2 settembre 2020: 40 anni esatti da quando i due giornalisti Graziella De Paolo e Italo Toni sono stati visti per l’ultima volta, mentre salivano su una jeep.

Il giorno prima erano andati all’ Ambasciata italiana a Beirut, con un’ informazione e una richiesta ben precisa: stiamo partendo per visitare i campi palestinesi a sud del Libano, se fra tre giorni non siamo tornati, date l’allarme.

Non torneranno.

Il caso non è chiuso.

Le indagini sono state riaperte su istanza del legale della famiglia Toni, il coraggioso ex-magistrato  Carlo Palermo, perché sarebbe comparso un testimone in grado di riferire sui fatti relativi al rapimento:

“… ad un certo punto due giornalisti vennero informati che un ospite inatteso sarebbe giunto Beirut, un italiano, un grosso esponente politico (di esso  viene  fatto il nome, vivente, N.D.A.)Si sarebbe dovuto incontrare con Arafat, con Gemayel, che era il presidente del Libano, con altri del governo libanese… in particolare su vicende di commerci di armi nonché di smaltimento dei rifiuti nucleari provenienti dalle allora attive centrali nucleari italiane operazioni che allora avvenivano con trasferimento in particolare in Libano con la nave Zenobia,  da diversi porti italiani. … I due giornalisti sono stati quindi portati a vedere questo personaggio e da lì loro non potevano più sopravvivere: non potevano essere testimoni e così c’era il titolo, la giustificazione per dire: signori questi personaggi sono pericolosi per noi, vanno “contrattualizzati” cioè eliminati… L’ordine è stato dato da un’entità italiana a un’entità straniera presente sul posto, palestinese…. (…). Al momento non feci caso al personaggio che seguiva il politico. Di quest’altro quando io feci rapporto Giovannone consegnai anche delle fotografie. Lui mi prese foto rullino… Quel personaggio che affiancava il politico era (anche di questo viene fatto il nome, N.D.A.)un brigatista uomo dei servizi segreti”.

Questa testimonianza è parte  della motivazione della richiesta di riapertura, resa pubblica sul sito carlopalermo.net e accolta dal magistrati inquirenti, dott. Caporale  e dott. Dall’Olio.

 

Le indagini sono ancora in corso.

Quando il super-testimone verrà sentito e l’identità del politico e del brigatista verranno svelate, i nostri magistrati potranno facilmente controllare i viaggi nei giorni compresi fra il 24 agosto e il 2 settembre 1980 verso gli aereoporti di Damasco e de Il Cairo (in quei giorni l’aereoporto di Beirut era chiuso), o gli attracchi verso il porto di Junyah, che suppliva il porto di Beirut, anch’esso inagibile in quel momento.

Le identità fittizie usate dai brigatisti sono tutte agli atti, e basterà fare un piccolo lavoro di ricerca.

Però quanto riportato fa sorgere delle perplessità.

Innanzitutto perché è quasi la stessa versione resa durante l’istruttoria degli anni ottanta da Ciolini, un detenuto per truffa in Svizzera, poi provato collaboratore dei Servizi: in quel caso il politico era De Michelis e il terrorista era Carlos.

In secondo luogo perché, oggi come allora, è contro-intuitivo pensare che due giornalisti siano stati fatti partecipare ad un incontro che avrebbe comportato la loro eliminazione.

Se li si voleva eliminare, non c’era ragione di farli partecipare.

Se li si voleva far partecipare, era perché si voleva che ne scrivessero.

Uno dei particolari sempre citati nella narrazione degli eventi, ma altrettanto trascurati nell’ interpretazione, è che l’OLP non solo organizzò il viaggio di Graziella De Palo e Italo Toni, ma lo finanziò.

E’ un elemento importante, in quanto inusuale.

Indica non solo che i due giornalisti godevano della piena fiducia dell’ organizzazione, ma anche – visto che nessuno dà niente per niente – che probabilmente era stata pattuita una contro-prestazione.

Probabilmente l’accordo era di scrivere una serie di articoli per pubblicizzare in modo positivo la lotta di liberazione della Palestina: un mutuo vantaggio, in cui i primi avrebbero potuto avere materiale inedito da pubblicare, e i secondi un ufficio stampa internazionale gratis (Italo Toni aveva pubblicato anche in Francia).

Se questo è vero, non c’era nessun interesse a bruciarli.

La tesi dell’incontro sui temi scottanti quali il traffico di armi o di scorie è poco credibile anche perché non si vede per quale ragione il politico dovesse incontrare De Palo e Toni, se questo poteva creargli imbarazzo, né perché avrebbe dovuto metterli al corrente delle  ragioni del suo viaggio.

