Stava cominciando ad imbrunire. Dai vetri del bus il sole estivo scendeva lento sul panorama che schizzava via, tra le montagne ed il mare. Io e G.1 per sconfiggere la noia del viaggio interminabile ci eravamo improvvisati conduttore e conduttrice di un mini talk-show tra i sedili semi-deserti. Di volta in volta chiamavamo i nostri compagni e compagne di viaggio ad accomodarsi tra di noi per farci quattro chiacchiere.

Ad un certo punto venne anche il turno di M.. Dalla testa dell’autobus cominciammo a chiamarla perché ci raggiungesse e, dopo un po’ di tiramolla, riuscimmo infine a convincerla. Si alzò, ci raggiunse e cominciammo a parlare.

– Dunque, di cosa si chiacchiera in questo talk-show?

– Di quello che preferisci. Non hai un messaggio particolare da lasciare ai posteri?

– Mmm, non saprei, state all’ombra e rimanete idratati?

– Sagge parole. Sagge parole di una donna molto saggia. E dicci, da dove viene tutta questa saggezza?

– Sicuramente la mia famiglia!

– Ahh, tema interessante, la tua famiglia, perché non ci parli un po’ di loro?

– Bhe, come sapete vengo da una famiglia ebrea m-

– Ah, vero! Sei la persona che conosco più vicina all’essere ebrea.

– In che senso più vicina?

– Beh, che non sei praticante, no? Mica vai in sinagoga o rispetti lo Shabbath. Sei persino atea!

– Ma che c’entra? Essere ebrei mica vuol dire solo partecipare ad una serie di rituali o credere in certi principi. Significa prima di tutto essere legati ad una storia, una tradizione. È proprio una cosa legata al sangue, al discendere da certe persone, all’appartenere ad una comunità, riconoscersi in determinate figure di riferimento. Non è un abito che si può indossare a piacimento.

– Si, si, ho studiato antropologia per più di cinque anni, le so ste cose. – conclusi burbero l’argomento.

Boom. Lo scontro. La collisione tra due modi antropologicamente (nel senso di discorso sull’essere umano) distinti di intendere cosa sia “essere ebrei”. Da un lato la mia visione “post-moderna”, sostenuta anche da autori come Stuart Hall e Judith Butler, basata sull’idea che una specifica identità sia prima di tutto una pratica: ciò che sei dipende da ciò che fai e come ti comporti. Ne consegue che l’identità sia qualcosa di malleabile, modificabile nel tempo, un vestito appunto che si può arrangiare così come dismettere per indossarne poi uno nuovo che meglio si adatti alle forme del nostro corpo e del nostro sentire. Secondo le parole di M. invece l’identità non è ciò che si fa, ma ciò che si è: un’essenza. I lavori di Boas, Douglas ed altri antropologi degli albori erano pure loro guidati dall’idea che l’identità fosse un nocciolo duro ed immutabile nel tempo, più che come un vestito la identificavano proprio come il corpo che ne sta sotto e di cui volenti o nolenti è impossibile sbarazzarci finché viviamo. Al giorno d’oggi questa visione è stata largamente svalutata dalle scienze sociali. Anche il suo opposto tuttavia non gode di molta fama. Viene oggi generalmente accettato che la verità stia in una sorta di mezzo: l’identità dovrebbe essere una categoria fluida, variabile, ma anche radicata in certi contesti e serie di relazioni. Spesso non dipende infatti solo da come una persona individualmente definisce sé stessa, ma in ugual misura anche da come le altre persone vedono questo individuo. Proseguendo quindi con la metafora del vestito: se è vero che è possibile aprire il proprio armadio e indossare quel che si vuole quando si vuole, persino più cose contemporaneamente, è anche vero magari che il negozio non abbia in stock quello che vogliamo e allora bisogna adattarsi con altro, o magari il commesso si rifiuta di venderci un determinato abito o persino costringerci ad un acquisto forzato. In certi contesti l’identità può allora diventare una trappola difficile da evadere, spesso in conseguenza della nostra mancanza di potere contrattuale all’interno delle relazioni sociali che ci definiscono (cfr. “extra-comunitari”, ebrei sotto il nazismo, etc.). Non si decide dunque da soli in merito alla propria identità, ma in comunicazione con chi ci circonda e come queste persone si definiscono a loro volta.

