Ritorno alla normalità? 11. Fulvio De Vita del Centro di Studi Umanisti “Salvatore Puledda”

16.06.2020 - Olivier Turquet

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Ritorno alla normalità? 11. Fulvio De Vita del Centro di Studi Umanisti “Salvatore Puledda”

Dopo le risposte di Riccardo NouryLaura QuaglioloGiovanna Procacci, Giovanna Pagani,  Guido Viale, Andreas FormiconiJorida Dervishi,  Pia Figueroa Renato Sarti  e Yasha Maccanico, sentiamo ora Fulvio De Vita del Centro Studi Umanisti “Salvatore Puledda”.

Ora che stiamo uscendo dall’emergenza Covid19 molti dicono: “Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”. Questa dunque può essere una grande occasione di cambiamento. Qual è secondo te la necessità di cambiamento più urgente in questo momento e cosa sei disposto a fare in quella direzione?

La mia impressione relativamente alla situazione attuale, rafforzata ulteriormente nel periodo in cui ha cominciato a diffondersi il Covid-19 in tutti i paesi del pianeta, è che il cambiamento più profondo che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto sia già iniziato. Il periodo di pandemia mondiale ha solo ulteriormente accelerato il processo.

In questo contesto non credo sia necessario tanto porsi domande sul cambiamento più urgente da mettere in atto, giacché tutto è già cambiato, tutto si è incamminato in modo accelerato verso una trasformazione irreversibile.

Credo che a questo punto del processo sia molto più utile chiedersi come gestire questo grande cambiamento e quale direzione veramente intendiamo dargli.

Un cambiamento di enorme portata che non coinvolge solo alcuni aspetti dell’organizzazione sociale, come alcuni potrebbero pensare o indurci a pensare (la sanità per esempio), ma che coinvolge interamente la stessa credibilità di un sistema sociale.

Per tutti è oggi molto più chiaro che un sistema sociale come quello attuale, organizzato attorno alle esigenze economiche dei grandi sistemi finanziari, non è in grado di proteggerci dalla malattia, dalla povertà e dalla morte.

Questo non ha semplicemente il sapore di una rivendicazione sociale di settore (vogliamo più ospedali, vogliamo più cassa integrazione, cambiamo il governo, ecc.), ma piuttosto quello della scomparsa globale e diffusa di un’immagine di futuro che prima, in apparenza, il sistema sembrava garantire.

Il futuro si è oscurato, nessuno sa come e quando si potrà uscire dalla crisi (sanitaria, economica, sociale) e nessuno è in grado di dare risposte certe. Sono aumentati esponenzialmente in poche settimane l’incertezza e il timore del futuro.

La maggior parte delle popolazioni coinvolte oggi desidera unicamente che tutto possa tornare come prima, ma nonostante gli sforzi che possano fare i governi e le organizzazioni sanitarie, questo non sarà possibile. Al contrario, l’incertezza del futuro aumenterà le tensioni sociali al punto che gli stessi governi dovranno aumentare le misure di controllo e in definitiva la violenza, per mantenere un’organizzazione sociale che non funziona più ormai da diverso tempo.

All’interno del grande cambiamento che è avvenuto e che continuerà a crescere in modo irreversibile, è da prendere in considerazione anche, e non come tema secondario, quella strana esperienza di deprivazione sensoriale che ha vissuto oltre la metà della popolazione mondiale per diversi mesi. Infatti, nel giro di pochi giorni diversi miliardi di abitanti di questo pianeta hanno dovuto interrompere quasi simultaneamente le loro attività quotidiane e lavorative, hanno dovuto allontanarsi dai propri affetti, modificare il ritmo di vita e alterare le relazioni sociali.

Tale particolare situazione ha prodotto una profonda destabilizzazione psichica in cui sono scomparsi i riferimenti abituali, si sono modificate le condizioni che davano identità agli individui e ai gruppi, creando una sorta di “vuoto” simultaneo nella psiche di oltre la metà della popolazione mondiale.

Una sorta di rallenty in un film che viaggiava a una velocità folle e che all’improvviso rallenta quasi fino a fermarsi. Iniziano ad apparire i dettagli del viso, dei vestiti, del paesaggio. Si ha il tempo di osservare tutto quello che accade nell’intera scena. Appaiono le persone, anche se distanti migliaia di chilometri e appaio nello scenario anch’io, impaurito, frastornato e a volte annoiato… come milioni di altre persone come me.

Anche questo “strano” fenomeno si aggiunge all’incertezza e al timore del futuro cui si è accennato e fa parte del cambiamento irreversibile, tanto che si fa fatica a tornare al lavoro, a riprendere il ritmo abituale, a capire cosa sia successo.

Un varco apertosi all’improvviso nella mente di miliardi di persone nel quale sono sorte molte domande e, in alcuni casi, delle risposte, a volte positive, come la solidarietà, altre volte meno positive.

Cosa servirebbe per appoggiare quel cambiamento, a livello personale e a livello sociale?   

A queste domande gli umanisti hanno la responsabilità di rispondere perché hanno gli strumenti e le proposte che possono accompagnare questa grande sfida.

In questo senso credo si possa fare molto, anzi credo che si debba fare molto, soprattutto elaborando e segnalando con chiarezza le alternative possibili nei diversi campi del sociale. È fondamentale che ognuna di esse si fondi su un’immagine chiara e confortante per il futuro: una sanità pubblica non sottoposta alle leggi di mercato ma gestita a favore delle necessità delle popolazioni; un’economia cooperativa e solidale non manipolata e asfissiata dalle banche o dai grandi sistemi finanziari; una democrazia reale; un tessuto sociale basato sulla nonviolenza.

Al livello personale di ogni individuo e di noi stessi non è possibile fare a meno di considerare l’importanza di quel “varco” apertosi nella mente di tutti per un breve periodo.

È fondamentale che gli umanisti di tutto il mondo esprimano con forza che quel rallenty non è solo uno stato passeggero dovuto a un piccolo e infido virus, ma una possibilità concreta di iniziare a guardarsi negli occhi, a riconsiderare la propria vita e le proprie aspirazioni, permettendo di chiederci, forse per la prima volta, se vogliamo vivere e in quali condizioni vogliamo farlo.

Categorie: Internazionale, Interviste, Umanesimo e Spiritualità
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