Trump e la democrazia: ultimi tentativi legali e politici per ribaltare l’elezione del 2020

12.12.2020 - Domenico Maceri

Trump e la democrazia: ultimi tentativi legali e politici per ribaltare l’elezione del 2020

“Non si tratta solo di onorare i voti dei 74 milioni di americani che hanno votato per me, ma di assicurarsi che gli americani abbiano fiducia in questa elezione e in quelle del futuro”. Così il presidente americano uscente Donald Trump in un video nel quale continua ad asserire falsamente di aver vinto l’elezione del 2020.

Trump non riconosce il basilare principio democratico secondo cui Joe Biden ha prevalso. Tutti i 50 Stati hanno già certificato gli esiti elettorali, dando Biden come vincitore. Il candidato democratico ha ricevuto 81 milioni di voti, 7 milioni più di Trump (51% Vs. 46%). Per quanto riguarda l’Electoral College, Biden ha conquistato 306 voti, 36 più del minimo di 270 per la vittoria. Questa è la democrazia, ma il presidente uscente la definisce in tal modo solo quando vince lui.

Trump aveva già dato segnali della sua incapacità di accettare esiti elettorali negativi. Nell’elezione del 2016 aveva dichiarato che avrebbe accettato il risultato solo in caso di una sua vittoria. Gli andò bene e la sua avversaria Hillary Clinton il giorno dopo l’elezione riconobbe la sconfitta. Dunque Trump non è cambiato: o vince lui o la democrazia non funziona.

I suoi metodi per rovesciare l’esito elettorale non hanno però funzionato. I tentativi legali di squalificare i voti negli Stati in bilico che gli hanno negato un secondo mandato, come Pennsylvania, Arizona, Georgia, Nevada e Michigan, si sono rivelati inutili. Denuncia dopo denuncia Trump è stato sconfitto. L’ultimissimo risultato negativo è stato un rifiuto della Corte Suprema di ribaltare o ritardare l’esito del voto in Pennsylvania. Una semplice comunicazione emessa dopo soli 34 minuti senza nessuna spiegazione ha sconfitto Trump il quale si sarà sentito tradito dai tre membri della Corte da lui nominato. Nemmeno le altre denunce presentate da Rudy Giuliani, il suo avvocato personale, adesso positivo al Covid-19, non hanno avuto successo.

Con ogni probabilità Trump si aspettava questi risultati ed è per questo che il suo rappresentante legale è stato proprio Giuliani, ottimo per fare rumore nella televisione via cavo, ma letteralmente incapace di affrontare serie questioni legali. Una lunga lista di avvocati americani ha persino richiesto che la licenza di avvocato di Giuliani venisse sospesa per tutte le menzogne diffuse dall’ex sindaco di New York per promuovere la realtà alternativa del suo capo.

A dare man forte a Giuliani, il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha presentato una denuncia alla Corte Suprema, asserendo che Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin hanno danneggiato i texani poiché hanno modificato le loro leggi sull’elezione a causa della pandemia. Una denuncia che ha sbalordito gli analisti legali poiché le leggi elettorali riguardano i singoli Stati e non il governo federale. Paxton è tipicamente “trumpiano” nelle sue trovate, ma anche nei suoi comportamenti poco etici. Attualmente è indagato per frode fiscale ed è anche accusato da alcuni suoi collaboratori di abusi di potere e corruzione. Non sorprenderebbe dunque se Paxton stesse cercando di ingraziarsi Trump, sperando in una grazia presidenziale.

Trump ha tentato anche di ribaltare l’esito dell’elezione facendo pressione sui leader del suo partito al livello statale. I grandi elettori che alla fine eleggeranno il presidente formalmente il 14 dicembre vengono nominati dalle leadership statali in modo da riflettere il risultato dell’elezione. In casi di brogli elettorali il governatore e le legislature statali avrebbero il diritto legale di nominare gli elettori secondo il loro giudizio. In Nevada, Pennsylvania e Georgia e Michigan, quattro Stati vinti da Biden alle urne, Trump ha direttamente chiesto di non considerare gli esiti elettorali. I governatori di questi Stati lo hanno ignorato, aderendo ai principi elettorali. In questo senso si sono comportati non da membri del Partito Repubblicano, come voleva Trump, ma da funzionari governativi, mettendo in pratica le leggi dei loro Stati. Lo hanno fatto perché la Costituzione dei loro Stati lo richiede. Andrebbero ammirati, specialmente in confronto ai legislatori a livello federale, complici delle furbizie del presidente uscente. Con l’eccezione di Mitt Romney, senatore dell’Utah, la stragrande maggioranza dei membri repubblicani della Camera Alta ha mantenuto il silenzio sull’esito elettorale. Biden ha dichiarato che parecchi di loro si sono congratulati per la sua vittoria, ma solo in privato, per paura di suscitare le ire di Trump. Un sondaggio del Washington Post ha scoperto che solo 27 dei parlamentari repubblicani hanno ammesso la vittoria di Biden. Gli altri non hanno voluto esprimersi.

La maggioranza silenziosa dei leader repubblicani mostra l’assoluto dominio di Trump sul Grand Old Party. Trump ha perso nel 2020 e nonostante il rifiuto di accettare la realtà ha già espresso l’intenzione di ricandidarsi nel 2024. Le sue ultimissime battaglie legali e politiche per ribaltare l’esito elettorale sarebbero in questa luce un tentativo di delegittimare la vittoria di Biden. Allo stesso tempo mirano a mantenere uniti i suoi seguaci. Sta funzionando: i loro contributi finanziari continuano ad arricchire le sue casse. Anche se non si dovesse ricandidare nel 2024, Trump rimarrebbe una voce importante nel Partito Repubblicano. Biden è riuscito a togliergli la presidenza. Togliergli la leadership del GOP pare impossibile.

 

 

Categorie: Nord America, Opinioni, Politica
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