Come ogni anni il Garante Nazionale ha relazionato al parlamento riguardo all’attività svolta e alle criticità riscontrate nei sistemi e luoghi di privazione della libertà italiani

L’Ufficio del Garante Nazionale viene istituito in Italia dopo il pronunciamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul sovraffollamento delle carceri, ritenuto inumano e degradate: in parole semplici una pena assimilabile ad una forma di tortura.

Un’anomalia tutta italiana, in molti Paesi europei c’è una commissione a tutele dei Diritti Umani di cui fa parte anche un organo specifico a tutele dei ristretti, in Italia è stato istituito solo un Ufficio per le persone private della libertà, ma non c’è un organismo a garanzia dei Diritti Umani nella loro totalità. Un Paese civile?

La relazione del Garante è estremamente articolata. Le statistiche ci dicono che il numero dei detenuti è tutt’ora pari a circa il 107% della capienza legale effettiva del sistema carcerario italiano, il sovraffollamento, per il quale siamo stati sanzionati, è quindi ben lungi dall’essere risolto.

L’aumento della capienza mediante la costruzione di nuove carceri è una pessima soluzione: “Un eccessivo aumento della disponibilità di posti prefigura, infatti, il rischio reale di un uso diffuso e generalizzato della misura detentiva, assecondando, di fatto, quelle istanze securitarie ancora oggi presenti anche nella cultura della magistratura giudicante“.

Questa frase è riferita in particolare alle strutture nelle quali vengono recluse persone affette da problemi psichiatrici considerate socialmente pericolose. Tuttavia questa cultura della Magistratura, non solo giudicante, è sempre più lampante. Il ricorso gravemente insufficiente alle misure alternative, il massiccio ricorso alle misure cautelari, la difficoltà di accedere ai benefici di legge per gli sconti di pena, sono cause concrete di sovraffollamento delle carceri, causa ulteriore di inutile (e crudele?) sofferenza per i detenuti.

Un problema culturale quindi: l’uso della detenzione viene visto come larghissimamente prevalente, quando non unica, pena comminabile, anche in via preventiva. A nulla valgono le statistiche sulle recidive, ampiamente pubblicate, ma che la Magistratura tutta, anche quella di Sorveglianza e del Riesame, sembra largamente ignorare. Recidive che calano drasticamente laddove il detenuto ha effettive possibilità di reinserimento sociale, laddove non perde totalmente il contatto con la società, laddove la pena non è esclusivamente punitiva e, aggiungiamo, vendicativa. Uno Stato non può e non deve vendicarsi. E’ dimostrato che ove la pena non è specificatamente applicata con modalità finalizzate alla rieducazione e al reinserimento sociale il tasso di recidiva è notevolmente più elevato: la Magistratura ha il dovere di tutelare la società ponendosi concretamente il problema delle recidive che, laddove non si verificano, garantiscono tutela alla cittadinanza.

La relazione è stata presentata al Parlamento, impossibile quindi non analizzare la situazione anche dal punto di vista della politica.

Su tutto ciò la politica è complice, laddove la Magistratura “non ci arriva”, fatto di per sé estremamente critico, occorrono interventi legislativi, ma anche in questo caso il Garante sul testo di riforma licenziato alla Camera scrive: “Il punto che appare di maggiore tensione rispetto alle indicazioni della Corte, tuttavia, sta proprio nei presupposti prescritti per l’accesso a qualsiasi beneficio (tutti, inclusi i permessi premio) o misura alternativa previsti dalla legge nonché alla liberazione condizionale. Una serie complessa di adempimenti probatori – o di allegazione, per usare l’eufemismo normativo – di difficile se non impraticabile adempimento e che, soprattutto, sono rivolti al passato, alla storia della persona spesso condannata in un tempo lontano oltre che riferiti a previsioni prognostiche che tanto somigliano a una ‘prova diabolica’. Uno sguardo rivolto indietro, nel quale rimane assolutamente sullo sfondo la valorizzazione del percorso di risocializzazione seguito durante il lungo tempo dell’esecuzione della pena e, soprattutto, della diversità della persona rispetto a quella di decine di anni prima.

Siamo al parossismo: una destra “forcaiola” indice un referendum sulle misure cautelari, certamente non utile in funzione della complessità: impossibile considerare la complessità per chi strutturalmente propone soluzioni semplici, dall’altra parte la Sen. Valente (PD) rilascia un’intervista a Il Dubbio: “Il vero problema? La lunghezza dei processi, non le misure cautelari“, un esercizio di benaltrismo francamente grave ancorché risibile. Sconcertano le politiche di questo partito: “Noi dem siamo garantisti veri“, che si definisce di “centro sinistra”.

Il Garante nella relazione tocca poi, come ogni anno, anche un altro vulnus: la detenzione amministrativa, ovvero la privazione di libertà per persone straniere per una violazione amministrativa: la mancanza del permesso di soggiorno. Come se un italiano fosse privato della libertà, posto in strutture con grate alte 5 metri, semplicemente perché ha la carta d’identità scaduta.

La legge sulla detenzione amministrativa, siamo stati precursori in Europa, è dei DS, partito “antenato” del PD, legge, la 40/1998, scritta da Livia Turco e Giorgio Napolitano. Una repressione dell’immigrazione fatta anche di detenzione, anche se la persona migrante non ha commesso alcun reato penale.

Un partito che si vuole collocare nell’area della sinistra, ma anche solo banalmente civile, non può non avere come timone i Diritti Umani, eppure dal 2016, avvento di Minniti (PD) al Ministero dell’Interno, la parola più ricorrente nelle prime pagine dei giornali è passata da “Mare Nostrum” a “muri”. A lui si deve l’inizio degli accordi con la Libia, tutt’ora costantemente votati dal PD. L’anno scorso le morti nel Mediterraneo sono state, secondo l’ONU, oltre 3.000. Sulla repressione dell’immigrazione operata in Italia spesso con strumenti di dubbia o accertata illegalità (come le riammissioni informali operate a Trieste dal Ministero di Lamorgese) c’è un silenzio pressoché tombale da parte di questo partito di “garantisti veri”.

Una relazione lunga e complessa quella del Garante, a testimonianza della notevole entità delle criticità, un approccio profondamente culturale, monito del fatto che il problema è culturale, largamente diffuso nella politica e nei corpi e poteri dello Stato.