Dopo il grande successo e la grande partecipazione alla manifestazione palermitana del Gay Pride, mi è capitato di sentire vari compagni chiedersi «come avevano votato i militanti di questo movimento alle ultime elezioni comunali visto il deludente risultato e la vittoria della destra». E’ una “questione di coscienza politica”, dice qualcuno [Sic!]. Ma in verità la cosa è più complessa.

Tutti i movimenti di liberazione possono entrare in rotta di collisione con gli interessi del comando di capitale per questioni storiche contingenti, ma senza che vi sia una necessaria incompatibilità di ordine strategico legata a motivi strutturali. In certe condizioni l’acquisizione di diritti e di libertà, almeno nella logica formale delle cosiddette “libertà borghesi”, e limitatamente alla cittadella privilegiata dell’Occidente, è sempre possibile, fermo restando poi che tutte le concessioni, sia materiali che sul piano dei valori, vengono compensate dal brutale sfruttamento e dalla negazione di ogni diritto, anche il più elementare, nella parte povera del pianeta (complici culture e aristocrazie locali).

Una logica antagonista, e tendenzialmente rivoluzionaria, all’interno dei movimenti di liberazione si può sviluppare se si acquisisce una consapevolezza di tipo libertario e solidaristico che vede nella universalità e globalità dei diritti e delle libertà da riconoscere a tutti, la sola via praticabile. E’ la via di quell’internazionalismo che oggi appare spesso assente nei movimenti (non solo in quelli di liberazione) e che appare relegata alle pratiche, nei fatti purtroppo marginali, di minoranze militanti.

I movimenti di liberazione, così come possono essere permeabili a narrazioni libertarie, lo possono essere anche nei confronti di narrazioni libertariane. Si tratta di quella corrente di pensiero, manco a dirlo di origine statunitense, che esalta la libertà personale, anche in funzione anti gerarchica e antistatale, come un assoluto legato all’individuo egoista, che interpreta il proprio libero agire anche come diritto ad imporsi sull’altro, facendo valere le proprie capacità competitive. Una sorta di radicalizzazione dell’homo oeconomicus. Una esaltazione dei dis/valori su cui si fonda il capitalismo.

Il problema sta nel fatto che logica libertaria e logica libertariana, con tutte le loro sfumature e letture più o meno radicali, possono anche non palesarsi nella loro evidente inconciliabilità, perché il primo e più immediato nemico delle lotte di liberazione è l’etica vetero-borghese legata ad un moralismo tradizionalista e familista di stampo religioso, anch’esso figlio del capitalismo, ma non figlio unico, e di certo figlio invecchiato. Sicuramente lontano da quelle capacità dinamiche ed adattative sulle quali il capitalismo ha basato la sua capacità di sopravvivenza lungo i secoli.

Che fare dunque? Certamente stare nei movimenti per orientarli verso logiche libertarie e solidariste fondate su una visione internazionalista, che guarda in ogni angolo del mondo così come guarda in ogni angolo di casa nostra. Ma attenzione non stiamo riproponendo la logica dell’avanguardia che porta la coscienza dall’esterno. Noi non veniamo “da fuori”, ma siamo parte in causa, perché i diritti riguardano al tempo stesso tutti e ciascuno di noi, a prescindere dalle credenze e dalla coscienza di singoli e movimenti, a prescindere cioè dallo stato particolare delle cose.

C’è una cosa che pochi capiscono, sia nel nostro campo che tra i nostri avversari, ed è il fatto che i diritti appartengono alla persona e non all’individuo. Intendo per persona la singolarità intesa non nella specificità della propria individualità, ma nella sua generalità, e cioè nel suo appartenere al genere umano. Voglio ricordare, a questo proposito, che il termine “persona”, sebbene etimologicamente di origine latina o forse etrusca, viene abitualmente riferito alla maschera che indossavano i componenti del coro nelle tragedie greche, che proprio nascondendo il proprio volto, e dunque la propria individualità, potevano farsi riconoscere.

E’ questa la ragione per cui, quando diciamo che siamo contro la pena di morte o che ci battiamo per il diritto al giusto processo, non facciamo distinzione tra la vittima dell’inquisizione e il più efferato degli assassini seriali. Ed è anche per questo (lo dico qui nelle more del discorso) che penso sia ancora giusto parlare di diritti umani, malgrado l’ipocrisia dell’Occidente che ogni giorno li esalta a parole e li sfregia nei fatti.

In conclusione. Di fronte ai movimenti di liberazione noi possiamo anche essere osservatori esterni in quanto individui, ma siamo sempre parte in causa in quanto persone, a prescindere dal fatto di essere o non essere donna o omosessuale, oppure curdo o palestinese. Ed è esattamente questo, e non la pretesa di essere avanguardie o militanti politici, che ci da il diritto di prendere parola, se necessario anche in modo critico, al di là dei cori plaudenti del politically correct, che nascondono spesso ipocrisia, se non addirittura inconfessabili interessi.