Durante la giornata a Tirana la vita scorre normalmente: le persone vanno a lavorare, gli studenti universitari si preparano per gli esami, i bambini giocano nei giardini pubblici, i pensionati prendono un caffè in uno dei tanti bar e chiacchierano per ore… I primi turisti, tra cui un buon numero di italiani, visitano la moschea e piazza Scanderbeg. Non ci sono manifesti, scritte sui muri o volantinaggi… Tutto tranquillo, insomma, nella più completa normalità.

L’unico segno visibile di ciò che sta accadendo sono i banchetti dove si raccolgono le firme per i due referendum abrogativi delle leggi che permettono di aggirare i vincoli ambientali e quindi  favorire le speculazioni immobiliari anche nelle aree protette più belle dell’Albania. Questo a tutto vantaggio degli oligarchi locali, che riciclano il denaro sporco delle mafie di mezzo mondo e soprattutto aprono le porte al genero sionista di Trump che si dice, ma non posso verificarlo, investa denaro israeliano… Insomma la vecchia, corrotta e screditata classe politica del sedicente partito “socialista” di Edi Rama e della sedicente “opposizione del partito “democratico” di Sali Berisha sta svendendo il Paese al capitalismo più rapace.

Alle 18 tutto cambia: il popolo di Tirana giunge sempre più numeroso a piazza Scanderbeg e quando la più grande piazza di Tirana si riempie, inizia a marciare fino alla non lontana sede del Primo Ministro Rama.

Uomini e donne, anziani e bambini. Tantissimi bambini, dai neonati che nonostante il frastuono riescono a dormire nelle carrozzine e nei marsupi delle mamme ai più grandicelli sulle spalle o tra le braccia dei genitori, che sventolano contenti la loro bandierina o cartelli scritti e disegnati a casa e scandiscono gli slogan più gettonati: “Rama e Berisha per voi è finita!”, “Revolucioni!  revolucioni!”

La scritta su un cartello dice: “Il futuro dipende da noi”

Ieri era una giornata particolare: l’appuntamento non era soltanto nazionale, perché convocava a Tirana tutti gli albanesi, compresi quelli che abitano nel Kosovo, nella Macedonia del Nord, nel Montenegro del Sud e nella Grecia del Nord: insomma, tutto il territorio della cosiddetta “Grande Albania” e quelli della diaspora di ogni parte del mondo, che hanno approfittato dei giorni di vacanza per tornare in patria e per dare un contributo al riscatto della loro terra.

Una marea, un oceano di persone che via via si è ingrandito a perdita d’occhio. Predominava il rosso, colore della bandiera, con l’aquila nera a due teste. Visibili le sagome dei Fenicotteri Rosa che si muovevano in fila tra la folla guidati da una bianca cicogna.

Droni dei manifestanti documentavano l’evento; uno, applauditissimo, ha sorvolato la folla sventolando la bandiera albanese.

Dal palco si alternavano gli oratori – intellettuali, artisti ed esponenti della società civile. Ovviamente non ho capito nulla, ma la gente applaudiva convinta.

Davanti al palco decine di scarpe rappresentavano gli emigrati costretti a lasciare il proprio Paese per cercare lavoro all’estero.

Nessuna bandiera dei tre per ora piccoli partiti presenti in Parlamento, ma neppure dei gruppi ambientalisti.

I socialisti democratici di Levizja Bashke (movimento insieme, un deputato e una consigliera al Comune di Tirana) sono l’unico Partito di opposizione di sinistre, portavano lo striscione, senza simbolo e firma, ma con la parola d’ordine: “L’Albania non è in vendita”.

Il patriottismo albanese non ha sentimenti suprematisti ed è esente da pulsioni xenofobe: è fondato sul legame con la propria terra (come il patriottismo dei palestinesi e dei curdi, per capirci) e con la loro cultura che crede e pratica l’accoglienza.

La scalinata del palazzo del Primo Ministro Rama era presidiata da una ventina di poliziotti senza casco, scudo e manganello e senza pistola nella fondina. Bonariamente invitavano a non sedersi sui gradini e a non salire le scale. Tuttavia alcuni bimbi “disubbidienti” giocavano davanti al portone del ministero ad acchiapparella senza che i poliziotti avessero nulla da ridire.

Oggi e nei giorni a venire si replica a oltranza, fino alla vittoria del popolo, mi dicono con pacifica determinazione.