Accelerazione e flessibilità sono queste le parole che descrivono la tarda modernità, il cui rapido cambiamento tecnologico e il nuovo modo di produrre e commercializzare beni e servizi hanno determinato conseguenze dirette sulle dinamiche del mercato, cambiando i tipi di lavoro e la vita sociale dei lavoratori. L’attuale crisi pandemica Covid-19 ha portato alla luce e incrementato criticità sistemiche e disuguaglianze socio-economiche già esistenti.

Per amore di concretezza e per evitare di ricorrere a un anglicismo opaco, il neologismo Gig economy può essere tradotto con l’espressione “economia dei lavoretti”, ovvero quelle attività lavorative che permettono di “guadagnarsi da vivere” o integrare il proprio reddito con lavori saltuari incardinati e organizzati dalle piattaforme digitali attraverso il freelancing. Si parla infatti di lavoro su richiesta – on demand – quando è presente una domanda per i propri servizi, prodotti o competenze. Questo modello economico si basa sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sul lavoro stabile e continuativo, con maggiori garanzie contrattuali. Le condizioni di lavoro precarie sono mimetizzate da formule che puntano sull’autonomia di scelta e organizzazione dei tempi di lavoro in modo individuale e sulla facilità di accesso e di ottenimento del lavoro offrendo opportunità a tutti/e senza discriminazione di sesso, razza, età, nonché senza colloquio per verificare motivazioni, qualifiche ed esperienze precedenti. Nell’economia dei lavoretti sono tutti/e in proprio e svolgono attività temporanee, interinali, part-time, saltuarie, provvisorie.

Numerose sono le figure professionali che hanno dovuto adattarsi e affidarsi alle piattaforme per trovare lavoro, come docenti, babysitter e addetti/e alle pulizie. Il classico passaparola e l’annuncio lasciato dal panettiere o affisso fuori dalla scuola non funziona più, le piattaforme hanno imposto una nuova tradizione di funzionamento con logiche completamente diverse dalle precedenti. Così, lontani dalla visione di un’occupazione stabile e a fronte dell’emergenza sanitaria, molti si sono ritrovati a consegnare cibo in bicicletta, tanto che le piattaforme si sono riempite di nuova forza lavoro da impiegare.

Il settore del food delivery sembra essere più visibile di altre categorie professionali per due questioni. La prima riguarda la visibilità fisica nei contesti urbani simboleggiata da indumenti fosforescenti e cubi in spalla, diventando inoltre «essenziali» alla ristorazione colpita dalle chiusure disposte per contenere la circolazione di Covid. La seconda si riferisce alla forza di unirsi nelle battaglie su diritti e tutele, l’ultima lanciata venerdì 26 marzo dalla rete nazionale RiderXiDiritti che ha proclamato il #nodeliveryday, lo stop alle consegne invitando i clienti a fare la loro parte rinunciando per un giorno alle chiamate per ricevere pasti o acquisti a domicilio.

Attraverso la facilitazione della situazione di conoscenza e stabilendo le regole che definiscono l’incontro tra domanda e offerta, è quindi possibile parlare di una piattaforma che agisce nel senso che è destinata a produrre effetti sulle persone. Oltre alla disintermediazione che facilita il contatto tra utenti e produttori, si parla anche di re-intermediazione perché le funzioni di intermediazione rimangono e definiscono regole impersonali. Il lavoro è dettato poi da algoritmi che per quanto riguarda i riders impongono percorsi e ritmi. «C’è l’app che dice vai lì, prendi questo e porta lì», afferma un rider intervistato. L’algoritmo è stabilito per l’ottimizzazione del profitto ed è calibrato su condizioni ottimali che non tengono conto «magari di un ascensore rotto» come sostiene ancora il rider. Per cui necessita di essere istruito e a tal proposito esiste una forza lavoro che procede in questo senso dando indicazioni che rendono così l’algoritmo autonomo, inaccessibile, autoritario e categorico (Zellini, 2018).

Nella nostra società, il lavoro ha sempre costituito un’importante componente dell’immagine di sé e «l’interesse verte sullo status socio-economico» come sostiene Goffman ne “La vita quotidiana come rappresentazione” (1959). Alcune professioni, infatti, finiscono per coincidere con l’identità profonda della persona, quando questo accade il mestiere diventa un mero ruolo sociale, fortemente identitario, che induce a presentarci secondo la formula: “Mi chiamo… e sono infermiere”, poiché l’uso del linguaggio veicola aspetti ideologici e identitari. Una simile costruzione della frase non avviene così facilmente in situazioni di precarietà e instabilità lavorativa o in presenza di differenti aspettative lavorative e altri progetti futuri. In questo senso, il rider intervistato si presenta come uno studente universitario, dicendo «Mi chiamo… e quando ho iniziato a lavorare con Deliveroo […]».

Si tratta quindi di una piattaforma che agisce secondo la tipologia weberiana dell’azione razionale rispetto allo scopo, chiara e razionalmente organizza i suoi mezzi per raggiungerlo, ma al di là degli aspetti del quadro giuridico legati alla prospettiva normativa e alle questioni relative al salario minimo orario, esistono rischi meno visibili sulla base delle trasformazioni dell’identità lavorativa. In particolare, due sono i rischi su cui bisogna iniziare a riflettere.

Il primo concerne la competizione latente all’interno del settore delle consegne. La composizione della forza lavoro del food delivery è eterogenea, persone adulte che hanno perso il lavoro o con condizioni giuridiche precarie, ma anche giovani – compresi gli/le studenti/studentesse universitari/e – che si trovano a fare lavori saltuari per costruire la loro indipendenza economica e uscire dal nucleo familiare. In questo modo troviamo quelli che fanno questo lavoro per aumentare le loro risorse economiche e coloro che invece vedono in questa occupazione un ruolo importante per la loro esistenza. Significa quindi connotare diversamente la definizione del sé lavorativo e dare un valore diverso al lavoro.

La piattaforma facilita chiunque all’accesso e in pochi passaggi si ottiene un impiego. Tuttavia, le valutazioni si basano sul meccanismo di feedback e reputazione, un sistema di punteggio che consente la continuità lavorativa. «Non siamo in competizione, anzi, ma è colpa dell’algoritmo», afferma un rider. Una frase che evidenzia le fragilità di un sistema dominato dagli algoritmi, da un nemico immateriale e deresponsabilizzato. Una mancanza di responsabilità tale da generare competizione all’interno della forza lavoro, in quanto si creano distanze e tensioni tra chi vede questo impiego come un’opportunità per aumentare le proprie risorse economiche e coloro la cui unica fonte di reddito è rappresentata da questo lavoro.

Il secondo riguarda l’alienazione e l’assenza di percezione di una sorta di autosfruttamento entrando in un meccanismo perverso tra necessità e autoinganno. Un rider intervistato afferma che «a Roma se ne trovano molti con la bicicletta nonostante la poca percorribilità, soprattutto ragazzi africani, che praticamente stanno tredici ore in bicicletta con un massimale di dieci chilometri, che non sono pochi!» La piattaforma contribuisce a creare la realtà quotidiana, cioè la struttura temporale della vita non solo imponendo sequenze predisposte sull’agenda del singolo individuo, ma anche sulla biografia complessiva. Non esistono turni di lavoro, né perimetri definiti, né confini precisi, ma si assiste a un’erosione del tempo.

E cosa rimane del mio essere lavoratore/lavoratrice come rider? Ne resta la componente meccanica e la perdita di identità professionale.