Inoltre, è difficile che i due giornalisti conoscessero l’identità del supposto brigatista, visto che le uniche conosciute e rese pubbliche erano quelle degli arrestati: come avrebbero, allora, potuto riconoscerlo?

Tuttavia, la testimonianza è interessante proprio per questo: perché coinvolge le Brigate Rosse.

La presenza delle Brigate Rosse è l’elemento costante della narrazione sulla scomparsa dei giornalisti fin dall’ inizio, cioè dal settembre 1980, ma è un elemento introdotto dal SISMI, che i fatti hanno dimostrato essere fittizio.

Ora: se poteva avere un qualche senso tirare in ballo l’organizzazione armata in un momento in cui la si combatteva sul fronte interno, è meno chiaro quale sia la ragione per riproporre oggi una tesi già scartata dai magistrati quaranta anni fa.

Fatto congruente, ma curioso: la tesi è riproposta, ancora una volta, da un ex agente del Sismi.

Facciamo un passo indietro.

Le teorie sul caso De Palo/Toni si dividono in due filoni.

Il primo, è quello secondo cui i due giornalisti fecero “una grande scoperta” – che generalmente viene individuata nel traffico d’armi fra OLP e BR, comunque declinato.

Il secondo filone, è quello secondo cui furono uccisi perché sospettati di essere spie.

I magistrati che istruirono il caso – Armati e Squillante – respinsero la prima ipotesi ragionando sulla situazione logistica.

I due giornalisti si trovavano con grandissime limitazioni di movimento:  erano “ospiti” dell’ OLP, in un albergo dell’ organizzazione, nella parte palestinese della città, perennemente controllati; inoltre erano in un contesto di guerra, in una città distrutta e piena di posti di blocco, senza conoscere nessuno e senza parlare la lingua, accompagnati costantemente da un “Interprete” che faceva anche “da guida”.

Muoversi per Beirut era molto difficile; uscire per andare verso l’interno del paese era praticamente impossibile, se fatto in modo autonomo: in queste condizioni, potevano avvenire ben poche scoperte.

Per questa ragione si percorse la seconda via, molto più ragionevole.

Erano anni in cui, in Libano, si perdeva la vita per nulla e i rapimenti erano all’ordine del giorno, sia da parte palestinese che falangista: nel corso della guerra civile ne sono stati accertati 516.

La tesi del sospetto spionaggio si basa su alcune testimonianze, di cui due sono particolarmente significative: Lya Rosa, militante italiana dell’ OLP, e Farouk Abillamah, capo della Sureté Libanaise e poi diplomatico.

Entrambi – nonostante canali di informazione diversi – sostengono che la causa del rapimento e dell’assassinio sia stata la notizia che Italo Toni fosse una spia.

Però, secondo Lya Rosa, furono prelevati da Al Fatah (cioè la stessa organizzazione che aveva preparato il viaggio), e Toni avrebbe ammesso il suo ruolo, venendo fucilato.

Graziella De Palo, invece, sarebbe stata trovata estranea ai fatti e trattenuta per essere scambiata, morendo poi in modo accidentale durante un bombardamento.

Secondo Abillamah, l’ accusa fu “un tragico errore”, il rapimento fu operato dal FPLP ed entrambi furono uccisi “subito o quasi”.

Sia Lya Rosa che Faruk Abillamah raccontarono che il processo fu veloce e sommario perché la notizia veniva da fonte “certa” e affidabile.

Chi era questa fonte?

Chi aveva interesse a danneggiare i due giornalisti?

E, dal momento che poi il fatto risultò accertato, – almeno nella misura in cui Italo Toni aveva effettivamente collaborato con il SID nel suo passato – chi poteva avere accesso a questa informazione?

Queste domande sembrerebbero avere già una risposta, seppur mai esplicitata nella vecchia sentenza.

La persona che, contemporaneamente, poteva avere accesso a quell’informazione, che aveva con i palestinesi (anche con il FPLP) un rapporto stretto e continuo, e che avrebbe potuto eventualmente avere un movente personale, era il Colonnello Giovannone, capo centro del SISMI a Beirut.

Graziella De Palo aveva infatti attaccato il militare, considerandolo il perno di traffici oscuri.

Ci fu un fatto ulteriore: fu tentato un depistaggio per allontanare le indagini dai palestinesi.

Con questa imputazione vennero tratti a giudizio proprio il Colonnello Giovannone e il suo diretto superiore, il Generale Santovito che – da quello che si ricava leggendo la sentenza – non vennero condannati solo perché deceduti nel corso del processo.

