La campagna internazionale “Abolire Frontex” è nato da un’iniziativa di Ong, attivisti e giornalisti contro l’agenzia accusata di violare i diritti umani. Con azioni dimostrative in nove città europee, decine di associazioni hanno chiesto la cancellazione dell’Agenzia Europea per il Controllo dei Confini. Dal 1993 la Fortezza Europa ha provocato 40.000 morti, di cui 740 decessi in mare nel 2021. Tra i promotori Sea Watch, Mediterranea, Baobab Experience e Carola Rackete.

“Abolire Frontex” vuole porre fine al regime di frontiera dell’Unione Europea e rovesciare la prospettiva da cui fino ad oggi le istituzioni di Bruxelles hanno guardato le migrazioni. In realtà dalla caduta del Muro di Berlino la globalizzazione economica è stata l’unica globalizzazione che abbiamo subito, mentre i muri hanno continuato a proliferare. Risultato? Le merci hanno avuto sempre più diritto a muoversi rispetto alle persone. Oggi bisogna abbattere la fortezza, demilitarizzare i confini e demolire i muri, cominciando appunto da Frontex.

Parliamo di questo e di molto altro con Antonio Mazzeo, giornalista, saggista, ecopacifista e antimilitarista, attivo nei Movimenti No-Mous e vincitore nel 2010 del Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. Collaboratore di Pressenza Italia e Africa Express, ha incentrato le sue inchieste sulla militarizzazione dei flussi migratori che compongono la Fortezza Europa, sul commercio di armi, sulla geopolitica, sul dramma delle guerre e sulla violazione dei diritti umani.

Da chi è stata ideata Frontex? Con quali punti deboli nasce?

La storia di questa famigerata agenzia di “contenimento” dei flussi migratori e, come cercherò di spiegare, di repressione dei migranti e violazione dei loro più elementari diritti umani è lunga e complessa. Possiamo distinguere due fasi: la prima risale al lontano 2006, quando l’Unione Europea decise di dar vita a un’entità dotata di autonomi poteri di gestione e finanziari per assistere gli Stati membri e i paesi associati Schengen nella “protezione delle frontiere esterne”. La sua sede centrale fu istituita a Varsavia. Questa fase coincide temporalmente con alcune delle gravissime crisi esplose in Nordafrica (vedi le cosiddette Primavere arabe) e la brutale aggressione internazionale sotto il cappello USA e NATO della Libia (2011). Così Frontex ricevette un ampio mandato per “monitorare” i conseguenti flussi migratori, analizzarne le dinamiche e predisporre un ampio ventaglio di strumenti e interventi, ovviamente di tipo militare e sicuritario, per contrastare l’ingresso dei migranti del Sud del mondo nel vecchio continente e/o accelerare le procedure di respingimento nei paesi di provenienza o d’origine dei migranti dichiarati unilateralmente “irregolari”, nonostante l’esistenza di valide e comprovate ragioni perché fosse riconosciuto loro lo status di rifugiato e l’asilo in un paese UE.

Il “successo” dei funzionari di Frontex 1 in quella che a ragione ONG, associazioni di migranti e forze politiche e sociali antirazziste hanno definito la “guerra UE ai migranti e alle migrazioni” ha convinto il Consiglio dell’Unione ad ampliarne e potenziarne le funzioni, gli organici, i mezzi e i bilanci. Così nel settembre 2016 Frontex è stata convertita in “Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera”, enfatizzandone già con il nome le funzioni di controllo armato delle frontiere. Frontex 2 è stata elevata ad attore protagonista della “lotta alla criminalità transfrontaliera” dei paesi UE, in stretta cooperazione (ma nei fatti, anche per le enormi risorse finanziarie a disposizione, un gradino più su) con altre agenzie europee come EMSA (Agenzia per la Sicurezza Marittima) o EFCA (Agenzia di Controllo della Pesca), ecc.

Sempre a Frontex 2 sono stati concessi ampi poteri di raccolta e sistematizzazione di dati sensibili e d’intelligence che possono essere condivisi con l’Europol, l’Agenzia europea per la cooperazione nel contrasto della criminalità internazionale e il terrorismo, inclusi quelli “su persone sospettate di essere coinvolte in attività criminali quali il traffico di migranti, la tratta di esseri umani e il terrorismo”.

Ovviamente ci sono ignote le ragioni per mettere insieme tratta e terrorismo, dato che ad oggi non risulta che indagini indipendenti abbiano mai provato correlazioni di alcun genere tra questi fenomeni complessi, ma la narrazione della conseguente equazione migranti = terrorismo è stata utile per giustificare operazioni militari internazionali nel Sahel o in Corno d’Africa o per ulteriori attacchi ai diritti soggettivi e alle libertà di migranti e richiedenti asilo all’interno dell’Unione.