Tutte queste cose ovviamente le sapevo già durante la mia conversazione con M., e da qui la mia risposta brusca. O almeno credevo di saperle. Cioè. Sapevo tutto quello che c’è scritto sui libri. Sapevo, come ho avuto modo di scrivere altrove, che il modo di identificare un gruppo di persone possa essere sia emico che etico, a seconda che sia il gruppo stesso che decida di descriversi in un modo o che siano degli estranei a definirlo come tale. Sapevo che il sentimento di appartenenza ad un gruppo è qualcosa di ambivalente, discorsivo, che dipende tanto da quello che le altre persone attorno a noi fanno e dicono, con tutte le conseguenze che ne derivano. Quello che non sapevo invece era cosa tutto questo significhi nella pratica. Quello che non sapevo era l’antropologia, intesa come dinamica dell’incontro.

Nel mio ritirarmi stizzito dalla conversazione e cambiando discorso ho chiaramente messo in atto un meccanismo di protezione. Mi sono sottratto al confronto. Ho dato libero sfogo allora alla mia hybris accademica: la convinzione che un paio di anni di università legittimino a credersi fonti indubitabili di sapere in un certo campo. Perché discuterne allora? Perché perdere tempo con te? Perché considerare le tue posizioni? Questo comportamento è molto poco antropologico. Come ci si può fare portavoce di una disciplina che sostiene l’ascolto, i tempi lunghi passati a chiacchierare con le persone considerandole come fonti preziose di sapere, che sia alternativo o subalterno, se poi si scappa dal confronto?

In generale mi sento comunque di poter dire che sia un meccanismo di risposta generalmente diffuso nel mondo accademico. Come me ho visto molti altri esperti nei mesi scorsi, dentro e fuori dai social, credere di potersi elevare al di sopra dei propri interlocutori solo per via della propria formazione. Se c’è una cosa che mi ha sempre dato fastidio sono le persone che costruiscono in questo modo una legittimità apparentemente inattaccabile riducendo allo scherno ed infantilizzando i loro interlocutori perché non la pensano come loro, che si tratti di terrapiattisti, anti-vaccinisti, complottisti o compagnia bella. Ma cosa vuoi capirne tu che tanto ti informi solo su Facebook? Sei un bambino e ti fai abbindolare! Di fatto si assiste ad un meccanismo che ad altro non serve che a tirare delle gomitatine sornione a chi già la pensa come noi senza favorire né il confronto né il dialogo2. Quando poi questo modo di fare si diffonde ai “profani” la cosa si fa per me ancora più preoccupante, specialmente quando le nozioni scientifiche vengono accolte in maniera dogmatica senza riflessione critica. La trasformazione della scienza nella bandiera di uno schieramento non credo sia proficuo perché la oggettivizza e reifica tutti quei processi profondamente umani e sociali che le stanno dietro. Di fatto diventa un forte dietro cui barricarsi senza più sentire ragioni. E mi sembra che un po’ le persone di tutti gli schieramenti che si esprimono nel dibattito in merito a vaccini ed affini si stiano dando da fare alacremente per scavare un fossato sempre più profondo. Quanto tempo passerà prima che scocchi la prima freccia? Quando la tensione diventerà insopportabile e cercherà un qualche modo per liberarsi? Si può ancora parlare di dialogo democratico e società civile nonostante questi si siano deteriorati così tanto?

Io sono onestamente preoccupato: anche io alla fine, prima di essere un antropologo, sono un essere umano.

Riccardo

Note:

1– L’episodio è stato ovviamente romanzato. Non mi ricordo esattamente le parole che ci siamo detti, ma non cambia il succo della storia. Ovviamente i nomi dei personaggi non sono quelli veri.

2– Detto questo, esistono anche delle realtà e dei contesti che non sono interessate a nessuna delle due cose: diventa difficile riuscire a trovare uno spazio per delle conversazioni proficue nel mezzo di un corteo senza che la situazione si surriscaldi.

 

Per approfondire:

Aime, M. (2008) “Il primo libro di antropologia”, Einaudi

Eriksen, T. H. (2015) “Small places, large issues: An Introduction to Social and Cultural Anthropology”, Pluto Press

Kuhn, T. (1962) La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche, Il Mulino: Bologna.

Kurzwelly, J., N. Rapport & A.D. Spiegel (2020) “Encountering, explaining and refuting essentialism”, Anthropology Southern Africa, 43(2): 65-81

Schultz, E.A. & R. H. Lavenda (2015) “Antropologia culturale”, Zanichelli