abu Nada, stimata scrittrice e poetessa palestinese, uccisa a Gaza dai bombardamenti il 20 ottobre 2023. “Ti concedo rifugio”, scriveva la poetessa prima che il buio la inghiottisse.

C’è un filo invisibile, ma indistruttibile, che lega l’obiettivo di questi sei fotografi ai suoi versi recisi. Abbracciare questa lotta significa compiere un atto di fede laica nella forza della memoria. Comprendiamo che Gaza non è soltanto un punto geografico martoriato, ma una postura dell’anima e dell’intelletto; un modo di stare al mondo restando umani che noi cerchiamo di sacralizzare in ogni spazio possibile per portarla qui, viva e pulsante. Palazzo D’Amico smette così di essere un semplice contenitore settecentesco e si trasforma in una cattedrale di luce dove ogni scatto è un verso e ogni volto è una preghiera di sopravvivenza.

L’inaugurazione e le voci dal campo

L’appuntamento per l’inaugurazione è fissato per domenica 14 giugno alle ore 18:00 presso Palazzo D’Amico, per un momento di profonda riflessione e di connessione diretta con la Striscia di Gaza.
In collegamento interverranno l’ideatore Paolo Patruno e il curatore Shadi Al-Tabatibi. La loro testimonianza sarà supportata in sala dagli interventi di René Abu Joub (Coordinamento Messina Palestina) e dell’artista palestinese Hana Barqawi, che cureranno anche la delicata traduzione delle parole di Al-Tabatibi, permettendo al pubblico di superare le barriere linguistiche e toccare con mano la realtà del conflitto.

Educare lo sguardo: il ruolo delle scuole

La mostra ha una forte vocazione educativa. In un’epoca di bombardamento mediatico, la fotografia documentaria riacquista il suo ruolo originario, educare lo sguardo e stimolare il senso critico. Un impatto che sul territorio ha già dato i suoi frutti: nell’anno scolastico 2025/2026, l’Istituto Superiore “Renato Guttuso” di Milazzo ha adottato una selezione ridotta della mostra all’interno del progetto “Educare alla Pace”.
Durante i quindici giorni di apertura (a ingresso libero), le scuole e le associazioni del territorio potranno richiedere informazioni per replicare questa esperienza pedagogica e ospitare l’esposizione nei propri istituti, affinché la memoria continui a camminare sulle gambe delle giovani generazioni.

Credere in questa lotta, fermarsi davanti a questi novanta specchi dell’anima, significa allora restituire al giornalismo e all’arte la loro missione più nobile: non essere semplici cronisti della polvere, ma custodi del fuoco umano. Finché un solo sguardo saprà riconoscere la luce tra le rovine, l’indifferenza avrà perso la sua guerra. E le parole di Hiba, impresse negli occhi di chi osserva, continueranno a fiorire, libere, oltre ogni muro.