Le società di comunicazione private e le agenzie internazionali, durante il colpo di Stato nell’aprile 2002, si mobilitarono per la manipolazione e la distorsione dei fatti nel tentativo di rovesciare il governo rivoluzionario di Hugo Chávez.

A ribadirlo è stato il giornalista ed intellettuale franco-spagnolo Ignacio Ramonet, durante il Vertice internazionale contro il fascismo per “La difesa della verità”, sottolineando la centralità delle egemonie mediatiche nel colpo di Stato dell’11 aprile 2002 contro il comandante Hugo Chávez, ribadendo che i media, coordinandosi con i settori militari legati al colpo di Stato, hanno avuto un impatto notevole contro il proceso bolivariano e nella criminalizzazione del suo leader.

Quello è stato il primo colpo di Stato mediatico della storia; non era mai accaduto prima che i media fossero uguali o addirittura più protagonisti degli stessi militari che agiscono in un colpo di Stato; i media privati ​​tradizionalmente si mobilitano contro un governo popolare, ma qui erano direttamente protagonisti” – ha affermato Ramonet, precisando che il sistema mediatico in quel momento aveva anticipato gli eventi di Puente Llaguno, riferendosi alla strage già scatenata nel centro di Caracas durante una massiccia marcia verso il Palazzo Miraflores.

Durante il colpo di Stato dell’aprile 2002 è stato imposto un blocco dell’informazione e i principali media nazionali, come Venezolana de Televisión, vennero chiusi durante il colpo di Stato, per impedire che la realtà degli eventi fosse raccontata al mondo.

La dirigenza dell’associazione imprenditoriale Fedecamaras e dei media privati, in complicità con settori dell’opposizione e della gerarchia ecclesiastica, hanno cospirato con soggetti dell’alto comando militare per porre l’oligarca Pedro Carmona come presidente golpista. Fu così che il montaggio, con cui si intendeva incolpare il comandante Hugo Chávez per un massacro nel 2002, noto storicamente come gli eventi di Puente Llaguno, era stato costruito dai media.

“L’11 aprile ha significato la schermatura della Rivoluzione Bolivariana in termini di comunicazione con il rafforzamento della Venezolana de Televisión, così come la creazione di teleSUR e comunità e media indipendenti” – ha affermato il professore.

Tra il 2000 e il 2010, con l’arrivo di Hugo Chavez, sono state approvate la Ley organica de Telecomunicaciones (2000), la Ley de Responsabilidad Social de Radio y Television (2004) e la Ley de Responsabilidad Social de Radio, Television y Medios Electronicos, che amplia la legge del 2004, approvata nel 2010. La Ley resorte regola la comunicazione e funziona come in gran parte degli altri Paesi del mondo, negli Stati Uniti e in Europa: nessuno può istigare all’omicidio del presidente, istigare alla violenza, denigrare le donne, incitare all’odio razziale. La Costituzione Boliviariana del 1999 ha aperto il cammino al pluralismo dell’informazione, un percorso di democratizzazione del rapporto tra Stato e società che, sul piano legislativo, si è messo in marcia anche in altri Paesi dell’America latina come l’Argentina, l’Ecuador, l’Uruguay e il Brasile (nei periodi pre-Bolsonaro). In questi anni in Venezuela, i mezzi di informazione privati, pubblici e comunitari sono aumentati quantitativamente ed hanno incrementato il loro audience, ma nonostante ciò la maggioranza è ancora sotto il controllo privato. Ciò ha portato negli anni al consolidamento dell’attivismo popolare contro il “latifondo mediatico” con il fine di dare al telespettatore un’offerta diversificata che non trova nei canali commerciali. Il movimento, avvalendosi di esperti come l’analista belga Thierry Deronne, direttore della Scuola di Cinema Popolare, ha portato avanti progetti di formazione di collettivi, movimenti sociali e abitanti delle comunas autogestite alla scrittura e alla narrazione decolonizzata dalla tv commerciale, trattando il tema politico della democratizzazione nel controllo delle frequenze radiotelevisive e dello sviluppo di nuovi paradigmi della comunicazione che rafforzino il potere popolare. L’idea è quello di ripensare la televisione comunitaria a partire dal mutualismo di base e per la formazione dello Stato comunale, uno dei principali obiettivi dei governi bolivariani guidati da Maduro.

