Per generazioni di contadini palestinesi, il raccolto di giugno era un momento sacro all’insegna della comunità, delle tradizioni popolari e del sollievo dalle ansie dell’inverno. Ma negli ultimi anni, una campagna sistematica di incendi dolosi e violenze da parte dei coloni terroristi israeliani ha trasformato gli storici campi di grano e le aie della Palestina da luoghi di festeggiamenti a pericolose linee del fronte della resistenza popolare.
Giugno: il mese della mietitura del grano
Storicamente, i palestinesi chiamavano giugno “iqlaash”, dal nome della “qaloosha” (falce). Ciò riflette direttamente l’attività principale del mese: la mietitura del grano e le operazioni nell’aia (baydar), che rappresentano — insieme alla raccolta delle olive — le stagioni agricole più cruciali in Palestina. Il baydar simboleggiava la fine della scarsità invernale e l’inizio dell’abbondanza.
Si invocavano benedizioni, i matrimoni venivano rinviati finché il raccolto non fosse stato sufficiente a coprire le spese e la comunità si univa grazie ad “al-ouna”, un sistema di volontariato collettivo volto a portare a termine rapidamente i lavori più pesanti. Anche i più vulnerabili venivano assistiti; negli angoli dei campi venivano lasciate delle porzioni chiamate “al-luqat” (spighe sparse) affinché chi ne aveva bisogno potesse raccoglierle con dignità.
Rituali del raccolto: il gioioso matrimonio estivo
“Il calendario del raccolto segue rigide regole: l’essiccazione dei legumi a fine aprile, dell’orzo a metà maggio e del grano a giugno. La decisione di mietere si basa su segni astronomici come «il sorgere delle Pleiadi» (Tulou’ Al-Thurayya), che porta intense ondate di calore che induriscono completamente il grano (Al-Jumadi), proteggendolo dai parassiti durante il lungo periodo di conservazione.”
Rituali sociali profondamente radicati regolavano questo periodo:
- Al-Luqatat (le spigolatrici): le donne povere e gli orfani seguivano i mietitori per raccogliere le spighe cadute. Era vietato tornare indietro per raccogliere il grano caduto, poiché si credeva che ciò privasse la stagione delle sue benedizioni.
- Shayeb Al-Haseeda (Il Vecchio del Raccolto): l’ultimo fascio di grano veniva ritualmente “sepolto” nel terreno come offerta simbolica per garantire la fertilità futura, accompagnato da canti che piangevano la “morte del vecchio” e da reciproche richieste di perdono tra i lavoratori esausti.
- Misht Al-Qamh (Il pettine di grano): I contadini intrecciavano artisticamente steli di grano dorati a forma di palmo aperto, che venivano appesi nelle case o nei santuari locali (Maqam) per allontanare l’invidia ed esprimere gratitudine.
Le stagioni perdute della gioia: i miei ricordi sul baydar di Qira
Porto con me queste tradizioni come realtà vissuta nell’infanzia nel mio villaggio natale di Qira, dove i campi di grano e il baydar erano il cuore pulsante della nostra comunità. Dopo la mietitura, il baydar – il nostro “Jurn” di paese, una radura piatta e rocciosa fuori dalle case – diventava un alveare di attività. Il raccolto veniva disposto in un enorme cumulo chiamato armi o saleebi, dando il via alle fasi tradizionali della lavorazione:
- Al-Taqsheesh: le donne raccoglievano lunghi steli dorati per intrecciare vivaci vassoi e cesti tradizionali.
- Al-Diras (trebbiatura): il bestiame veniva fatto muovere in movimenti circolari per ore per schiacciare i fasci di grano, spesso trainando un newraj (tavola da trebbiatura) su cui noi bambini ci sedevamo per aggiungere peso.
- Al-Tadhriya (vagliatura): utilizzando un forcone di legno (midhrah), gli uomini lanciavano il miscuglio schiacciato nella «brezza occidentale». Il vento spazzava via la pula leggera in un cumulo chiamato «tabbana»: il grano pesante e puro veniva lasciato cadere in un mucchio pulito chiamato «Saleebit Al-Qamh» (la croce di grano).