Da “Agenzia della Guardia di Frontiera e Costiera” Frontex ha visto moltiplicare gli sforzi dei suoi esperti-spia delle frontiere, accanto ai ricercatori delle università e dei centri privati del settore sicurezza e ai manager delle holding militari-industriali europee ed extra-europee “per assicurare che le nuove tecnologie soddisfino le esigenze delle autorità di controllo delle frontiere”, così come riporta letteralmente la pagina di presentazione della super-agenzia. Sin dalla sua origine, essa ha promosso o sponsorizzato mostre e fiere internazionali dei più aggressivi e moderni sistemi di vigilanza e identificazione, comando, controllo e intelligence (aerei, marittimi e terrestri), contribuendo alla ricerca e/o la riconversione dei sistemi bellici in funzione anti-migrante. Frontex 1 e 2 hanno poi fatto da vero e proprio laboratorio sperimentale degli ultimi ritrovati, primi fra tutti i droni, emblema della totale disumanizzazione degli interventi di “controllo delle frontiere” e del colpevole fallimento delle operazioni di “ricerca e soccorso” che Bruxelles ha delegato ai cinici funzionari dell’agenzia di Varsavia e della sua succursale mediterranea di Catania. Penso in particolare agli “Heron” i velivoli senza pilota di produzione israeliana, che dopo il battesimo del fuoco a Gaza, in Libano e Siria, oggi monitorizzano e memorizzano dall’alto i naufragi di centinaia e centinaia di migranti nel Canale di Sicilia e nell’Egeo.

Con il regolamento adottato dal Consiglio Europeo cinque anni fa, l’agenzia ha ottenuto ingenti finanziamenti per dotarsi di una “riserva di guardie di frontiera”, personale ultra-specializzato di “intervento rapido” in caso di crisi e flussi migratori crescenti, mezzi militari (navi, velivoli con e senza pilota, elicotteri, sistemi radar e telecomunicazione, veicoli terrestri, ecc) ed altri equipaggiamenti tecnici.

Bastano alcuni dati per rendersi conto delle ingenti spese dei paesi UE per potenziare i dispositivi Frontex. Il budget a sua disposizione è infatti passato dai 143 milioni di euro previsti per il 2015 ai 322 milioni dello scorso anno. Nello stesso periodo il personale dipendente dell’agenzia è cresciuto da 402 unità a più di 1.000. Stratosferiche le quantità di denaro che l’UE conta di “investire” a suo favore entro il 2027: 5,6 miliardi di euro, con l’ipotesi di giungere ad arruolare sino a 10.000 “poliziotti di confine” e di acquistare nuovi mezzi armati (navi, aerei, elicotteri, sofisticati sistemi di video-vigilanza e muri e recinzioni elettronici).

Cos’ha implicato la militarizzazione dei confini europei e dei flussi migratori?

Tutti gli effetti catastrofici generati da un conflitto: morti, sparizioni, sfollamenti e separazioni, torture, privazione di diritti e libertà, ecc. Nella loro lettera indirizzata alla Commissione, al Consiglio e al Parlamento Europeo, le organizzazioni che hanno promosso la campagna internazionale per l’abolizione di Frontex ci forniscono dati drammatici. Le pratiche inumane e illegali della Fortezza Europa hanno prodotto dal 1993 ad oggi oltre 40.000 morti tra coloro hanno tentato di attraversare i confini marittimi e terrestri comunitari. Bambine e bambini, donne e uomini lasciati morire nel Mediterraneo, nell’Oceano Atlantico e nel deserto, fermati e uccisi dagli eserciti e dalle forze di polizia ai confini (eserciti e forze di polizia addestrati, armati e finanziati dall’Unione Europea), barbaramente torturati e assassinati nei lager in cui sono stati deportati ancora una volta grazie al supporto dei funzionari di Frontex o delle Marine militari dei paesi UE. L’Unione Europea ha davvero le mani sporche di sangue…, ci ricordano ancora i promotori della Campagna No Frontex.

Quali altre violazione dei diritti umani ha commesso Frontex?

Consentimi una precisazione. Ad accusare Frontex di innumerevoli pratiche illegali e di violazione dei più elementari diritti fondamentali non sono solo ONG e associazioni antirazziste. Report e documenti incontrovertibili sono stati prodotti da organizzazioni internazionali come l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) o l’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e la Commissione Europea è stata ripetutamente informata dei crimini commessi dalla sua agenzia di guerra alle migrazioni da membri del Parlamento Europeo e commissioni d’inchiesta. Lo scorso dicembre, numerosi membri della Commissione per le libertà civili e gli affari interni dell’Europarlamento hanno stigmatizzato il ruolo della Guardia di frontiera europea in innumerevoli respingimenti e nelle conseguenti operazioni di rimpatrio forzato dei migranti che cercavano di raggiungere le coste o i confini di terra UE.