Entrambi però fecero in tempo a deporre, scegliendo come elemento di difesa un argomento di politica internazionale, cioè la “convergenza di interessi” e il “patto di non belligeranza” fra Italia e OLP, che avrebbe imposto la protezione dei palestinesi.

Agitando lo spettro di quello che poi venne chiamato “Lodo Moro” (e piuttosto chiaramente) il Colonnello Giovannone chiese ed ottenne l’apposizione del Segreto di Stato sulla propria posizione.

Oggi, a quarant’anni di distanza, sarebbe il caso di formulare apertamente la domanda che allora rimase implicita, e chiarire se la causa del depistaggio non fu piuttosto un fatto di interesse personale: fu o non fu il Colonnello Stefano Giovannone a dire ai palestinesi che Italo Toni era una spia?

Circostanza che sarebbe certamente stata resa pubblica, se le indagini avessero individuato dei responsabili palestinesi.

Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi – che però spiegherebbe il repentino cambio di atteggiamento verso dei giornalisti graditi e protetti fino ad allora, molto più che non le supposizioni sull’ “avventatezza” o l’“eccessiva curiosità” di Italo Toni.

La richiesta di riapertura delle indagini sottolinea anche un altro elemento importante, non esaminato in sentenza: cioè la possibilità che esista un rapporto fra il rapimento dei due giornalisti e l’arresto di Abu Anzeh Saleh, con cui Giovannone era in contatto diretto.

Nell’autunno del 1979, tre membri di Autonomia Operaia e il giovane militante del FPLP erano stati arrestati mentre cercavano di imbarcare ad Ortona una cassa di missili Strela2 su una nave battente bandiera libanese.

Nell’estate del 1980, il processo stava per cominciare.

Anche la storia del processo Abu Saleh+3 dimostra che il “Lodo Moro” era già conosciuto, – almeno nella parte riguardante le armi –  e,  pur se limitatamente,  di dominio pubblico.

Lo si ricava dalle tesi difensive.

Gli avvocati, infatti, chiedevano il proscioglimento opponendo che il trasporto di armi da guerra sul territorio nazionale da parte dell’ OLP era previsto da apposito patto e rendeva gli imputati non perseguibili.

I magistrati non seguirono questa tesi, ma ridimensionarono significativamente l’imputazione.

Nell’ istruttoria degli anni ottanta, il possibile legame fra il caso De Palo-Toni e Abu Saleh+3 non è mai emerso e quindi, oggi, rappresenta una novità.

Più che per la supposta scoperta del “Lodo Moro” che – come si è visto, i due giornalisti non erano in grado di fare, né era una scoperta – per la possibile negoziazione fra le due liberazioni : Graziella De Palo avrebbe potuto essere utilizzata come scambio per la scarcerazione di Abu Saleh.

Questa ipotesi, peraltro,  confermerebbe quanto riferito alla famiglia da Lya Rosa, da Arafat e dallo stesso Giovannone circa la permanenza in vita della giovane, almeno in un primo momento.

Ecco, dunque, che la riapertura delle indagini potrebbe portare a rispondere a dei quesiti interessanti, anche se non immaginifici.

Ma torniamo al cuore della testimonianza principale, cioè all’incontro fra Graziella de Palo, Italo Toni, il politico e il brigatista.

Come si è accennato, fa parte del filone della “grande scoperta”, già abbandonato dai magistrati perché poco credibile.

In realtà è più che questo: la tesi del traffico d’armi fra BR e OLP sembra costruita a tavolino, attraverso l’unione di elementi veri ad elementi falsi.

Una successo senza dubbio, se ancora resiste dopo quarant’anni.

Innanzitutto sappiamo che questa tesi nasce dal Colonnello Giovannone, incaricato delle indagini.

Il primo a prospettarla non è, quindi, l’Ambasciatore D’ Andrea, a cui il fatto viene erroneamente attribuito, ma il capo centro SISMI, seguito poi da Giuseppe Santovito e da Francesco Pazienza.

Siccome la verità spesso è un accordo, e siccome qualunque cosa ripetuta ha buone probabilità di accreditarsi, quella che in origine era un’ ipotesi è presto diventata tesi, e la tesi è presto diventata “confidenza” o “risultato di indagine”.

E resa accettabile agli occhi dei più, nonostante fosse chiaro fin da subito che De Palo e Toni, sorvegliati e impediti nei movimenti, non potevano documentare nessun traffico d’armi, comunque declinato, né alcuna cosa che l’ OLP non avesse voluto.

Ma perché scegliere proprio le Brigate Rosse come elemento del racconto?

Perché erano ideali per il successo della narrazione.

