A Sidi Bouzid, una città emarginata di 85. 000 abitanti, nella Tunisia centrale, rimane un carretto/monumento nella piazza, a simboleggiare il ricordo di quel tragico 17 dicembre di 10 anni fa: Tarek el-Tayeb Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di 26 anni si diede fuoco. La sua auto-immolazione era in risposta alla confisca delle sue merci, alle molestie e alle umiliazioni inflittegli da un funzionario municipale e dai suoi collaboratori. Fu l’inizio della “rivolta dei gelsomini” in Tunisia e della più ampia “primavera araba” contro i regimi autocratici della regione arabo/mediterranea. Tarek el-Tayeb Mohamed Bouazizi ne fu il catalizzatore e lo sventurato faro che accese, allora, le speranze di molti popoli, in particolare di siriani, egiziani e libici.

Dieci anni dopo, la Tunisia affronta lo spettro di una rivoluzione incompiuta e ne ha celebrato il decimo anniversario con un retrogusto amaro. Lo slogan originale, gridato allora nelle piazze, era “libertà, lavoro, dignità!”. Oggi, “abbiamo ottenuto la libertà, più o meno dignità, ma niente lavoro!”. Dieci anni dopo la rabbia sociale non si è placata a Sidi Bouzid, e altrove nel Paese, anzi. E la crisi sanitaria ne ha accentuato i sintomi.

Anche in molte altre città ci sono state manifestazioni per chiedere i posti di lavoro e gli investimenti promessi. Disagi non più repressi che si protraggono da tempo, come vicino a Tataouine, profondo sud, dove dei giovani, hanno minacciato di interrompere la produzione di petrolio. O a Sbeïtla, dove ci sono splendide rovine romane, nella regione di Kasserine, nel sud-ovest del Paese, con lo scoppio di disordini dopo la morte di un mercante, che stava dormendo nel suo chiosco abusivo quando le autorità sono intervenute per distruggerlo. Un’altra goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo, è stata la morte di Badreddine Aloui, 26enne medico, deceduto il 3 dicembre in ospedale a Jendouba (nord- ovest) per una caduta di cinque metri in un ascensore guasto e mai riparato; così come quando il 1° dicembre, un uomo si è dato fuoco a Zaghouan (centro- nord) dopo aver scoperto di non esser stato assunto come operaio.

Per non farsi mancare niente i tunisini stanno riscoprendo anche le “guerre” tribali che pensavano fossero finite nel pozzo del passato: due tribù nel profondo sud del paese hanno causato una crisi sociale per una disputa sul possesso di un terreno ricco, nel sottosuolo, d’acqua. Alcuni residenti accusano l’assenza dello Stato. Un morto, cinquanta feriti, veicoli e cose danneggiate, questo è il triste record degli scontri avvenuti, nell’ultima settimana, nella regione di Ain Skhouna tra gli abitanti di Douz e Béni Khedach, con l’utilizzo di mazze e fucili da caccia.

I bassi salari sono divorati dall’inflazione e l’instabilità politica sta dissolvendo, soprattutto nei giovani, le speranze che si concretizzino riforme fondamentali. “Vi abbiamo preparato la strada per la libertà, ma avete fatto una deviazione”, si leggeva nei grandi manifesti affissi nel centro di Sidi Bouzid.

La classe politica, più frammentata che mai dalle elezioni legislative del 2019, si sta lacerando senza essere in grado di intervenire all’aumentare dell’emergenza sociale, con le drammatiche ricadute della nuova pandemia di coronavirus. Dieci governi dalla fine della rivolta, di cui tre negli ultimi 10 mesi: è in questi numeri che si deve leggere l’impotenza della politica a trovare rimedi. Il 17 dicembre una folla davanti al palazzo dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (parlamento) nel quartiere del Bardo, nel centro di Tunisi, richiedeva, a gran voce, lo scioglimento della stessa e lo svolgimento di nuove elezioni.

I tunisini rappresentano, attualmente, la metà dei migranti che arrivano illegalmente in Italia: le traversate clandestine del Mediterraneo sono in aumento dal 2017, a fronte della mancanza di prospettive.

