Il conflitto del NagornoKarabakh ci accompagna dal 1988, da quando la popolazione, in gran parte armena, di questa provincia della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian ha chiesto l’unione con l’Armenia. La guerra che ne seguì si concluse nel 1994 con il Nagorno-Karabakh e alcuni territori azeri confinanti sotto il controllo armeno, e quasi un milione di rifugiati. Da allora, mentre l’Azerbaigian ha cercato di recuperare i territori perduti e le trattative occasionali si sono rivelate infruttuose, ci sono state periodiche escalation del conflitto, come la Guerra dei Quattro Giorni del 2016, ma i combattimenti non hanno mai raggiunto l’entità degli ultimi due giorni, con centinaia di soldati (e molti civili) uccisi da ogni parte. Poiché la propaganda nazionalista in entrambi i paesi ha raggiunto l’apice e la pochissima attività contro la guerra non è solo soffocata, ma anche punita con arresti, LeftEast ha condiviso la dichiarazione dei giovani azeri di sinistra.

“La recente escalation tra Azerbaigian e Armenia nel Nagorno-Karabakh dimostra ancora una volta quanto sia obsoleta la struttura di uno stato-nazione per la realtà odierna. L’incapacità di trascendere l’idea che divide le persone in umani e non umani esclusivamente sulla base del loro luogo di nascita, e che quindi procede a stabilire la superiorità degli “umani” sui loro “altri” disumanizzati come unico scenario possibile per una vita all’interno di determinati confini territoriali: questa mentalità è l’unico occupante contro cui dobbiamo lottare. È l’occupante delle nostre menti e capacità di pensare al di là delle narrazioni e dei modi d’immaginare la vita, imposti dai nostri governi nazionalisti predatori. È questa linea di pensiero che ci rende ignari delle condizioni di sfruttamento della nostra sopravvivenza nei nostri rispettivi paesi non appena la “nazione” lancia il suo appello a proteggerla dal “nemico”. Il nostro nemico però non è un qualsiasi armeno, che non abbiamo mai incontrato nelle nostre vite e forse non lo faremo mai. Il nostro nemico sono proprio le persone al potere, hanno nomi ben precisi, che da più di due decenni impoveriscono e sfruttano la gente comune e le risorse del nostro paese a loro vantaggio. Hanno mostrato intolleranza verso qualsiasi dissenso politico, opprimendo gravemente i dissidenti attraverso il loro massiccio apparato di sicurezza. Hanno occupato siti naturali, spiagge, risorse minerarie per il proprio piacere e il proprio uso, limitando l’accesso dei comuni cittadini a questi siti. Hanno distrutto il nostro ambiente, abbattendo alberi, contaminando l’acqua e facendo il pieno “accumulo attraverso l’espropriazione”. Sono complici della scomparsa di siti e manufatti storici e culturali in tutto il paese. Hanno dirottato risorse da settori essenziali, come l’istruzione, la sanità e lo stato sociale, verso il settore militare, realizzando profitti per i nostri vicini capitalisti con aspirazioni imperialiste: Russia e Turchia. Stranamente, ognuno è consapevole di questo fatto, ma un’improvvisa ondata di amnesia colpisce tutti non appena viene sparato il primo proiettile sulla linea di contatto tra Armenia e Azerbaijan. Cechi, proprio come i personaggi del romanzo di Saramago, diventano subito autodistruttivi, rallegrandosi delle morti della nostra giovinezza in nome del “martirio” per la causa “sacra”. Questa causa non è mai stata nient’altro che una piattaforma esistenziale, mantenendo in vita i governi dell’Azerbaigian e dell’Armenia e servendo come giustificazione per la militarizzazione senza fine delle società insieme alla ricerca di più violenza e morti.

Non incolpiamo le persone, però: in assenza di quadri interpretativi alternativi per dare un senso alla guerra e al conflitto tra le due nazioni, l’ideologia nazionalista resta incontrastata. Se c’è una cosa che le nostre istituzioni educative sotto finanziate fanno bene, è sicuramente quella d’insegnare a odiare e diffondere la propaganda nazionalista. Perché l’odio non è mai un prodotto della psiche individuale, ma è costruito e prodotto all’interno di particolari rapporti di potere. In un contesto in cui non c’è contatto diretto tra l“odio” e l”odiato”, più il pubblico “che odia” si preoccupa delle proprie questioni di sopravvivenza economica quotidiana all’interno di un sistema che nega loro un’equa ridistribuzione di risorse e servizi, e accumula sempre più miseria quotidiana, più c’è bisogno di ricordare costantemente al pubblico “che odia” di odiare l”odiato” e riprodurre il suo odio. L’odio deve essere realizzato. Hanno rubato le “nostre” terre, diciamo, quindi li odiamo. Non importa che ci debbano essere una miriade di altri modi di abitare quella terra senza che un singolo gruppo ne rivendichi la proprietà incontrastata.

