Dopo mesi (anzi anni) di sterili polemiche, e spesso di chiacchiere campate in aria, sui vaccini, sulla loro efficacia, sui metodi della sperimentazione medica e via dicendo, leggere Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, di Melinda Cooper e Catherine Waldby (DeriveApprodi, 2015), è stato un ottimo modo di chiarirsi le idee sul “lavoro clinico”, scoprendo un mondo che resta sconosciuto ai più.

Le due autrici fanno un lavoro minuzioso, e ampiamente documentato, sull’organizzazione e lo sfruttamento del lavoro in campo medico. Una ricerca ricchissima di notizie e dati empirici, che tuttavia vengono costantemente riportati entro uno sforzo di comprensione della generalità dei rapporti di sfruttamento capitalistici. Non è un caso che il neo operaismo italiano è uno dei loro punti di riferimento, come mostrano le lunghe citazioni di M. Lazzarato e T. Terranova.

Il libro parte dalle vicende più recenti e solo in un secondo momento approccia un excursus storico. Noi per comodità di esposizione faremo il contrario.

L’esigenza della sperimentazione medica nasce negli USA poco prima della seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto e fino agli anni settanta sperimentazione e testaggio dei farmaci sono quasi un loro monopolio. I metodi usati nella “patria della libertà” sono semplicemente scioccanti. In pratica vengono arruolati in maniera forzosa detenute/i e malate/i mentali. Carceri e manicomi, ma anche centri per “orfani di guerra”, diventano i luoghi del nuovo schiavismo. Le autrici citano giustamente il Foucault di ”sorvegliare e punire”, ma anche il modello di produzione fordista. L’operaio schiavo della macchina nel suo tempo-lavoro, che diventa libero cittadino nel suo tempo-vita, e le/i recluse/i delle istituzioni totali che sono brutalmente schiavizzate/i nell’intero tempo-vita.

Le autrici non ne fanno menzione, ma io ho immediatamente pensato a Mengele e ai suoi esperimenti di eugenetica nei lager nazisti. Non c’è alcuna differenza, se non il fatto che il medico tedesco è stato rubricato alla voce “criminali della storia”, mentre gli amici yankees, come si sa, la fanno sempre franca.

La pratica fu proibita all’inizio degli anni ottanta, ufficialmente per ragioni umanitarie, però guarda caso, proprio nel momento del passaggio dal modello fordista a quello post fordista!

Da allora il lavoro clinico si è diviso in due filoni. Accanto al lavoro di sperimentazione dei farmaci si è sviluppato il lavoro di cessione di materiale biologico vivo finalizzato soprattutto allo sviluppo delle tecniche di riproduzione della vita. La delicatezza dell’argomento ha anche permesso il prodursi di una nuova bioetica, i cui risultati però le autrici mettono in discussione almeno sul piano pratico. Facciamo due esempi dirimenti: Si è giustamente affermato , a livello di principio, che la partecipazione a sperimentazioni, o il cedere proprio materiale biologico, non debbano mai essere mercificati, caratterizzandosi, al limite, come volontariato o come donazione. Il guaio è che si tratta di impegni che richiedono spesso tempi lunghi ed elevati livelli di rischio, al punto che è impossibile pensare che qualcuna/o li accetti senza compenso. La soluzione è stata l’ipocrisia del concedere un “rimborso spese”, il che significa fare un lavoro che non è riconosciuto come tale, e quindi ovviamente senza diritti e nella più assoluta precarietà. Qualcosa di simile avviene per il “consenso informato”. Inoppugnabile in apparenza. In realtà, nel momento in cui si firma, si sta innanzitutto rinunciando a qualunque pretesa sulla eventuale proprietà intellettuale della ricerca a cui si sta partecipando, ma soprattutto ci si sta assumendo la responsabilità dei rischi a cui si va incontro (come se al momento dell’assunzione si firmasse una carta che dice che se ti succede un incidente sul lavoro la colpa è tua!).

Il lavoro clinico a fini riproduttivi consiste innanzitutto nella cessione di sperma e oociti. Specialmente per gli uomini sembrerebbe la cosa più facile del mondo. Ma non è così! Innanzitutto bisogna sottoporsi a una miriade di controlli sulla propria salute, ma poi soprattutto bisogna impegnarsi in uno stile di vita “morigerato” (niente fumo, droghe e alcool in maniera molto moderata), regole sulle quali si viene in vari modi controllati, in perfetta sintonia con la logica del “capitalismo della sorveglianza” del modello post fordista. Per le donne è molto peggio perché in più devono subire pratiche invasive sul proprio corpo, costrette a volte, anche per mesi, a restare prigioniere nel reparto di una clinica.

Una delle cose che appaiono più preoccupanti è il fatto che le/i clienti occidentali sembrano essere ossessionate/i dalla “bianchezza” delle/i donatrici/tori. Una chiara e preoccupante manifestazione di razzismo sotto traccia, che però scompare del tutto quando si tratta di scegliere le donne per la “gestazione per altri”. In questo caso la scelta cade spesso sulle donne nere e sulle donne dell’India. Tanto loro devono solo prestare il loro corpo come una sorta di scatola vuota, per mettere al mondo un/a bambino/a che non avrà nulla del loro patrimonio genetico. L’importante è che seguano tutte le regole che sono loro imposte, anche qui in una logica di controllo e sorveglianza dell’intero loro tempo-vita.

Ugualmente precaria e difficile è la condizione delle/i lavoratrici/tori della sperimentazione dei nuovi farmaci. In realtà si tratta di una procedura divisa in due fasi nettamente distinte tra loro, realizzate con soggetti diversi. La prima fase è quella della sperimentazione vera e propria, in cui ancora quasi nulla si sa e tutto può succedere, e in cui i potenziali rischi per coloro che vi partecipano sono molto elevati. I soggetti reclutati appartengono spesso ai ceti più poveri e marginali (ma non solo). Le fasi successive riguardano invece il testaggio dei farmaci. In questo caso ad essere coinvolte/i sono le/i malate/i, in genere perché totalmente prive/i di assicurazione sanitaria e quindi costrette/i ad accettare qualunque cosa per il solo sperare di essere curate/i, cosa che come sappiamo dovrebbe essere un loro diritto.

Concludiamo dicendo che il lavoro clinico, di cui poco si parla, forse perché considerato un aspetto secondario degli attuali assetti capitalistici, è invece un interessantissimo campo di studi, perché terreno fertile di sperimentazioni per il controllo dei corpi e la sussunzione del tempo vita, i cui risultati non mancheranno (e non mancano già da ora) di essere generalizzati ad ambiti più ampi dello sfruttamento e dell’estrazione di valore.