Con l’esaurimento del modello di democrazia puntofijista, oligarchico e d’élite, il concetto di una nuova democrazia partecipativa ha iniziato a prendere forma dalle profondità del processo sociale venezuelano” – ha affermato il presidente venezuelano Nicolás Maduro durante l’evento, sostenendo che il popolo è diventato protagonista ed è riuscito ad appropriarsi della comunicazione umana al di sopra del dominio dei media, generando la più grande insurrezione civico-militare conosciuta nella storia del popolo venezuelano: la Rivoluzione d’Aprile.

Maduro ha inoltre sottolineato che il grande obiettivo delle forze popolari bolivariane della comunicazione è spezzare l’egemonia della storia e la menzogna dell’Occidente di fronte all’emergere di un mondo multipolare e multicentrico: “Dobbiamo essere gli alfieri delle libertà pubbliche, della vera democrazia, della libertà di espressione e di informazione”.

Nonostante ciò, il progetto pluralista e popolare della comunicazione di base non esente da contraddizioni poiché, per mancanza di risorse, rischia di far perdere il potenziale alternativo dei media comunitari trasformandoli in una sedicente copia dei media commerciali. Come dichiarò Thierry Deronne: “Nel socialismo bolivariano, si dovrebbe arrivare al 60% di frequenze attribuite ai media comunitari, un 29% a quelli pubblici e l’1% a quelli commerciali”1. Ciò che frena questo processo è l’incessante guerra mediatica internazionale nei confronti del Venezuela Bolivariano e il contrasto alla guerra mediatica rischia di chiudere la strada allo sviluppo di media alternativi, portando lo Stato a lasciarsi cooptare o influenzare dal settore privato nelle sue decisioni. Come ha dichiarato più volte Ignacio Ramonet, l’egemonia dell’informazione commerciale continua a inquinare l’ecologia della comunicazione e a condizionare l’elettorato e, per questi motivi, non può esserci vera democrazia senza “democrazia dei media”.

A tal proposito, durante il recente evento, Ramonet ha presentato il suo libro “El imperio de la vigilancia”, in cui rivela lo spionaggio a cui è sottoposta l’umanità, da parte dei proprietari delle grandi piattaforme tecnologiche a livello internazionale e di come il “capitalismo della sorveglianza” sia un grande pericolo per le democrazie e la sovranità degli Stati.

Il potere mediatico oggi è talmente concentrato che cerca di controllare idee e desideri della popolazione sia negli spazi nazionali che a livello globale, esercitando una pressione ideologica su qualunque lotta sociale. Sempre di più, anche in Europa, la libertà di stampa coincide con la libertà d’impresa e con una falsa concezione del pluralismo, tipica del giornalismo mainstream asservito al potere.

https://www.telesurtv.net/news/ramonet-resalta-medios-golpe-venezuela-20220412-0026.html

https://www.telesurtv.net/news/pdte-maduro-insta-romper-relato-mentira-occidente-20220412-0029.html

https://ilmanifesto.it/i-movimenti-contro-il-latifondo-mediatico

https://youtu.be/TfXEE5U-xjw

https://www.telesurtv.net/news/conmemoran-aniversario-golpe-estado-venezuela-20220411-0030.html

Altro approfondimento: https://www.labottegadelbarbieri.org/latifondo-mediatico-e-controinformazione-in-america-latina/

 

1 Latifondo mediatico è l’espressione che viene usata per definire la grande concentrazione monopolistica dei grandi media in pochissime mani private, le quali esercitano forme di controllo e di influenza omologanti sull’opinione pubblica. Con il latifondo mediatico la libertà d’impresa prevale sulla libertà d’informazione e sul suo pluralismo.