Sono 38, secondo la TGS, il principale sindacato dei giornalisti turno, i colleghi in carcere. L’ultimo attacco è arrivato con il Gay Pride di Istanbul, il 26 giugno scorso. La polizia ha arrestato oltre 200 manifestanti e diversi reporter che coprivano l’evento. Le forze dell’ordine, intervenute in modo massiccio, volevano proibire ai giornalisti presenti di filmare gli arresti e, secondo alcuni sindacalisti di Basin, diversi cronisti sarebbero stati picchiati. Il fotografo della AFP Bülent Kiliç è stato arrestato mentre documentava il Gay Pride e portato via ammanettato dopo aver denunciato le violenze della polizia contro altri operatori dei media. Kiliç , che è un membro della TGS, a sua volta affiliata alla EFJ, è stato rilasciato alcune ore dopo ma era già stato fermato anche durante il gay pride del 2021.

La situazione nel paese è sempre più irrespirabile, come denunciano La Federazione Europea e la Federazione Internazionale dei Giornalisti, che hanno inviato ai colleghi turchi tutta la loro solidarietà. Oltre agli arresti, pesa sui media del Paese la spada di Damocle della cosiddetta “Press Law” che il governo vuole far approvare al più presto e che farà aumentare il controllo dell’esecutivo su media, social media e internet.

La legge in preparazione è considerata dagli attivisti il peggior atto normativo di censura nella storia della Turchia. Potranno essere condannati i giornalisti che rifiutano di rivelare le proprie fonti, mentre pubblici ministeri e giudici potranno decidere a loro arbitrio se una notizia è vera o è falsa. Il che è gravissimo se si pensa che la norma mira a punire chi diffonde “false” informazioni. Non solo: se la Corte deciderà che la persona diffonde informazioni sbagliate in quanto parte di un’organizzazione illegale, la pena può essere aumentata del 50%.

 

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