Dopo la lunga intervista a Gianfranco Schiavone, ci eravamo augurati che i riflettori su quello che stava avvenendo lungo la rotta balcanica si accendessero, che i media andassero a riprendere, che si vedesse, che fosse resa pubblica quella vergogna che avveniva dentro i confini dell’Europa.

In questi ultimi due mesi una serie di articoli di giornale hanno ben spiegato cosa avviene, le immagini di alcuni servizi televisivi sono state importanti. Così intervistiamo Fabio Colazzo, filmaker di La7, che, con la giornalista Sara Giudici, ha firmato l’ottimo servizio mandato durante la trasmissione Piazza Pulita del 22 Gennaio.

Fabio, raccontaci.

Siamo andati sul posto in seguito all’incendio del campo di Lipa, è stato un viaggio in auto, di una settimana. Volevamo ripercorrere la rotta balcanica che, come oramai si sa, non è la via più costosa, o quella più pericolosa, ma è la più lunga. Abbiamo incontrato persone che sono da anni in quella “trappola”. Vista la stagione fredda non abbiamo incontrato né famiglie né donne, ma solo giovani dai 16-17 anni fino ai 30-35. Negli ultimi mesi i respingimenti della polizia croata sono sempre più duri: violenza e spoliazione di tutto. Viste le temperature, rimanere senza indumenti adeguati o scarpe e, persi a piedi nei boschi, senza un cellulare che permetta di orientarsi, diventa tremendo. Le persone rimangono terrorizzate, e questo in fondo è l’obiettivo. Vicino al confine tra Croazia e Bosnia abbiamo visto decine di case o fabbriche abbandonate, dei ruderi, dove questi giovani vivono. Nei boschi vi sono poi delle vere e proprie baraccopoli (di tende) chiamate in gergo jungle (giungla, come quelle di Calais…). Abbiamo conosciuto una folta comunità di giovani del Bangladesh che in quel momento stava soccorrendo un iraniano con un principio di congelamento.

Avete incontrato più rabbia o più disperazione?

Non abbiamo visto rabbia, abbiamo visto gente determinata ad aspettare, fino a quando non sarà più facile passare, gente che proverà e riproverà… Confidano nella primavera. L’impressione che comunicano quei volti è lo stupore: non capiscono il perché di quei respingimenti, a maggior ragione di giovani che erano riusciti ad arrivare fino in Italia e che ora si ritrovano un’altra volta lì.

Cio’ che più mi ha sorpreso è l’incapacità di mettere in piedi delle strutture di accoglienza per questa gente che avessero un minimo di consistenza. Il nulla. Già il campo di Lipa che poi è bruciato la notte prima di Natale era stato giudicato inadeguato: senza fognature e senza acqua corrente. Dove sono finiti i soldi della comunità europea che avrebbero finanziato questi luoghi? Luoghi inconsistenti nel nulla, lontano da tutto, visto che i campi precedenti nei pressi delle città erano stati smobilitati per le proteste dei cittadini.

Quando siamo arrivati nei pressi di quello che era il campo di Lipa abbiamo visto una fila lunghissima, sotto la neve, fatta di centinaia di persone in coda per la distribuzione di cibo. Distribuzione consistente in un pasto al giorno, freddo, e un the caldo, fatta dalla croce rossa turca. La polizia aveva dato disposizione che nessun giornalista entrasse, ma quel giorno ce l’abbiamo fatta. In quello stesso campo ho visto gente che si lavava con dell’acqua non potabile che fuoriusciva da un rigagnolo. Sotto zero, sotto la neve. Gente che non aveva mai visto la neve prima e che quando ci hanno parlato hanno nominato questa “pioggia fredda”.

Abbiamo conosciuto un altro gruppo di persone, che si stavano lavando, questa volta con dell’acqua scaldata; si stavano preparando alla preghiera, ci hanno fatto entrare nella baracca, ci hanno lasciato filmare anche la loro preghiera e poi ci hanno offerto un the chai. Siamo stati con loro, parlando un po’ di tutto.

So che sei tornato in Italia e sei stato messo lì con altre decine di giornalisti e operatori a presidiare i palazzi del governo italiano. Che effetto ti ha fatto passare da quei luoghi a questi?

Si, ma questo fa parte della sensibilità di ognuno… Io sentivo di sprecare tanto tempo lì. E’ stato parecchio frustrante aspettare il tal senatore che poi magari un giorno diceva una cosa e il giorno dopo diceva il contrario… Certo c’era molta, ma molta, più stampa davanti al Quirinale che non al campo di Bihac.

 

Fotogallery di Cosimo Cariddi