Susanna Penco: “La Senatrice Cattaneo non dice la verità sulla sperimentazione animale”

24.11.2020 - Lorenzo Poli

Susanna Penco: “La Senatrice Cattaneo non dice la verità sulla sperimentazione animale”

Venerdì 13 novembre a Piazzapulita, programma condotto da Corrado Formigli, è stata invitata Elena Cattaneo, biologa, farmacologa e senatrice a vita diventata famosa in questi anni per le sue ricerche sulle cellule staminali. Tra vaccini anti-Covid e rapporto scienza-politica, la scienziata ha parlato anche di sperimentazione animale, di cui è grande promotrice. Nell’intervista è arrivata a dire che non possiamo fare a meno della sperimentazione su ratti e topi e che chi dichiara che la sperimentazione animale è inutile fa “pura propaganda”. A riguardo ne abbiamo parlato con Susanna Penco, biologa ricercatrice e docente presso l’Università di Genova, socia-fondatrice di Osa – Oltre la Sperimentazione Animale, malata di sclerosi multipla e ricercatrice nell’ambito delle cellule staminali. Obiettrice di coscienza fin dagli anni in cui la legge non vigeva ancora, ha iniziato la sua ricerca attraverso sperimentazioni in vitro ed è stata tra le pioniere dei metodi alternativi e sostitutivi basate su cellule umane.

La sperimentazione animale è davvero l’unica soluzione per vaccini e farmaci?

Speriamo almeno che il vaccino anti-Covid abbia sorte diversa dal vaccino anti-AIDS, studiato ampiamente sugli animali (con strombazzato successo) dal team di Barbara Ensoli: 16 anni di ricerche, 50 milioni di euro e un numero imprecisato di animali sacrificati per poi gettare tutto nella spazzatura. Soldi pubblici, ça va sans dire. I vaccini sono, come i farmaci, sottoposti alle imposizioni di legge, per questo sono necessariamente testati su animali, ma non c’è automatismo sperimentazione su animali-sicurezza.

La sperimentazione su animali è veramente efficace?

La Senatrice Cattaneo omette dati noti da tempo. Secondo l’FDA, il 92% dei farmaci che superano la sperimentazione animale non supera la sperimentazione umana[1]. Non solo, il 51% dei farmaci negli USA presentano gravi reazioni avverse non scoperte prima dell’approvazione della commercializzazione[2]. Ricordiamoci dei fallimenti di farmaci come la cerivastatina, il rofecoxib e di molti altri sperimentati su animali che hanno portato a ingenti morti. Che dire del morbo di Alzheimer, descritto nel lontanissimo 1906, le cui ricerche sugli animali si sono rivelate un totale fallimento, a tal punto che colossi come Pfizer e Merck abbandonarono gli studi.

Le ricerche senza animali sull’Alzheimer danno speranze?

Ci sono risultati più promettenti con tecniche animal-free. Secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, ricercatori dei Gladstone Institutes di San Francisco sono riusciti a scoprire la causa del principale fattore di rischio genetico per la malattia di Alzheimer, un gene chiamato apoE4 e anche a proporre una potenziale soluzione al problema. Grazie alla tecnologia delle cellule staminali pluripotenti indotte, i ricercatori guidati da Yadong Huang in questi anni hanno creato in laboratorio dei neuroni a partire da cellule della pelle donate da malati di Alzheimer con due copie del gene apoE4, e da individui sani con due copie del gene apoE3. Ci sono buone aspettative per il futuro.

Professoressa Penco, lei ha criticato spesso il “sistema murinocentrico” su cui si basa la ricerca italiana, mentre Elena Cattaneo sostiene che non possiamo fare a meno di ratti e topi. Dove sta la verità?

La Senatrice ha affermato che i 99% degli animali usati nella sperimentazione animale sono roditori. È vero, ma non ne andrei fiera, poiché scientificamente è un enorme limite, visto che i ratti non sono capaci di vomitare e i topi non sanno respirare con la bocca. Siamo specie diverse e molto lontane. Inoltre, per scienza e coerenza, allora bisognerebbe maggiormente usare le scimmie, che ci assomigliano certamente più di un ratto. In realtà l’utilizzo dei roditori è giustificato dal fatto che sono piccoli, maneggevoli, mansueti, economici e non sono animali simpatici alla gente. Altro che scienza! La motivazione è etica, economica e pratica, non scientifica. La maggior parte della ricerca sull’Alzheimer e lo sviluppo di farmaci sono condotti su modelli murini della malattia, ma tuttavia una serie di fallimenti negli studi clinici ha spinto gli scienziati a rivolgersi ad altri modelli. Del resto lo stesso Ministero della Salute in una nota del 21 settembre 2015 afferma che: “ogni principio attivo sia studiato sulla specie a cui è destinato, con indicazioni e posologie accuratamente sperimentate per ciascuna di esse, tenuto conto dei diversi metabolismi e di conseguenza, della differente farmacodinamica e farmacocinetica”. Questa frase del Ministero è formidabile, illuminante, profondamente vera: la ricerca deve essere specie-specifica. I non esperti possono credere che il DNA si comporti nello stesso modo sia che si trovi in un corpo umano, di topo o di scimmia. Falso! La scienza moderna ci ha fornito l’epigenetica: l’ambiente sa “addomesticare” il DNA rendendolo diverso a seconda degli stimoli ricevuti. Il futuro è la medicina personalizzata.