La disoccupazione é al 16,2%, con un picco di quasi il 30% tra i laureati. Il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto l’8,3% del PIL, contro il 3,6% del 2009. Il Parlamento ha eccezionalmente dovuto chiedere alla Banca Centrale un rifinanziamento del Tesoro pubblico per un importo di 2,81 miliardi di dinari (860 milioni di euro).

Il crollo delle entrate per il turismo, uno dei pilastri dell’economia tunisina, dovuto alla pandemia del Covid-19, ha sicuramente dato il colpo di grazia ad un’economia già in sofferenza. Da non sottovalutare il fenomeno dei quartieri popolari e sovrappopolati che si sono formati a ridosso delle città più prospere. Sono dei potenziali focolai di esplosione sociale.

L’esempio é Bhar Lazreg (il “mare blu”), che, a dispetto del nome, é un immenso quartiere, che affoga nel fango durante le piogge. Ufficialmente appartenente al comune di La Marsa, città balneare a 20 chilometri da Tunisi, apprezzata dalla borghesia tunisina e dagli espatriati europei, è il distretto “il cui nome deve essere taciuto” perché sinonimo di costruzioni abusive (il 100%), delinquenza e migrazione illegale subsahariana, che entrano frequentemente in un conflitto fra poveri. Con 50.000 abitanti ha la metà della popolazione di La Marsa.

Nonostante l’espandersi di un sentimento di disillusione, sono ancora tanti a credere che in Tunisia la “rivolta dei gelsomini” non sia fallita davvero. Un regime dittatoriale è stato rovesciato e oggi il Paese ha una Costituzione che non deve temere il confronto con una europea. Esiste una società aperta con libertà di parola e un giornalismo senza censure, con i diritti delle donne ampiamente riconosciuti e l’uguaglianza di genere. Ci sono state tre elezioni parlamentari che non sono state truccate, ma libere. Due Presidenti sono stati eletti direttamente dal Popolo, senza inganni. La società civile ha conquistato il suo posto e il numero delle associazioni nel Paese è triplicato.

Per questo, nonostante tutto, le proteste di oggi difficilmente saranno portate alle estreme conseguenze di 10 anni fa: il sapore della libertà non farà retromarcia. Anche se in una fetta della popolazione si fa strada il desiderio di un ritorno al passato, se non a quello dell’epoca di Zine el-Abidine Ben Ali, sicuramente a quello del mai dimenticato Presidente del post indipendenza Habib Bourguiba, il Padre della Nazione.

A questo proposito l’ultimo sondaggio effettuato dall’istituto Sigma Conseil durante il corrente mese mostra la spettacolare ascesa, nelle intenzioni di voto per le elezioni legislative, del Pdl, (Partito desturiano libero) che appunto si rivolge al passato bourghibiano, sospinto dalla pasionaria, nel panorama politico tunisino, Abir Moussi. In effetti, se si votasse oggi, il PDL, con il 36,9%, supererebbe da solo il trio composto da Ennahdha (islamismo moderato) Qalb Tounes (presieduto dal magnate televisivo ed ex candidato alle lezioni presidenziali Nabil Karoui) e Al Karama (islamismo radicale) messi insieme.

Va comunque sottolineato che il 71,1% degli intervistati non ha espresso la propria opinione, a dimostrazione del disincanto circolante nel Paese.

La Tunisia resta comunque un’eccezione nord-africana e araba. Incomparabile con le situazioni createsi in Libia e Siria, pervase da sistemi tribali e soggiogate da interventi esterni, solo l’Egitto ha avuto un esito iniziale positivo nella sua “primavera” con l’abbattimento del regime di Hosni Moubarak. Anche se poi la storia ha avuto in seguito, come ben si sa, un’altra svolta autoritaria con l’ingresso al potere di Abdel Fattah al-Sisi.

La comparazione fra la Tunisia e l’Egitto risiede nel fatto che in entrambi questi Stati esistevano una società civile ed un sistema sindacale diffusi, con una presenza capillare, anche se allora dietro le quinte, della confraternita dei Fratelli Musulmani. L’errore fatto da questi ultimi in Egitto, una volta raggiunto il potere con Mohamed Morsi, é stato quello di non adeguarsi al gioco politico democratico. Cosa invece perfettamente riuscita in Tunisia con il partito Ennahdha, guidato da un più scaltro Rached Ghannouchi.

Comunque sia il soffio della storia e delle rivolte non si esaurisce con una generazione.

 

 

 

 

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