La rapida presa di Kabul da parte dei talebani e l’orrore per la strage all’aeroporto del 26 agosto hanno di nuovo spinto l’Afghanistan in prima linea nelle aperture dei quotidiani e dei telegiornali di tutto il mondo. Eppure, quanto accaduto in questo mese e mezzo non è altro che l’ultimo, prevedibile capitolo di un conflitto sanguinoso che dura da decenni, in cui sono aumentate le vittime civili, le ferite si sono fatte più gravi e gli attacchi in grado di ferire o uccidere contemporaneamente un elevato numero di persone sono cresciuti esponenzialmente, come evidenzia Afghanistan20, il progetto pubblicato oggi da EMERGENCY, che racconta 20 anni di guerra nel Paese dalla parte delle vittime.

EMERGENCY è in Afghanistan dal 1999 e le conseguenze di questa guerra le conosciamo. Abbiamo vissuto i momenti peggiori del conflitto, lo abbiamo visto cambiare, abbiamo assistito a un vero e proprio scempio che ha privato il Paese di tutto. E intanto abbiamo curato le vittime di questo scempio e le curiamo ancora, sperando, molto presto, di non farlo più. Oggi il mondo si sveglia scoprendo che l’Afghanistan non è la Svizzera, e questo ritiro frettoloso e male organizzato dei Paesi occidentali ci ha sbattuto in faccia che la guerra non è altro che mancanza di diritti, morte, sangue, disperazione, abbandono. Proprio per questo, ci sembrava doveroso tornare a raccontare che le violenze di oggi non si scatenano all’improvviso, ma sono il frutto di 20 anni molto dolorosi e faticosi per gli afgani e le afgane, ha dichiarato Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY.

Dopo essere stato al centro del racconto mediatico negli ultimi due mesi, oggi purtroppo l’attenzione sull’Afghanistan si sta di nuovo spegnendo, proprio mentre il Paese rischia un collasso economico senza precedenti. In occasione del 7 ottobre, giorno in cui vent’anni fa iniziarono i bombardamenti statunitensi, EMERGENCY ha raccolto testimonianze in prima persona e analizzato i dati relativi a tutti i feriti di guerra ammessi nei 3 ospedali e 44 Posti di primo soccorso in queste due decadi, ricostruendo i trend del conflitto, restituendo complessità a uno scenario spesso rappresentato attraverso grossolane semplificazioni. Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui la guerra ha cambiato fronti e tattiche, ma ha sempre mantenuto una costante: le vittime civili.

“Se si considerano i nostri dati complessivi, dal 2001 al 2021, c’è una tendenza inequivocabile: l’incessante crescita delle vittime civili”, spiega Matteo Rossi, che ha lavorato 5 anni in Afghanistan anche come Coordinatore medico a Lashkar-gah, capoluogo della regione meridionale di Helmand, una delle aree più calde del conflitto. “Ero a Lashkar-gah durante l’assedio della città da parte dei talebani, nel 2016” – ricorda Si combatteva vicino all’ospedale. È allora che mi sono reso conto davvero di quanto pesante fosse il conflitto per i civili. Di quali fossero gli effetti sulla popolazione, le perdite.”

I dati sui ricoveri nelle strutture di EMERGENCY confermano infatti il trend già evidenziato nei report della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA). Se dal 2009 al 2021, la missione UNAMA registra complessivamente 75.858 civili feriti, nello stesso periodo nei tre Centri chirurgici di EMERGENCY – Anabah, Kabul e Lashkar-gah – sono stati ricoverati 60.958 pazienti con ferite da guerra.

Le sale operatorie dei Centri chirurgici hanno registrato un periodico e costante aumento di attività a causa dell’aumento dei pazienti e della maggiore gravità delle ferite. Nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul in questi venti anni sono state effettuate 70.865 operazioni chirurgiche, circa 3.940 all’anno. I pazienti entrano quasi due volte in sala operatoria (1,72) ognuno e il ricovero dura più di 8 giorni e mezzo (8,74). La violenza aumenta. Le ferite sono multiple, richiedono degenze più lunghe. È anche per questo che i criteri di ammissione divengono più selettivi.

“I criteri di ammissione cambiano in base alla situazione del Paese. Cambiano i pazienti, le ferite, i bisogni medici. Per un po’ Lashkar-gah ha alternato l’ammissione di traumi civili a periodi di ammissione esclusiva di feriti di guerra a seconda dell’andamento del conflitto. L’ospedale di Kabul dal 2010, invece, è esclusivamente un ospedale per chirurgia di guerra,” spiega Michela Paschetto, Clinical Director di EMERGENCY, che in Afghanistan ha trascorso 7 anni.

Numeri simili si registrano anche nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah, dove sono state realizzate 56.402 operazioni e dove la degenza media è di più di 7 giorni (7,13).

