Correa e Morales perdono diritti politici: le sentenze dei tribunali di Ecuador e Bolivia disabilitano le loro candidature

11.09.2020 - Lorenzo Poli

Correa e Morales perdono diritti politici: le sentenze dei tribunali di Ecuador e Bolivia disabilitano le loro candidature
(Foto di Radio Rebelde)

Lunedì 7 settembre è stata una giornata di lutto per la democrazia in America Latina. La Corte Dipartimentale di Giustizia del governo golpista boliviano ha squalificato l’ex presidente, Evo Morales, candidato a senatore per il dipartimento di Cochabamba, dalle elezioni del 18 ottobre. La decisione è stata presa questo lunedì dal magistrato Alfredo Jaimes Terrazas, appartenente alla Terza Camera Costituzionale della città di El Alto, a causa del mancato adempimento del «requisito di residenza permanente» nel Paese. Il 20 febbraio di quest’anno il TSE aveva annullato la possibilità per Morales di potersi candidare a senatore ancora per la stessa motivazione, affermando che la decisione era definitiva. La difesa dell’ex presidente, rifugiato politico dal dicembre 2019 in Argentina, aveva presentato ricorso ai sensi dell’articolo 149 della Costituzione che prevede il requisito di residenza permanente nella rispettiva circoscrizione per un periodo minimo di due anni precedenti alle elezioni. Condizione che, a giudizio dei suoi legali, risultava soddisfatta dalla regolare iscrizione di Morales alle liste elettorali del collegio di residenza, cioè a Cochabamba, negli ultimi due anni. Senza contare che, secondo il Mas, la sua condizione di esiliato, in quanto forzata, non avrebbe dovuto pesare nella valutazione del Tse. Il ricorso costituzionale contro la sentenza del TSE è stato negato dalla Camera Costituzionale e resta quindi in vigore la decisione del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) che disabilita la candidatura dell’ex presidente. Dopo la decisione della giustizia, la risoluzione sarà ora inviata alla Corte Costituzionale Plurinazionale (TCP) per una revisione, in modo che questa istanza renda nota una risoluzione finale entro un periodo stimato di 90 giorni. In più occasioni, il leader indigeno ha ribadito l’intenzione del governo golpista di Jeanine Áñez di disabilitare la sua candidatura, poiché il MAS è il favorito per le elezioni di ottobre. D’altra parte, i media locali boliviani riferiscono che l’1 settembre, la Seconda Camera Costituzionale di La Paz, non si è pronunciata sull’origine della squalifica di Morales, perché frutto di un accordo tra giudici. Per questo motivo, un altro membro è stato convocato per determinare la controversia. In questo caso è stato Jaimes che ha sostenuto la decisione del giudice della Seconda Camera Costituzionale, Heriberto Pomier, il quale la scorsa settimana ha votato contro l’appello per il ricorso di Morales. Evo Morales, dal suo esilio in Argentina, ha definito questa decisione “illegale e incostituzionale” e, nonostante ciò, il candidato alla presidenza della Bolivia per il MAS, l’ex ministro Luis Arce, continua a guidare i sondaggi sulle intenzioni di voto.

Lo stesso lunedì, la Corte di Cassazione della Corte Nazionale di Giustizia (CNJ) dell’Ecuador ha emesso la sentenza che annulla definitivamente la possibilità di candidatura dell’ex presidente Rafael Correa (2007-2017) alla vicepresidenza del Paese con il Movimiento Compromiso Social por la Revolución Ciudadana in alleanza con il partito Centro Democratico. La persecuzione politica nei confronti di Correa, da parte del governo di Lenin Moreno, contro la sua candidatura per le elezioni del 2021 non si è mai fermata e, in questi anni, si è intensificata. Questo è soltanto l’apice di una “guerra giudiziaria” che, attraverso attacchi da parte della magistratura con processi-farsa e con condanne già scritte in anticipo, ha portato alla detenzione di diversi dirigenti legati ai governi della cosiddetta Revoluciòn Ciudadana , con il fine di dichiararne l’inammissibilità elettorale. Non a caso Correa, ad aprile di quest’anno, era già stato condannato ad 8 anni di carcere per aver guidato la rete di corruzione che tra il 2012 e il 2016 ha ricevuto “contributi indebiti” al Palazzo Carondelet per finanziare il suo movimento politico in cambio della concessione di contratti statali a uomini d’affari. La sentenza lo inabilitava politicamente per 25 anni, insieme all’ex vicepresidente Jorge Glas ed altre diciannove persone.