La senatrice ha detto che chi si oppone alla ricerca con animali fa “pura propaganda”. È realmente così?

Veramente io, proprio come ricercatrice, ho compreso quanto sia necessario essere duttili e disposti a cambiare idea. Come dice Jarrod Bailey, che non è l’ultimo arrivato, “è giunto il momento che la scienza si basi sulla scienza, non sull’abitudine. Il progresso medico dipende da questo”. In 35 anni di lavoro, ho conosciuto moltissimi studenti, tesisti, laureandi, dottorandi, specializzandi, colleghi, che hanno dovuto lasciare l’Italia per poter svolgere ricerche innovative. In Italia ci sono corsi di biotecnologia in cui gli studenti non vedono dal vivo un bioreattore, ovvero una tecnologia recente e versatile, da usare con cellule e derivati di origine umana! Insomma si è ancorati al passato, alle proprie vecchie idee, all’obsoleto, all’abitudine, poiché spesso c’è fretta di pubblicare e poco tempo e voglia di faticare a fare cose nuove tutte da imparare.

Cattaneo ha affermato che nei laboratori non si maltrattano gli animali e che i comitati etici hanno un ruolo importante. Alla luce delle condizioni in cui versavano i macachi negli stabulari dell’Università, questa tesi sembra non reggere

Eticamente occorre onestà e verità. Gli animali non soffrono nei laboratori italiani? Non commento nemmeno. L’allegato VII[3] della direttiva 2010/63/UE[4] sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici parla da sé. Prove di tossicità in cui la morte è il punto finale, prove in cui si prevedono decessi accidentali attraverso stati patofisiologici gravi, prova di tossicità acuta con dose unica, prova di dispositivi cardiaci che possono causare dolore o angoscia intensi o la morte dell’animale, prova di potenza dei vaccini caratterizzata da deterioramento persistente delle condizioni dell’animale, graduale malattia che porta alla morte, associate a dolore, angoscia o sofferenza di lunga durata. Aggiungerei inoltre che gli animali usati per esperimenti sulla depressione vengono sottoposti a nuoto forzato o ad altri esercizi che li portano all’esaurimento, cioè annegano. Devo proseguire?

Quanto viene finanziata oggi la ricerca con metodi sostitutivi rispetto a quella con gli animali?

Non tocchiamo questo argomento, di cui non ho ancora metabolizzato la delusione. Pochissimi anni fa i fondi ministeriali riservati ai metodi alternativi, che la mia collega ed io aspettavamo come meritata manna, sono finiti a finanziare i ricercatori che lavorano su animali per acquistare, per esempio, materiali di arricchimento per roditori, giochini tipo lana di carta per non farli annoiare. Questo con la scusa che “sono necessari per il loro benessere”, quando per decenni i risultati scientifici si sono basati su animali che negli stabulari vivevano la noia, portandoli all’automutilazione. Comunque, quei finanziamenti consistevano in 15.000 euro l’anno per tre anni[5], ovvero briciole. In sintesi, la ricerca animal-free non viene finanziata e tutti paghiamo la lentezza e spesso l’inaffidabilità della ricerca scientifica.

[1] Lester Crawford, FDA Commissioner, in The Scientist 6.8.04 “More compounds failing Phase I” / US Food and Drug Administration (2004) Innovation or Stagnation, Challenge and Opportunity on the Critical Path to New Medical Products

[2] Moore T.J. e altri. Time to act on drug safety.  JAMA, vol. 279: pp. 1571-1573, 1998

[3]https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.progressivo=0&art.idArticolo=1&art.versione=1&art.codiceRedazionale=14G00036&art.dataPubblicazioneGazzetta=2014-03-14&art.idGruppo=7&art.idSottoArticolo1=10&art.idSottoArticolo=1&art.flagTipoArticolo=7

[4] file:///C:/Users/user/Downloads/DettaglioArticolo.pdf

[5] DECRETO 24 dicembre 2015 – Riparto tra le regioni dei fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo di metodi alternativi all’uso degli animali per fini sperimentali.

Categorie: Europa, Interviste, Salute, Scienza e Tecnologia
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