Educazione: non si sente parlare di pensiero critico

24.09.2020 - Santiago del Cile, Cile - Marcelo Trivelli

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Educazione: non si sente parlare di pensiero critico
(Immagine di Lucia Paolucci)

Le autorità scolastiche continuano a spingere per un ritorno alle lezioni frontali perché i bambini e i giovani non riescono ad apprendere materie e contenuti considerati essenziali. Gli “esperti” sono in competizione per determinare quanto impareranno di meno e pochi sono preoccupati per lo sviluppo del pensiero critico.

Il pensiero critico è avere la capacità di osservare, di porre domande, di ragionare in modo logico e ordinato, di fornire risposte diverse, di valutare e di decidere o giungere a una conclusione. È anche, alla fine del processo, osare pensare in un modo diverso da quello che è standardizzato o che sembra ovvio.

In tempi di lezioni frontali e ora con l’educazione a distanza, non sentiamo ancora parlare (e tanto meno dare priorità) dello sviluppo del pensiero critico. Sebbene sia considerato uno degli obiettivi trasversali dell’educazione in quasi tutti i paesi del mondo, pochi sono quelli che gli danno l’importanza che merita.

L’educazione non incoraggia il pensiero critico nel contesto scolastico, né in classe né al di fuori di essa. Non esistono programmi per restituire agli studenti la curiosità che portano con sé quando entrano a scuola; peggio ancora, l’eccessiva attenzione e la priorità nell’apprendimento dei contenuti appassisce la curiosità e la creatività mentre passano gli anni.

Sembrerebbe vero che sia più facile e più comodo mettere incentivi alle prestazioni su test standardizzati o imporre la disciplina attraverso regolamenti o leggi, come nel caso della mal nominata legge “Classe sicura” (Cile), invece di puntare allo sviluppo umano. Per fortuna, per molti bambini e giovani, la scuola non è più l’unico spazio di apprendimento e di socializzazione, ed è per questo che oggi hanno il coraggio di leggere, parlare, fare ricerche, ragionare, farsi domande e farne agli altri. La pandemia che ha portato con sé la convalida della tecnologia delle comunicazioni, di Internet e dei social network, ha aperto un nuovo mondo di conoscenze, opinioni, punti di vista diversi, diversità, ecc. a milioni di studenti in tutto il mondo.

La generazione dei giovani di oggi è la generazione meglio preparata che l’umanità abbia mai avuto nel corso della storia. Le generazioni più anziane non sempre la pensano allo stesso modo perché vorrebbero vedere i giovani sottomessi e uguali a loro. Ne sono un esempio le dichiarazioni di un’ex autorità che ha detto pubblicamente, in risposta alla richiesta dei giovani di evitare di pagare la metropolitana di Santiago, quella che ha dato origine all’esplosione sociale dell’ottobre 2019:Cabros, esto no prendiò (ragazzi, questo non muove la gente), o altri che non riescono a capire la reazione giovanile alle restrizioni di movimento dovute alla pandemia.

Mentre ciò accade, le autorità scolastiche continuano a fare pressione per far tornare gli studenti in classe ed evitare il pericolo che la società sia fatta di persone capaci di pensare con la propria testa. Ecco perché di pensiero critico non si parla nella pubblica istruzione.

 

Traduzione dallo spagnolo di Gabriella De Rosa. Revisione: Silvia Nocera

Categorie: Educazione, Internazionale, Opinioni
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