È una riflessione che già le rivolte di Seattle, i movimenti altermondialisti in America Latina e in India e i movimenti no-global avevano portato come tra le principali battaglie contro la globalizzazione neoliberista, perdendola però negli anni. Un campo interdisciplinare che affronta i temi etico, bioetico, politico ed economico che vede come protagonista il nostro futuro.

La voce, cosiddetta “terzomondista”, che ha più di tutti trattato criticamente i diritti di proprietà intellettuale, è sicuramente la scienziata ed ambientalista indiana Vandana Shiva.

Secondo la Shiva, il tentativo di estensione globale del sistema dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale vigente negli Stati Uniti può essere visto come l’estensione del colonialismo al mondo delle idee. Nel 1493 papa Alessandro VI, nella sua funzione di arbitro fra spagnoli e portoghesi, assegnò ai Re Cattolici, con la bolla Inter Caetera, tutte le terre al di là di una linea di demarcazione posta a cento miglia ad ovest delle Azzorre. In questo modo l’usurpazione coloniale venne trasformata in volere divino, sulla base del presupposto che le popolazioni delle terre così arbitrariamente assegnate fossero riducibili alla stregua di natura priva di ogni forma di umanità e libertà.

Oggi, la pretesa di appropriarsi del codice genetico, delle sementi e dei medicinali tramite brevetti e diritti di proprietà intellettuale si basa sulla stessa logica. Tutto ciò che non è stato sottoposto al regime eurocentrico della proprietà privata, poiché da sempre è stato patrimonio collettivo di una cultura tradizionale, oggi può essere privatizzato.

Vandana Shiva chiama questo processo, di recinzione dei territori comuni del mondo delle idee, “biopirateria”, ovvero l’appropriazione della conoscenza e della biodiversità per ottenere brevetti e diritti di proprietà intellettuale su cui fare profitto.

Secondo Vandana Shiva questo modo di pensare si identifica in una prospettiva tipicamente occidentale volta a colonizzare i saperi e ad impossessarsene.

Se una conoscenza ha dei padroni privati, la sua accessibilità sarà sottoposta a leggi economiche e la vita teoretica[1] sarà subordinata, oggettivamente e soggettivamente, all’economia; se invece una conoscenza, in quanto bene comune, non può avere proprietari privati, potrà essere usufruibile a tutti. In quest’ultimo caso, la vita teoretica rimane usufruibile sia sul piano soggettivo sia sul piano oggettivo.

Shiva identifica la matrice occidentale nella prima opzione, in cui la conoscenza ha dei padroni privati tanto forti da pretendere di appropriarsi delle conoscenze che altri hanno voluto fossero condivise e libere. D’altronde come direbbe Umberto Galimberti, è tipico della psicologia occidentale conoscere ciò che si possiede.

La logica dei diritti di proprietà intellettuale su scoperte e conoscenza, tra cui i farmaci per curare, segue il paradigma scientifico occidentale dominante, fondato sul riduzionismo e sulla frammentazione. Spesso queste pratiche vengono giustificate dal fatto che sono di incentivo per la ricerca scientifica, che sono di incentivo per la creatività umana, che sono un patrimonio per le scoperte scientifiche, ma hanno un impatto opposto. Da un lato ne restringono l’uso, e quindi il miglioramento e lo sviluppo delle conoscenze tutelate, in quanto si crede che l’unico incentivo alla ricerca sia il guadagno economico; mentre dall’altro trascura il carattere collaborativo, comunitario e interattivo dei sistemi di conoscenza e del rapporto fra Natura ed essere umano.

Da questa visione riduzionista derivano due conseguenze:

  • i diritti comuni vengono trasformati in diritti privati individuali, a danno di tutti i tipi di conoscenza che nascono e si sviluppano nelle comunità, dai villaggi alle università[2]
  • la conoscenza diventa oggetto di tutela solo in quanto genera un profitto industriale, e non in quanto risponde a bisogni sociali diversi dalla mera avidità di guadagno.

La brevettibilità delle sementi, gli OGM, l’editi editing genetico o addirittura il tentativo di estrarre e piratare i dati dal nostro corpo e dalla nostra mente, senza il nostro permesso e il nostro consenso, sono esempi di diritti di proprietà intellettuale che hanno come scopo il profitto sulla pelle di tutti. Quando Microsoft ha ottenuto il brevetto internazionale n. WO 2020/060606 dall’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (Ompi), a chi ha chiesto il permesso? Chi ha dato il permesso a Microsoft di estrarre la nostra “attività corporea”? Chi vuole che “i dati sull’attività corporea possono essere generati sulla base dell’attività corporea percepita dell’utente”? Il corpo è anche nostro, perchè Bill Gates non ci ha consultato? Perché tutto va oltre qualunque controllo da parte delle persone, delle democrazie e dei governi.

Sulla stessa scia sei case farmaceutiche occidentali sono pronte a spartirsi in totale 21 miliardi di soldi pubblici in due anni (2020-2021) per i vaccini anti-Covid. Questo secondo un’elaborazione di Bloomberg Intelligence, stimata sulla base dei contratti firmati fino ad oggi da Pfizer-Biontech, Moderna, AstraZeneca, Sanofi, Johnson&Johnson e Novavax, sebbene molti rimangano secretati. Si tratta di soldi pubblici erogati sulla fiducia, dal momento che i vaccini sono nella fase, più o meno avanzata, della sperimentazione. Oltretutto siamo in attesa delle decisioni dei governi sulla cessione dei diritti di proprietà intellettuale alle case farmaceutiche sul vaccino. Questo è un tema politico che merita di essere affrontato: se un virus colpisce tutti ed un vaccino potrebbe curarlo, perché questo vaccino deve essere di proprietà privata?

Secondo Vandana Shiva, la ricerca scientifica al soldo dei colossi multinazionali per generare profitto è un caso parassitario e non può far parte del nostro futuro g-locale[3], agroecologico ecosostenibile e basato su un paradigma economico diverso dal capitalismo neoliberista. Il futuro sarà dare spazio alla conoscenza delle comunità indigene che hanno sviluppato sistemi conoscitivi per valersi della diversità ecologica del pianeta e alla conoscenza delle comunità scientifiche pubbliche fondate sulla libertà del dibattito per evitare il pensiero unico all’interno della comunità scientifica. Anziché imporre a tutti la stessa prospettiva occidentale, i regimi che regolano la proprietà intellettuale dovrebbero essere pluralistici in grado di rispecchiare i diversi sistemi giuridici, di proprietà delle varie culture e la diversità delle tradizioni conoscitive che stanno alla base della creatività e dell’innovazione.

 

[1] La conoscenza nei suoi aspetti fondamentali

[2] Si pensi all’attacco che le discipline umanistiche e lo spirito critico in generale subiscono nell’università, a causa del dominio della razionalità tecnica e utilitaristica e della sponsorizzazione economica delle grandi multinazionali

[3] Sincrasi dei termine “globale” e “locale” in riferimento al motto “Pensare globale agire locale”