Dopo aver sentito parlare di una riunione di lavoro in sospeso con colleghi armeni all’estero, il fratello adolescente di uno di noi una volta ha esclamato sbalordito. “Hai intenzione di vedere un VERO armeno?”, ha detto. A pensarci bene, generazioni di persone sono cresciute nel vuoto senza contatto con quelle con cui conviviamo da secoli nello stesso spazio. Che tipo di violenza esercita tale isolamento dell’esistenza sulla nostra mente e sulle nostre capacità creative? Inutile dire che è anche una ricetta perfetta per la disumanizzazione dell“altro”. Cosa può esserci di più facile che attribuire tutte le qualità malvagie alle persone con cui non ho mai interagito nella mia vita?

Da quando la firma dell’accordo di Bishkek (1994) ha portato a un cessate il fuoco tra le parti, i governi armeno e azero hanno accumulato una notevole quantità di armi letali, che ora si apprestano a usare l’uno contro l’altro. L’ultima volta che i paesi si sono avvicinati alla risoluzione di pace è stato nel 2001, durante i colloqui di pace Key-West con la mediazione dei co-presidenti del Gruppo di Minsk, cioè Francia, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, a causa dei prevalenti sentimenti nazionalisti e del fatto che i leader di entrambe le parti non erano disposti a scendere a compromessi, i colloqui di pace fallirono. E non è mai stato affrontato in modo così deciso come all’inizio del XXI secolo.

Troviamo estremamente difficile cercare modi per evitare un’altra guerra nella regione nella situazione attuale. Osserviamo l’incitamento all’odio crescente e diffuso che domina la narrazione da entrambe le parti, soprattutto quando si tratta di canali TV, dichiarazioni ufficiali o post sui social media che circolano con intensità preoccupante. Da entrambe le parti vengono avanzate affermazioni che sono difficili da verificare e quindi creano un’atmosfera di paura, odio reciproco e sfiducia.

Persone di entrambe le parti hanno sofferto e sopportato una pandemia e una recessione economica, cercando di tenere il passo con le sfide che la crisi ha portato con sé, e ora sono trascinate in un conflitto militare, che ritarda qualsiasi potenziale soluzione costruttiva del conflitto del Nagorno Karabagh . E’ richiesta anche una grande quantità di risorse economiche e umane per mantenere il conflitto, così che le élite di entrambe le parti continuano a beneficiarne. Lo stanziamento militare dell’Azerbaigian per il 2020 è salito a 2,3 miliardi di dollari, mentre per l’Armenia questo indicatore si attesta a 634 milioni di dollari, costituendo essenzialmente il 5% del PIL in entrambi i paesi.

È da tempo che noi, giovani azeri e armeni, prendiamo nelle nostre mani la risoluzione di questo conflitto obsoleto. Non dovrebbe più essere appannaggio degli uomini in giacca e cravatta, il cui scopo è l’accumulo di capitali, sia economici che politici, e non la risoluzione del conflitto. Dovremmo gettare via questo orribile mantello dello stato-nazione, che appartiene alla pattumiera della storia, e immaginare e creare nuovi modi di convivenza comune e pacifica. Per questo, è molto importante rilanciare iniziative politiche di base, composte principalmente da comuni cittadini locali, che ristabiliranno i colloqui di pace e la cooperazione. Noi, attivisti di sinistra in Azerbaigian, non sosteniamo in alcun modo un’ulteriore mobilitazione dei giovani del paese per questa guerra senza senso e consideriamo il ripristino del dialogo come il nostro obiettivo principale.

Non vediamo il nostro futuro o la risoluzione del conflitto in ulteriori escalation militari e nel diffondere odio reciproco. I recenti scontri militari in NK non contribuiscono allo scopo di stabilire la pace nella regione. Non vogliamo nemmeno immaginare i rischi di essere trascinati in una guerra su vasta scala, poiché comprendiamo che tipo di implicazioni potrebbe avere per le nostre società e le generazioni future. Condanniamo fermamente ogni mossa intrapresa per prolungare il conflitto e intensificare l’odio tra i due popoli. Vogliamo guardare indietro e intraprendere quei passi necessari per ricostruire la fiducia tra le nostre società e i giovani. Rifiutiamo ogni narrativa nazionalista e da stato di guerra che escluda ogni possibilità di vivere di nuovo insieme su questo territorio. Chiediamo iniziative di costruzione della pace e di solidarietà. Crediamo che ci sia una via alternativa per uscire da questa situazione di stallo attraverso il rispetto reciproco, un atteggiamento pacifico e la cooperazione”.

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