Nonostante le numerose testimonianze a loro favore presentate, il processo era avvenuto in contumacia e senza prove, violando gravemente la democrazia, le leggi elettorali e lo Stato di Diritto garantiti nel Paese. Già ad aprile Correa aveva avvertito che il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) stava cedendo alle pressioni del governo Moreno per eliminare il suo movimento dal registro delle organizzazioni politiche autorizzate a partecipare alle elezioni del 2021. Secondo Correa, l’ente avrebbe fatto di tutto per modificare il calendario elettorale in modo tale da rendere pubblica la sentenza finale prima delle elezioni, impedendogli più facilmente di ricandidarsi. Così è stato.

L’ultima sentenza della Corte ha ratificato anche una condanna a otto anni di reclusione per l’ex vicepresidente, Jorge Glas, per la sua presunta partecipazione a casi di corruzione aggravata. Con due voti favorevoli e uno contrario, la sentenza della Corte di Cassazione squalifica definitivamente l’ex capo dello Stato dalla candidatura a vicepresidente del Paese, impedendogli di esercitare i suoi diritti politici per 21 anni.

Attivisti politici, avvocati e giuristi hanno subito messo in discussione l’urgenza con cui si è concluso il processo e il modo in cui si è emessa la sentenza. Non a caso si è avuta in meno di un anno, quando altri processi di cassazione nel Paese possono durare fino a 20 anni, come quello che continua per appropriazione indebita nei confronti dell’ex presidente ecuadoregno, Jorge Jamil Mahuad. A mostrare solidarietà ai due leader politici sono stati anche il senatore argentino Jorge Taiana, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e l’Istituto Simón Bolívar per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli (ISB) il quale ha dichiarato: “la destra latinoamericana ha adottato in modo articolato misure che violano i diritti politici di Evo Morales e Rafael Correa” per impedire “ai popoli della Bolivia e dell’Ecuador di esercitare liberamente la loro volontà. Giornata triste per la democrazia!”.

Nel frattempo la magistratura ecuadoriana tace sullo scandalo Ina Papers che coinvolge l’attuale presidente Lenin Moreno ed altri membri della sua famiglia in trame di corruzione in Spagna e Svizzera. Questa ennesima montatura cerca di coprire la repressione squadrista, che il governo di Lenin Morena ha attuato, e la sua incompetenza nell’affrontare la crisi pandemica che ha portato ad una catastrofe umanitaria in Ecuador in cui i morti sono lasciati per strada.

La persecuzione politica dei leader progressisti dell’America Latina è sempre stata una costante nella storia. Attualmente la lawfare 1 è lo strumento principale che viene usato per esportare la ricetta neoliberista in America Latina: prima hanno rovesciato i governi di Manuel Zelaya in Honduras, dove adesso vige un regime stragista; poi hanno applicato lo stesso metodo con Fernando Lugo in Paraguay e con Cristina Kirchner in Argentina; nel 2016 hanno attuato il golpe parlamentare contro Dilma Roussef ed hanno messo in carcere Lula, senza alcuna prova, per impedirgli di candidarsi a Presidente del Brasile. Ora usano lo stesso copione per sbarazzarsi di Evo Morales e Rafael Correa, non essendo riusciti a farlo per via elettorale.

 

1# Guerra giudiziaria, fenomeno diffuso in America Latina che consiste nell’utilizzo del diritto penale da parte degli avversari per diffamare un dirigente politico, spesso di sinistra.

Categorie: Internazionale, Politica, Sud America
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