Gli Stati Uniti e le «Feste Covid»: come il consumismo si reinventa durante la crisi pandemica

17.07.2020 - Lorenzo Poli

Gli Stati Uniti e le «Feste Covid»: come il consumismo si reinventa durante la crisi pandemica

Può sembrare incredibile e al limite dell’impensabile, ma come spesso ci insegnano “la realtà supera la fantasia”. Nel bel mezzo della crisi pandemica da Covid-19, gli USA reinventano il proprio branding in nome del consumismo più sfrenato. Si chiamano “Feste Covid” e il primo che si contagia vince. Tutto parte da un’iniziativa di alcuni giovani di Tuscaloosa, in Alabama, che hanno iniziato ad organizzare delle feste in cui vengono invitate persone infettate dal COVID-19 con il fine di mescolarsi con invitati sani. I partecipanti mettono soldi in un grande salvadanaio e al primo dei non contagiati, che pochi giorni dopo manifesta sintomi della malattia, viene dato tutto il salvadanaio come premio. Un’assurdità, una “smericanata” la chiameremmo, ma in realtà si inserisce in quella logica irrazionale del godimento più assoluto, monetizzabile e mercificabile esattamente come è la vita negli Stati Uniti. Un assurdo spettacolo nel segno della competitività e del plusgodimento tipico della società consumista che trasforma la vita e persino la morte in un oggetto, in un prodotto con il quale scherzare. Sono fenomeni che vengono diffusi soprattutto via social e che trovano risonanza per la loro matrice adrenalinica, sfiorando il pericolo, diventando virali e, ahinoi, portando con sé molti seguaci.

L’analista Francisco Miraval ha spiegato: «Nei media il sesso è show, le lacrime sono show, la povertà è show, i furti, la violenza, gli incidenti sono show. Così come lo show della vita non è la vita, lo show della morte non è la morte. È mostrare le cose più esterne, le più superficiali, una e un’altra volta».

“ Giochi” o “divertimenti”, se si possono chiamare tali, che ricordano molto “Blue Whale”, che dopo una serie di prove ti conduce al suicidio, lo “shocking game”, che consiste nell’asfissiare un amico, lasciarlo incosciente, filmare la scena e diffonderla sui social. Ci sono giochi come il “Fire challenge”, in cui i giocatori si bagnano con un liquido infiammabile, s’incendiano, si filmano e poi spengono le fiamme prima che sia tardi. Persino gesti impensabili sono stati raccolti da “Knockout game” in cui i giocatori devono picchiare un qualsiasi individuo con il fine di dimostrare la forza dell’aggressore condannando l’aggredito a danni fisici, forse irreparabili. Spesso le vittime di questi giochi sono neri, latini, creoli omosessuali, clochard e anziani da parte di gruppi d’odio.

Alcuni professori dell’Università di León, in Spagna, hanno provato che l’influsso nella condotta aggressiva dei bambini e degli adolescenti deriva soprattutto dai prodotti dell’industria dei videogiochi. A livello psicologico, questi videogiochi risvegliano l’immaginario primordiale del coraggio, della forza che spesso tramuta in autorità ed aggressività. Si risvegliano sentimenti forti come violenza e potere, che se associati hanno un impatto empatico ai limite dell’erotismo, che fanno percepire la vita come una continua sfida, un continuo demolire l’altro per imporci noi come persone, presumibilmente, “integre”. Conseguenza di ciò sono i comportamenti violenti e sessisti come unica forma di relazione umana. Questo marketing è in linea con ciò che è l’essenza della società neoliberale, e oserei dire patriarcale, che viviamo quotidianamente, nella cultura della violenza “gratuita”, nel disprezzo dei più deboli e nella reificazione dello stato di cose esistente, come se la vita fosse al pari di una bambola.

Le “Feste Covid”, spacciate per “eventi tragressivi”, rientrano in questo scenario soprattutto in un Paese come gli Stati Uniti in cui la sanità non è garantita, i diritti sociali sono inesistenti e quel poco che rimane dell’Obamacare è destinati a chi possiede forti assicurazioni e possenti carte di credito. Un paese che ha Donald Trump come presidente che nega la crisi pandemica, contribuendo allo sterminio delle comunità afroamericane sempre più marginalizzate, razzializzate e che versano in una condizione sociale e sanitaria pessima. I giovani di Tuscaloosa si divertono contagiandosi gli uni con gli altri in un paese dove un tampone costa 3.200 dollari. Forse sono i figli delle alte classi americane e della piccola borghesia che si possono permettere qualsiasi cura e dunque qualsiasi contagio, o forse fanno parte del 99% dei contagiati che, secondo Trump, non possono contagiare perché “inoffensivi”.

Categorie: Nord America, Opinioni
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