Si è trattato, infatti, di una prospettiva di grande appeal: credibile (le Brigate Rosse avevano rapporti con l’OLP), parzialmente vera (le Brigate Rosse avevano ricevuto armi dall’ OLP),   personalizzata (De Palo aveva scritto sui traffici d’armi, Toni sui campi di addestramento dei combattenti), consolatoria (i due giornalisti avrebbero pagato con la vita il tentativo di difendere l’ordine democratico).

Un ottimo mix.

Eppure, i dati dimostrano che è una narrazione falsa e costruita ad arte.

Le Brigate Rosse, infatti, ricevettero dall’ OLP le armi una sola volta: nell’ agosto 1979, cioè esattamente un anno prima dei fatti.

Questo era avvenuto nell’unico posto possibile, e cioè nell’ avamposto palestinese dell’ Isola delle Palme, di fronte a Tripoli : quindi nel nord del paese, e non a Beirut, Junieh o Acquamarina, sotto controllo falangista – come riportato da Giovannone e Pazienza nel tentativo di sostenere la responsabilità cristiano-maronita.

Lo scambio non si era più ripetuto, né avrebbe potuto: nell’ inverno 1980 era stato arrestato Patrizio Peci, e le sue dichiarazioni avevano messo in ginocchio l’organizzazione.

L’ equipaggio del “Papago”, la barca a vela servita per il trasporto, era morto o in galera, con la sola eccezione di Mario Moretti, che non avrebbe avuto alcun interesse ad aggiungere armi a un carico non smaltito e in un momento in cui le Brigate Rosse dovevano organizzare principalmente la propria sopravvivenza.

La stessa barca era stata venduta.

Ma, soprattutto, la storia del “Papago” e del carico di armi era già nota e pubblica.

L’aveva raccontata Peci (aprile 1980). In seguito l’avrebbe raccontata Savasta (1982) , precisando i particolari, e lo stesso  skipper del viaggio, lo psichiatra anconese Gidoni.

Se ci fossero stati ulteriori viaggi o carichi di armi, sarebbero stati oggetto della deposizione dei pentiti.

Anche volendo immaginare, dunque, che i due giornalisti avessero avuto accesso ad informazioni di questo tipo, si trattava comunque di fatti già noti nell’ agosto 1980.

E che non si erano più ripetuti.

Oltre al viaggio del Papago, l’OLP aveva a fornito alcune armi  da sparo ad una organizzazione di sinistra solamente un’altra volta, in un’ occasione ancora precedente (estate 1978), all’area che aveva dato vita a Prima Linea.

Le Brigate Rosse erano state presenti, ma si erano allontanate con sdegno quando erano stati chiesti dei soldi – cosa inaccettabile fra movimenti rivoluzionari.

I rapporti erano ripresi, con fatica, nel corso dell’anno e per quel viaggio.

Ma non sono stati idilliaci né sono durati molto a lungo: Arafat scaricherà presto l’ organizzazione.

Occorre dire che la nostra intelligence, ogni tanto, pecca di hubris, confidando nella scarsa conoscenza degli ambienti e dei luoghi.

E’ il caso, per esempio, delle informazioni (false) secondo cui i due giornalisti, da vivi o da morti, avrebbero transitato in area falangista – ad esempio affermando che Graziella De Palo sarebbe passata per l’ Hotel Montemare a Junyah (Giovannone) o che i corpi di entrambi sarebbero stati gettati nel porto di Aquamarina (Pazienza):  si tratta, infatti, di luoghi di villeggiatura affollatissimi ad agosto (i ricchi di Beirut non avevano smesso di andare in vacanza), con un piccolo porto per l’attracco di Yacht, e assai inadatti per due esecuzioni.

Soprattutto, inaccessibili in quel momento a chi veniva dalla zona ovest (palestinese).

A onor del vero, i magistrati degli anni ottanta non ci hanno creduto.

Ma si tratta di piccole cose.

Per il resto, se lo scopo era impedire di individuare i responsabili nell’unico momento in cui era ancora possibile, l’obiettivo è stato raggiunto.

Il mistero della scomparsa di Italo Toni e Graziella De Palo, probabilmente, fa parte della categoria del male banale, delle circostanze sfortunate che si sommano e portano al disastro.

Dopo quarant’anni è difficile che emergano elementi nuovi, anche solo un posto dove le famiglie possano portare un fiore.

Il tempo consuma le prove – però non si sa mai.

Il caso resta, comunque, uno specchio di quello che fu il rapporto fra verità e intelligence e, in questa veste, merita di essere sviscerato in ogni sua parte.

Se poi da questo uscisse anche qualche dato sulla politica reale di quegli anni, Graziella De Palo e Italo Toni potrebbero riposare tranquilli: avrebbero compiuto la loro missione.