Nel corso dell’EireneFest Bergamo – libri sulla pace e la nonviolenza alla 67ª Fiera dei Librai di Bergamo, il 24 aprile 2026 si è presentato il libro di Roberto Della Seta, Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa, Mimesis edizioni, 2025.

Quando e come sono nati i movimenti pacifisti? Hanno ancora la valenza originaria assoluta e universale?

Roberto Della Seta, già presidente nazionale di Legambiente, autore di saggi sulla storia dei pensieri, dei movimenti ambientalisti e sulla storia delle idee nel ’900, ha scritto una storia del pacifismo avvincente e complessa che è stata presentata ad EireneFest Bergamo, nell’ambito della 67° Fiera dei Librai in corso sul Sentierone cittadino. L’incontro è stato coordinato Dario Acquaroli, membro della Presidenza delle Acli di Bergamo

Nel 1907 al congresso della pace di Monaco è stata enunciata la prima definizione di pacifismo: «Il pacifismo è l’unione di tutti gli uomini e le donne di ogni nazionalità che ricercano i mezzi per sopprimere la guerra, per aprire un’era senza violenza e per risolvere attraverso il diritto le controversie internazionali». L’idea di pace precede questo fatto, si sviluppa nei secoli, per assumere una fisionomia più specifica nel ‘700 (Per la pace perpetua di Kant è del 1795) per poi prendere forma in occidente con dottrine pacifiste in un quadro storico globale, per nulla lineare, che attinge a diverse tradizioni culturali e filosofiche (non solo occidentali).

Una prima doppia ispirazione del pacifismo saranno nell’800 Thoreau e Tolstoj (un americano e un russo), due intellettuali impegnati in prima persona con scelte radicali ma con una diversa interpretazione pratica: il “pacifismo assoluto” di Tolstoj e il “pacifismo possibilista” di Thoreau.

Della Seta ricostruisce con un’indagine accurata queste due anime del pacifismo ante-litteram (fondamentale anche per l’influenza che entrambi avranno su Gandhi) come la prova iniziale di un pacifismo che nasce come una parola plurale.

Queste due posizioni, animate da una comune sensibilità umanitaria e universalista, sono rimaste in campo fino all’intervallo tra le due guerre mondiali, dove si affianca una posizione di tipo nuovo che in parte risponde a sollecitazioni opposte: non lasciarsi coinvolgere in guerre “altrui” perché “non sono fatti nostri”. Prende così forma un “nazional-pacifismo” – oggi si potrebbe dire un pacifismo “sovranista” – che negli anni ’30 del secolo scorso ha visto molti nazionalisti francesi, inglesi e americani opporsi nel nome della pace alla prospettiva di una guerra contro i fascismi.

L’odierno pacifismo “sovranista” emerso con forza negli orientamenti di opinione in Europa e negli Stati Uniti di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina, «è un sentimento alimentato da un desiderio di pace sempre più radicato nella mentalità contemporanea, lo stesso al quale da sempre fanno appello i movimenti pacifisti, ma è largamente sconnesso dalla radice umanitaria e cosmopolita da cui il pacifismo è nato». Questo estremo “strabismo” si può ancora definire pacifista?

Della Seta ci invita a interrogare il pacifismo non come dogma astratto ma come un campo di battaglia politico, etico e culturale, dove la pace e la giustizia si confrontano non solo con le guerre ma anche con le diverse sfaccettature delle nostre stesse idee. Non ritiene di appartenere al paradigma di un “pacifismo assoluto”: ci sono dei casi in cui la guerra non può essere evitata e cita come esempio la scelta controcorrente di Alexander Langer che, per tentare di fermare il genocidio della popolazione musulmana in Bosnia (durante l’assedio di Sarajevo), si fa promotore di un’ingerenza umanitaria con un intervento militare sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Se vogliamo guardare all’oggi, il pacifismo – osserva l’autore – rischia di continuare a leggere le guerre attuali con occhiali ormai obsoleti, e di privarsi della visione di quel pacifismo possibilista «che si interroghi su come quel sogno di un’Europa pacifica, unita e solidale tratteggiato più di ottant’anni fa in piena guerra mondiale nel Manifesto di Ventotene e poi divenuto almeno parzialmente realtà, possa sopravvivere agli odierni scenari globali».