Aveva ragione Michel Forst che, quando era relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha affermato che la Colombia è uno dei paesi più pericolosi per i difensori dei diritti umani. Sono centinaia i leader assassinati per aver difeso i diritti delle loro comunità, per aver protetto l’ambiente, per aver cercato di recuperare le terre che erano state loro strappate da gruppi armati, per aver richiesto il rispetto dell’Accordo di Pace, per aver sostenuto la verità, per aver voluto giustizia per le vittime di oltre sei decenni di conflitti armati. Per difendere la vita e la pace.

Con l’uccisione di ognuna delle leader o dei leader sociali non si portano via solo la vita di una persona. Gli autori di queste morti lasciano una scia di dolore, abbandono, impotenza, rabbia e indignazione in migliaia di persone che vedono infranti i loro sogni e la loro speranza di poter vivere in condizioni decenti. Per non parlare delle centinaia di padri, madri, fratelli, orfani, nipoti, amici, compagni di vita e di lotta a cui vengono strappati i loro cari e piangono la loro dipartita in silenzio.

Oggi, come hanno già fatto editorialisti in vari media nelle ultime settimane, voglio onorare e rendere omaggio alla vita e alle lotte di tre di questi leader (1).

Dilio Corpus Guetio era un contadino indigeno di 44 anni impegnato nell’agricoltura. Era un membro di Asocordillera e della Guardia contadina di Suárez, Cauca, e presidente del Comitato dei coltivatori di coca del villaggio di Playa Rica, incaricato di verificare la sostituzione delle coltivazioni. Sia la sua famiglia che gli amici intimi hanno dichiarato di non essere a conoscenza di minacce contro di lui e che non ha mai fatto sapere di riceverne. Ciò nonostante, fu assassinato nel distretto di La Betulia mentre andava a lavorare in moto con sua sorella. Come in molti altri casi, non è ancora noto chi sia stato.

Nixon Mutis Sossa è nato a El Playón, Santander. È arrivato come rifugiato nel villaggio di El Chaparral, a Cantagallo, Bolivar. Lì fu presidente della Giunta di azione comunale per dieci anni e nel 2015 iniziò a dirigere progetti di sostituzione della coltivazione di coca nel comune. Fu assassinato il 30 gennaio 2018 e il suo corpo venne abbandonato sulle rive del fiume Cimitarra. Sua moglie appoggiò i suoi ideali e si mise alla guida della comunità.

Maria Yolanda Maturana fu assassinata a 59 anni a Pueblo Rico, Risaralda. Dedicò gran parte della sua vita alla cura dell’ambiente. Come presidente dell’Associazione degli ambientalisti per la flora e la fauna, la sua lotta di oltre tre decenni si è concentrata sulla denuncia di estrazione illegale e contaminazione delle fonti d’acqua nel suo dipartimento e a Chocó. In alcune occasioni ha riferito ad alcuni colleghi che la sua vita era in pericolo. Tuttavia, come tanti altri leader, non si fidava delle istituzioni statali. E aveva ragione. Fu uccisa il 1 febbraio 2018. Il 20 febbraio, il presunto autore è stato arrestato e, secondo il capo sezione della Procura, il movente del crimine era di mettere a tacere María Yolanda perché non rivelasse il nome del presunto autore di un omicidio. Il marito di Maturana aveva subito la stessa sorte nel 2015.

Di Elisabeth Ungar Bleier*

Traduzione dallo spagnolo di Cecilia Bernabeni. Revisione: Silvia Nocera

* Analista. Cittadina contro la corruzione e per la trasparenza di un Paese in pace. Editorialista di El Espectador e professoressa all’Università di Los Andes.

(1) Ringrazio Colombia2020 e Somos Defensores per avermi fornito informazioni su questi leader.

Questo articolo fa parte di una serie di articoli scritti da giornalisti colombiani in memoria dei leader sociali assassinati nel loro paese. Leggi quelli già pubblicati su Pressenza, a questo link.