I respingimenti, lo ricordiamo, sono atti del tutto contrari agli accordi internazionali per la protezione dei rifugiati. Nessuno può essere espulso o rimpatriato verso un paese in cui è minacciata la sua incolumità, eppure Frontex è in prima linea nei programmi di rimpatrio nei paesi d’origine e/o riconsegna dei potenziali richiedenti asilo a paesi terzi (vedi la Libia). L’agenzia, in particolare, interviene direttamente nei fermi e nelle deportazioni con propri voli charter, finanzia i paesi partner (primo fra tutti la Turchia di Erdogan, gendarme di morte del confine terrestre e marittimo con la Grecia) e ne coordina le attività di rimpatrio e detenzione. Sono ancora organizzazioni governative ed europarlamentari a ricordare come il pieno sostegno di Bruxelles (ma anche delle forze armate e di polizia italiane) alla cosiddetta Guardia Costiera libica abbia contribuito solo nei primi cinque mesi del 2021 alla cattura e deportazione nei famigerati lager del paese nordafricano di oltre 13.000 bambine/i, donne e uomini, tutte persone che avevano diritto di chiedere ed ottenere asilo in Europa.

Per comprendere la dimensione di questi dati, va ricordato che è già stato superato di 2.000 unità il numero delle persone deportate in Libia lo scorso anno. OIM e UNHCR, con un comunicato congiunto di soli due giorni fa ribadiscono che in Libia “mancano le condizioni di base per garantire la sicurezza e la protezione dei migranti e dei rifugiati soccorsi dopo lo sbarco” e che pertanto essa “non può essere considerata un porto sicuro. I migranti e i rifugiati riportati in Libia spesso si ritrovano in condizioni inumane e possono essere esposti ad abusi ed estorsioni”, aggiungono le due organizzazioni internazionali. “Altri scompaiono e sono irreperibili e si teme che alcuni possano essere stati incanalati in reti di traffico di esseri umani…”. Frontex, cioè, contribuisce deliberatamente alla deriva criminale dei processi migratori.

Lasciando perdere le strumentalizzazioni della destra sulle politiche di accoglienza, può darsi che Frontex abbia impedito delle vere e proprie politiche d’accoglienza rispondendo con politiche securitarie?

Direi che Frontex ha contribuito enormemente alla narrazione che l’accoglienza non è possibile né auspicabile. Meglio “aiutarli a casa loro”, cioè lontano dagli occhi e dai riflettori mediatici, stipati nelle fatiscenti prigioni di lamiera in pieno deserto o affogati per la volontaria inerzia delle guardie costiere del nord e del sud Mediterraneo. O che l’accoglienza a casa nostra deve essere iper-controllata e militarizzata in grandi centri semi-detentivi, un limbo che si riproduce all’infinito innanzitutto per piegare e annullare identità e soggettività, speranze, desideri e umanità. Quando penso alle tendopoli e alle baraccopoli di fortuna in Grecia e in Sicilia, ai megacentri di identificazione pre-respingimento un po’ ovunque in Europa (un business milionario per agenzie private, contractor e pseudo associazioni e pseudo cooperative), dobbiamo riconoscere che Frontex e i suoi sostenitori hanno fatto davvero un “ottimo” lavoro. Hanno implementato e sostenuto un modello che adesso l’UE può esportare ed esternalizzare oltreconfine.

In Occidente, autoctoni e migranti sono ormai tutti sotto il mantra della “sicurezza” e della “sorveglianza”. A cosa porterà tutta questa mania di controllo?

Torna ad esserci utile quanto scriveva giù diversi anni fa il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, cioè che le migrazioni svolgono da sempre una “straordinaria funzione specchio”, sono cioè “rivelatrici delle più profonde contraddizioni di una società, della sua organizzazione politica e delle sue relazioni con le altre società”. Il neofascismo dirompente un po’ in tutto il continente e soprattutto in quei paesi che più concorrono alle politiche di aperta repressione dei migranti e richiedenti asilo; la xenofobia e il razzismo dilagante; l’intolleranza e le discriminazioni contro le comunità e i soggetti più fragili; il machismo e le violenze di genere, ecc. sono lo “specchio” di come ci si relazioni oggi con fenomeni complessi come le migrazioni e, ovviamente, concorrono ad alimentare il circolo vizioso militarizzazione-repressione-militarizzazione delle società europee. Le conseguenze sono devastanti non solo per le vite degli “indesiderati” in fuga dai crimini globali del capitalismo, ma anche per la tenuta stessa della democrazia e della libertà di espressione della “civile” Europa. Lo stato d’emergenza e le repressioni colpiscono – con sempre meno anticorpi sociali – sempre di più i movimenti che si oppongono al neoliberismo e alle sue efferate ricette politiche ed economiche. Come dire che chi di “migrazione ferisce di migrazione perisce”. Quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare a “loro” ritorna ancora più terribile e violento “a noi”. Come accade da sempre in tutte le guerre, gli effetti più deleteri si pagano sul fronte interno.