Un altro preoccupante dato è il progressivo incremento del numero di attacchi in grado di ferire o uccidere contemporaneamente un alto numero di persone, in particolare a Kabul. Questo tipo di attentati produce quella che viene definita in gergo ospedaliero una mass casualty, ovvero un afflusso massiccio di pazienti che arrivano in ospedale in un breve lasso di tempo. In questi casi il personale sanitario attiva un protocollo specifico per evitare di essere sopraffatto dal numero e dalla gravità delle vittime.

I dati di EMERGENCY segnalano un graduale, progressivo aumento nel corso degli anni delle mass casualty e del numero di pazienti relativi. I dati dell’Explosive Violence Monitor di Action On Armed Violence mostrano che sono i civili a subire i danni maggiori causati dalle armi esplosive impiegate nel conflitto afgano. In totale, è stato causato da esplosivi il 58 per cento delle vittime totali di violenza.

Nel corso del 2020, secondo il rapporto di UNAMA, gli Improvised Explosive Device (IED), gli ordigni esplosivi improvvisati, hanno causato il 34,5 per cento di tutte le vittime del conflitto. I dati presentati nel progetto editoriale di EMERGENCY da Emily Griffith offrono una prospettiva sull’intero decennio 2011-2020, durante il quale gli IED hanno causato il 79 per cento (22.350) di tutte le vittime civili colpite da armi esplosive in Afghanistan. Dal gennaio del 2013 fino al dicembre del 2020 sono 136 le mass casualty gestite nel solo ospedale di Kabul. A queste vanno aggiunte le 14 già registrate nei primi otto mesi del 2021, inclusa l’esplosione del 26 agosto all’aeroporto, con 207 pazienti curati.

I report UNAMA evidenziano il numero più alto mai registrato di vittime civili nel 2018, con 3.804 persone uccise e 7.189 (di cui il 42 per cento è risultato vittima di IED) mentre nei primi sei mesi del 2021 si è già registrato un aumento del 47 per cento rispetto al semestre corrispondente del 2020. La tendenza è confermata anche dai dati di EMERGENCY: se nel 2013 sono state 6 le mass casualty gestite dall’ospedale di Kabul, dopo cinque anni, nel 2018, anno peggiore di sempre, queste salgono a 31, i feriti curati 534, di cui 33 minorenni e 31 donne (a cui vanno aggiunte 5 ragazze). Tra i 372 pazienti ammessi nel 2018 durante una mass casualty, 19 muoiono subito dopo l’ammissione, a causa della gravità delle ferite riportate.

“Il 2018 è stato un anno particolarmente difficile. Abbiamo assistito a una serie di attacchi complessi qui a Kabul. C’è stata in media una mass casualty ogni due settimane. Circa trenta in un solo anno”, ci ha detto Marco Puntin, Country Director di EMERGENCY nel Paese.

Ma il report testimonia anche la maggiore efficacia delle strutture di EMERGENCY, soprattutto grazie all’aumento del numero dei Posti di primo soccorso, che ricevono i feriti, li stabilizzano e li trasferiscono all’ospedale più vicino attraverso un sistema di ambulanze.

“L’idea è che intorno a un ospedale ci sia una rete estesa, capillare. E che questa rete segua per quanto possibile la mappa del conflitto, molto dinamica in Afghanistan”, spiegava Gino Strada.

Questa rete ha permesso una riduzione sia del lasso di tempo entro il quale i pazienti vengono operati, sia del rischio di mortalità durante i trasferimenti in ambulanza. Affinché i pazienti possano ricevere un intervento chirurgico o un trattamento avanzato, bisogna infatti intervenire entro 3, massimo 4 ore dal trauma.

Il report è disponibile online all’indirizzo https://afghanistan20.emergency.it/

Afghanistan20 è un progetto editoriale realizzato da EMERGENCY.

I testi sono stati realizzati dal giornalista Giuliano Battiston che ha lavorato tra giugno e inizio luglio 2021 nei tre ospedali principali di EMERGENCY a Kabul, Anabah e Lashkar-gah, e sono stati integrati con le interviste realizzate in Italia, le storie dell’archivio, i principali dati raccolti in questi anni da EMERGENCY e da UNAMA, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan.

Hanno offerto il loro contributo anche: Zuhal Ahad, giornalista esperta in tematiche di genere, BBC, Elise Blanchard, giornalista e fotografa, AFP, Amalia De Simone, giornalista freelance, Fabrizio Foschini, analista, Afghanistan Analyst Network, Emily Griffith, ricercatrice, Action on Armed Violence, Ezzatullah Mehrdad, giornalista, Nico Piro, giornalista RAI, Andrew Quilty, giornalista e fotografo, Marta Serafini, giornalista Corriere della Sera.

I testi sono stati redatti prima dell’offensiva militare che a metà agosto ha condotto i Talebani alla conquista del potere. La cornice temporale scelta è relativa agli ultimi 20 anni della guerra iniziata il 7 ottobre 2001, dopo gli attacchi avvenuti l’11 settembre 2021 negli Usa.

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