La notizia è fresca di stampa, è il trend topic ambientalista del momento dopo l’indignazione dell’Elefante che in India (pare) sia stato imbottito di petardi e lasciato morire assieme al piccolo che portava il grembo: le “dune di sabbia di Agrigento devastate”. L’indignazione apparentemente monta su pagine facebook, quotidiani online e qualche sparuto servizio televisivo locale. Questione di ore e sarà sepolto da un altro evento che fagociterà l’attenzione del popolo delle rete. E nel frattempo le dune rimangono, e per molti anni rimarranno, un cumulo amorfo e sterile di sabbia e lerciume. Quel che è accaduto è di una gravità estrema: una ruspa ha raso al suolo un complesso sistema ecologico che impiega decenni e decenni per instaurarsi.

Per chi non lo sapesse una spiaggia “integra” non è solo l’ameno luogo dove giocare a fare castelli di sabbia o starsene spalmati a crogiolarsi al sole, ma un habitat unico e fortemente a rischio di estinzione. Come sono a rischio le specie viventi, infatti, così rischiano la scomparsa anche gli ambienti dove le specie vivono, e le dune sono uno di questi. E questo lo sanno i pochi che di ambiente scientificamente si occupano, lo sa la comunità europea che nella fondamentale Direttiva del 1992 (Dir. n.92/43/CEE attuata con D.P.R. n.357\97) lo inserisce fra gli habitat su cui è necessaria una tutela rigorosa, lo intuiscono i molti sensibili alla bellezza della natura. Ma evidentemente lo ignora totalmente chi, per lavoro e in nome della collettività, dovrebbe saperlo. Mi riferisco a tutta la catena di comando che ha autorizzato, colpevolmente o per semplice bieca ignoranza, lo scempio. Nidi di probabile Caretta caretta, l’arcinota tartaruga marina, distrutti così come quelli dell’elegante Fratino, un intero popolamento di rari insetti annientato in un colpo assieme all’intero corteggio floristico presente.

Adesso quel complesso naturale di dune, uno degli ultimi lembi relitti di quella che un tempo caratterizzava gran parte delle coste siciliane prima che il cancro edilizio la corrodesse, è una spianata buona soltanto per piazzare sdraio e ombrelloni dei bagnanti estivi. Uno scempio paragonabile alla distruzione di una chiesa cinquecentesca adornata di statue e affreschi per piazzarvi sopra una sala Bingo. Ma in quel caso anche il più incompetente degli amministratori, forse, avrebbe sollevato qualche obiezione intuendo se non l’importanza del bene distrutto almeno le ripercussioni sociali che avrebbe provocato. Nel caso di Agrigento dov’era chi doveva controllare il lavoro delle ruspe? Chi e cosa ha autorizzato per giustificare questa scellerata azione? Era forse in un angolo beatamente immerso nei suoi affari personali o forse ad ammirare estasiato una spiaggia finalmente “ripulita” da erbacce e comodamente ripianata? Qualunque cosa facesse è il frutto mai troppo vituperato dell’ignoranza e dell’incompetenza di cui traboccano molti che gestiscono la cosa pubblica. Come disse Borsellino laddove c’è la mafia è il “cretino” che ottiene il posto di lavoro. È il risultato lo pagano tutti, e a un prezzo molto più caro di quello che si possa intuire. La sottrazione della Bellezza che verrà negata a una generazione, come la natività di Caravaggio trafugata come un sito archeologico distrutto.

Adesso, sull’onda emotiva, si paventano denunce e indagini della Procura fra frasi di circostanza e retorica indignazione di chi doveva controllare ed è stato invece assente. E fortemente mi auguro che non finirà tutto nella solita bolla di sapone ma il rischio che il tutto scivoli nello scaricabarile di responsabilità, sport di cui i vertici politici e amministrativi siciliani sono campioni indiscussi, è assai elevato. Ma comunque finirà, adesso dove prima c’era un panorama da ammirare e una Natura da contemplare c’è solo un monumento all’idiozia umana, l’ennesimo.

Calogero Muscarella, entomologo e ambientalista