Il 28 dicembre il Governo ha varato il decreto Salva Ilva, che sostanzialmente garantisce la continuità dell’attività produttiva anche quando dovessero emergere criticità ed emergenze dal punto di vista dell’inquinamento. Secondo l’attivismo tarantino si tratta di un passo indietro di dieci anni, caratterizzato fra l’altro da fortissimi dubbi in termini di legittimità e costituzionalità.

Taranto, Puglia – “Perseverare diabolicum est. Tanto più che questa volta le norme adottate vengono riproposte dopo la loro bocciatura da parte dalle massime autorità giurisdizionali, con conseguente condanna dello Stato Italiano, per ben cinque volte, da parte della CEDU (è tuttora in corso un procedimento presso il Consiglio d’Europa per controllare l’esecuzione di tali sentenze). Esse inoltre sono palesemente incostituzionali e apertamente in violazione del sovraordinato diritto comunitario e della Convenzione Europea sui Diritto dell’Uomo”.

Queste le parole scelte alcuni giorni fa dalle associazioni aderenti al Comitato cittadino per la Salute e l’ambiente a Taranto per trasmettere al Presidente Mattarella il loro sgomento, esporre le perplessità e invitarlo a non firmare il nuovo – l’ennesimo – decreto “Salva Ilva”, poi approvato ed emanato dal Governo Meloni il 28 dicembre.

Il provvedimento principale è volto a impedire di interrompere l’attività dell’ex Ilva anche in caso di violazione delle disposizioni sull’inquinamento: “Nel caso in cui sussistano i presupposti per l’applicazione di una sanzione interdittiva che possa determinare l’interruzione dell’attività dell’ente – si legge nel comunicato del Governo – il giudice, in luogo dell’applicazione della sanzione, dispone la prosecuzione dell’attività dell’ente tramite un commissario”.

In pratica, la magistratura non potrà più sospendere l’attività produttiva del colosso dell’acciaio ma solamente nominare un commissario per supervisionarne la prosecuzione, anche se i termini della nomina e dei poteri di cui potrà disporre questa figura non sono ancora chiari.

Il Ministero delle Imprese (ex Ministero dello Sviluppo Economico) ha previsto per il 19 gennaio un confronto strutturato con il sindacato e le parti interessate, ma la reazione dei cittadini e dei lavoratori di Acciaierie d’Italia, che si vedono per l’ennesima volta privati dei loro diritti fondamentali, è colma di rabbia e stupore. Inoltre desta perplessità il ritardo sulla pubblicazione del testo ufficiale, che cozza con l’urgenza che è presupposto del decreto Salva Ilva.

“L’urgenza esiste ma in senso contrario – scrive Maurizio Rizzo Striano, legale dell’associazione Genitori Tarantini ETS – perché l’unica urgenza sarebbe quella di chiudere gli impianti che tuttora causano morte e malattia. Invece il decreto si pone tre obiettivi del tutto diversi: il primo è quello di sottrarre alla magistratura ogni potere di intervento , il secondo è quello di superare l’ostacolo del mancato dissequestro e della confisca pronunciata dalla Corte di Assise, il terzo è quello di stroncare le nuove inchieste in corso a Taranto”.

Ben più blanda è la posizione di FIM-CISL, che ha semplicemente chiesto “che non vi sia nessun regalo di Stato ai Mittal e nessuna mano libera sull’azienda. Solo approfondendo le misure, potremo capire il futuro di questa società e dei 20mila lavoratori coinvolti, lavoratori che certo non potevano essere abbandonati a sé stessi”. D’altra parte il ricatto del lavoro è da decenni una delle leve principali con cui l’Ilva ricatta la popolazione di Taranto.

A poche ore di distanza dalla firma del decreto, proprio nel capoluogo pugliese si incontravano cittadini, lavoratori, associazioni e il team del documentario inchiesta Taranto Chiama della giornalista Rosy Battaglia (ne abbiamo parlato qui), la quale ha commentato: “Un momento di condivisione, possiamo dirlo, di fatto, contro la visione di sviluppo novecentesca riconfermata dall’ennesimo decreto Salva Ilva varato dall’attuale Governo, che riporta la città e la fabbrica a dieci anni fa, ponendosi contro tutte le sentenze della magistratura, a partire dalle condanne del processo Ambiente Svenduto”.

“Ciò che il potere ignora o vuole ignorare – prosegue Rosy Battaglia – è che la città non è più quella di dieci anni fa. Chi ha scritto quel decreto non è stato nella Taranto odierna e persegue altri interessi, come ha ribadito già la condanna della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e il commissario Onu, che ha inserito Taranto nelle “sacrifice zone”, i luoghi sacrificati sull’altare dello sviluppo insostenibile nella collusione di governi e imprese”.

“Basta venire a Taranto e guardare con i propri occhi, come io stessa ho fatto in questi giorni, per vedere che il futuro lo si sta costruendo dal basso, nell’indifferenza e nell’avversità delle istituzioni. Ha qualcosa di epico questa vicenda complessa e profonda, che ho il dovere e l’onore di raccontare“.

In questo momento di sconforto e smarrimento ripartiamo dunque dai 140 co-produttori che sinora hanno raccolto 11.600 euro, poco meno della metà della cifra necessaria – 25.000 euro – per la portare a termine la produzione e la distribuzione di Taranto Chiama. La salvezza di Taranto passa anche da qui: dall’informazione, dal racconto di ciò che sta avvenendo, dalla testimonianza diretta di chi vive all’ombra di questa fabbrica mortale. Affinché la cruda realtà risvegli le coscienze di chi pensa che sia impossibile che tutto ciò stia accadendo davvero, nel 2023, in Italia.

 

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