- Al-Keil wa Al-Ubour (misurazione): il raccolto veniva misurato utilizzando il tradizionale sa’a (unità di misura per il grano, N.d.A.) per calcolare le rese, la zakat (elemosina) e le quote destinate ai lavoratori del villaggio, come barbieri e guardie.
- Al-Jawra’a (la festa del raccolto): il proprietario dell’aia macellava una pecora e la cucinava insieme al grano (Jreesha) per sfamare tutti i lavoratori, gli aiutanti e i passanti. Di notte, i bayadir (plurale di baydar, aia) si trasformavano in luoghi animati dove si ballava la Dabke (danza tradizionale palestinese, N.d.T) al chiaro di luna.
L’intero processo era pervaso da un senso di riverenza spirituale. I contadini recitavano la Basmala (formula con la quale si aprono le sure del Corano, che significa “In nome di Dio il Clemente il Misericordioso”, N.d.T.) per allontanare i jinn (spiriti, entità soprannaturali citate nel Corano N.d.T.), evitavano di sedersi a gambe incrociate durante la misurazione per rispetto verso il cibo e contavano il raccolto usando preghiere anziché numeri, iniziando con «Dio è Uno».
Il presente amaro: come i coloni hanno trasformato la gioia in cenere
“Negli ultimi tempi, nelle città di Ramallah e Salfit e nei villaggi a sud di Nablus, vasti campi dorati vengono deliberatamente dati alle fiamme pochi giorni prima del raccolto, trasformando un anno di sudore e fatica in fredda cenere nera.”
Questi crimini sono degenerati in una guerra violenta. Gli agricoltori vengono regolarmente attaccati con munizioni vere e pietre, costretti ad abbandonare le proprie terre sotto la minaccia delle armi e sotto la protezione dell’esercito di occupazione. I trattori vengono confiscati, le macchine per la raccolta vandalizzate e i sacchi pieni di grano rubati direttamente dalle bilance.
Questa cruda realtà ha costretto la nostra tradizionale Al-Ouna ad assumere una nuova dimensione cruciale. Oggi, Al-Ouna significa rischiare la vita: accorrere alle chiamate di soccorso trasmesse dagli altoparlanti delle moschee per spegnere gli incendi tutti insieme, fungere da scudi umani per proteggere la terra e correre contro il tempo per salvare quel che resta del grano prima che la distruzione lo raggiunga.
Saldi sulla terra dei nostri antenati
Eppure, nonostante gli incendi che infuriano, le ceneri soffocanti e l’amaro dolore che ci strazia il cuore, il nostro messaggio al mondo rimane incrollabile. Siamo profondamente saldi (samedoun) su questa terra, radicati come i nostri ulivi secolari. Non importa quanto siano terribili gli atti di terrore, gli incendi o le intimidazioni: non ce ne andremo mai, e non abbandoneremo né cederemo mai la terra dei nostri antenati. Continueremo a seminare il grano ad ogni nuova stagione, annaffiandolo con il nostro sudore, le nostre lacrime e la nostra pazienza. Il nostro legame con questa terra è infinitamente più profondo di qualsiasi fuoco essi possano accendere, e la storia del nostro raccolto, della nostra sopravvivenza e della vita stessa su questa terra non finirà mai in cenere.
Ma sebbene la nostra determinazione sia assoluta, non possiamo portare questo fardello da soli. La portata della violenza che affrontiamo quotidianamente minaccia la nostra stessa esistenza. Chiediamo con urgenza alla comunità internazionale di rompere il silenzio e di farsi avanti per fornire aiuto immediato, sostegno e protezione concreta.
“Abbiamo bisogno di protezione per i nostri figli, che meritano di crescere senza il terrore del fuoco e dei proiettili; di protezione per i nostri contadini, che hanno il diritto fondamentale di raccogliere ciò che seminano; e di protezione per la nostra terra ancestrale, che viene sistematicamente ridotta in cenere.”
La nostra resilienza ci permetterà di restare qui, ma è necessario un intervento a livello internazionale per garantire che le generazioni future possano tornare a mietere in pace e a festeggiare i raccolti.










