Grazie al lavoro instancabile di sua figlia Daniela, ieri le parole di Danilo Dolci hanno trovato, ancora una volta, la giusta eco nelle mura dei Cantieri Culturali alla Zisa, nel centro di quella Palermo che accolse il coraggio e l’umanità di uno dei più grandi ed eclettici pacifisti italiani.
È partita così la terza grande kermesse di letteratura, musica, teatro, fotografia, cinema e pensiero libero che riporta in Sicilia le speranze animate dalla vita e dalle imprese multiformi di un intellettuale che non si limitò a riflettere sui mali della nostra società ma portò in piazza le folle di poveri, contadini ed emarginati siciliani che, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, costituivano il proletariato più profondo del nostro Paese, molto vicini alla solitudine dei migranti che oggi arrivano nel nostro Mezzogiorno dai quattro angoli della Terra, per ricordarci il costo vero dello Sviluppo capitalistico, economico e finanziario, che attanaglia il pianeta e ci sta spingendo verso una nuova guerra totale.
Le analisi degli studiosi che si sono succeduti al tavolo del convegno che ha aperto ieri sera la terza edizione di “Palpitare di nessi” non si sono allontanate di tanto dagli orizzonti polverosi e dolorosi in cui Danilo progettava le sue proteste e denunce, il suo sciopero all’incontrario, le sue assemblee tra gente che zappava tutto il giorno e si ritrovava la sera a parlare di libertà al lume di una candela, nel caldo umido di una stalla.
Da quelle sere di silenzi e parole sommesse, il mondo è cambiato parecchio, nelle forme ma non nella sostanza. Oggi i braccianti sono ancora gli ultimi della terra e le nostre fragole sono ancora sporche di sangue, lacrime e sudore anche se le mani che le raccolgono hanno la pelle più scura di ieri e la sorte che le attende è la medesima: il carcere o la morte, insomma lo sfruttamento estremo. Per questo fa bene Daniela a riportare l’obiettivo dei nostri studi sul Mezzogiorno e sul Borgo di Trappeto, ombelico del mondo dove stasera Mimmo Lucano ci parlerà di cosa vuol dire essere disobbedienti negli anni Tremila, sempre al Sud, sempre con gli ultimi della Terra, sempre perseguitati da chi non vuole riconoscere l’uguaglianza degli esseri umani.
Ed è singolare che in questo racconto infinito che sembra non avere un limite temporale, ci sia nuovo spazio per la disobbedienza e per ripensare il concetto di legalità che talvolta si contorce fino a diventare un nodo scorsoio attorno alla gola della democrazia e dei Diritti Umani.
Questo Festival è indispensabile, mettiamola così, perchè nasce e trova la sua spinta nel luogo che ancora oggi rappresenta il mondo globale, quello che aveva spinto Danilo a cambiare casa e stare tra gli ultimi. È ancora il Mezzogiorno, il Sud di questa Europa tradita e malata, che illumina le menti di chi spera ancora di salvare gli umani dall’odio e dalla guerra. È ancora qui che si deve rileggere l’attualità e scendere per strada e scrivere, parlare e gridare che dobbiamo cambiare rotta e fermarci nella corsa al colonialismo, alla crescita illimitata dei profitti e del consumo, alla strage delle risorse vitali, al dilagare delle armi e dei cimiteri.
Ed è bello vedere che, su questo percorso di riflessione, la storia incontra la poesia, la musica e le immagini e il teatro dà voce ai testi, ai libri e alla memoria, mentre il nostro Cinema, quello dei Diritti Umani, può finalmente fare sintesi di questi aneliti di salvezza e far respirare l’aria di coraggio che emanano i racconti della gente che resiste alla brutalità dei genocidi, che non cede allo strapotere di leader politici vili o psicopatici.
Sarà questa la platea che stasera accoglierà “il volo”, il dolce acquerello che Wim Wenders ha disegnato per immortalare la favola vera di Riace e poi ascolterà la storia di Enrico Calamai che il Festival di Napoli ripete dal 2010 per sostenere il ricordo dell’eroismo di un gruppo di italiani che non obbediva, negli anni 70, ai diktat di un governo infiltrato da massoni e fascisti e li combatteva a rischio della propria vita.
Stasera rivedremo passare sullo schermo i barconi dei migranti che sbarcano in Calabria e il sogno realizzato di un sindaco perseguitato che oggi è un parlamentare europeo e vedremo gli occhi lucidi di gente salvata cinquant’anni fa da gente come Filippo di Benedetto, Giangiacomo Foà, eroi ignoti e silenziosi, umili, morti quasi dimenticati. Ascolteremo il racconto discreto del console Calamai che attraversò l’America Latina negli anni di Pinochet e Videla e salvò l’onore del nostro popolo, umiliando l’obbedienza disumana di Andreotti e Licio Gelli.
E alla fine di questi fotogrammi sarà giusto chiedersi se esistono ancora esseri umani come loro, capaci di dire “no” senza gridare, solo obbedendo alla propria coscienza, contro ogni forma di violenza e sopraffazione.
Solo per questo dovremo ringraziare questo festival siciliano per molto tempo ancora, perchè può regalarci giornate dignitose come queste.










