Senegal, storie di donne coraggiose 1: Awa e Fatu

12.05.2020 - Lucia Michelini - Unimondo

Senegal, storie di donne coraggiose 1: Awa e Fatu
(Foto di Plixnio)

In Senegal vivono più di 16 milioni di persone e la popolazione è in costante crescita, con 22 milioni previsti per il 2030. L’economia del paese è in piena evoluzione, ma nonostante un PIL in aumento le condizioni di vita dei senegalesi non sembrano migliorare parallelamente.

La grande sfida per un paese che importa più del 70% dei cereali che consuma è sicuramente quella di riuscire a nutrire la sua gente in modo sano, adeguato e accessibile economicamente, considerando che i cambiamenti climatici e la mano dell’uomo stanno impattando già da tempo sugli ecosistemi necessari per la produzione agricola.

L’agricoltura influisce con un 17% sul PIL nazionale, più del 70% della forza lavoro del Ppaese è occupata in questo settore e il 60% di chi lavora nel mondo agricolo è di sesso femminile. E sono proprio le donne che, sporcandosi le mani più degli uomini, faticano maggiormente ad avere accesso alla proprietà terriera. Sono agricoltrici, raccoglitrici, produttrici e trasformatrici, ma lavorano spesso i campi di qualcun altro, nella maggior parte dei casi, di un uomo.

È per affrontare queste tematiche che a fine gennaio, presso il grande Musée des Civilisations Noires di Dakar, si è tenuto un seminario di tre giorni dedicato al tema dell’ecologia agraria. In queste giornate si sono riunite decine di persone tra movimenti paesani, istituti di ricerca, associazioni private e funzionari pubblici, con lo scopo di parlare di ambiente e diritti umani.

Awa fa parte del Réseau National des Femmes Rurales (la rete nazionale delle donne rurali), un collettivo che ha lo scopo di riunire le donne attive nel settore agricolo ed affiancarle nel processo da seguire per ottenere la concessione dei terreni. “La produzione del cibo è in mano alle donne, la gestione delle famiglie spetta alle donne, la cucina degli alimenti anche. È giusto che noi tutte abbiamo gli stessi diritti degli uomini, soprattutto per quanto riguarda la proprietà della terra che lavoriamo. Come anche per i giovani: è importante che vengano coinvolti, le nuove generazioni vanno implicate affinché si inneschi un legame con il territorio senegalese”, afferma.

Nel parlare Awa cita il termine agro-ecologia, nel riferirsi a quella transizione verso una maniera più sostenibile di coltivare, equa per tutti. “Le donne vanno inserite nelle filiere di vendita, devono avere accesso ai mercati, non limitarsi ad essere confinate nella mera raccolta e lavorazione dei prodotti agricoli. Privarle dell’accesso alla terra è una forma di violenza economica. A livello basso le donne ci sono, portando avanti un’agricoltura di tipo tradizionale, bisogna accompagnarle ad un livello superiore, imprenditoriale”

Il Réseau National des Femmes Rurales cerca di assistere le donne su due fronti: quello formativo, con attività di sensibilizzazione su come presentare la domanda per accedere alla proprietà fondiaria, e quello economico, per evitare che nel tentativo di acquistare una porzione di terra le richiedenti si indebitino con le banche che arrivano a proporre dei tassi di interesse anche del 20%.

Norme non scritte, valori sociali, influenze religiose assieme alla scarsa consapevolezza delle donne sui loro diritti sono all’origine delle disparità esistenti fra i due sessi nell’accesso al suolo coltivabile. Tutto questo si traduce in un misero 13,8% di donne che possiede un terreno, rispetto ad un 86,2% per gli uomini (FAO, 2018).

Questa signora grintosa parla con veemenza e consapevolezza delle sue parole. La sua determinazione l’ha portata fin qua dalla lontana regione della Casamance, affrontando un giorno di viaggio su un furgoncino sgangherato in compagnia del figlio, di neppure un anno. Lamine è buonissimo e nei tre lunghi giorni di workshop è sempre in braccio alla mamma o legato sulla schiena con una fascia. L’ho sempre visto dormire o sorridere. “Non potevo permettermi di lasciarlo solo, è troppo piccolo e fa fatica a mangiare. Si nutre solo del mio latte, quando provo a dargli i cereali non li digerisce” ed è forse per questo che i piedini del piccolo sono pieni di gris-gris, piccoli amuleti molto in uso nel paese per scongiurare i problemi di salute.

Fatu è una studentessa di vent’anni presso l’Université du Sine Saloum, Kaolack, regione delle arachidi, dove segue un corso sull’agricoltura biologica. “Non faccio l’agricoltrice, ma credo nel biologico. Purtroppo, in Senegal non è molto praticata l’agricoltura senza pesticidi e non per un problema di costi a mio parere, ma di tempo. La gente non è disposta ad aspettare a lungo per il raccolto e senza l’uso di prodotti chimici serve più tempo rispetto ai ritmi serrati imposti dai metodi convenzionali. Bisogna lasciare che le piante maturino lentamente, con la natura non si deve avere fretta. Io preferisco attendere e avere prodotti sani, ma non sono in molti a pensarla come me”

All’apparenza discreta e riservata, nonostante la giovane età Fatu fa trapelare una maturità piena di risposte ed esperienze. Quando le chiedo un parere sul ruolo dei suoi coetanei nello sviluppo del paese, a rispondere è una ragazza che sembra già amareggiata dall’avvenire: “Ho perso le speranze, non credo che il Senegal si riscatterà, per due fattori: il primo è la mentalità dei politici che guardano solo il loro interesse e si dimenticano del popolo, il secondo è la scuola. Tutti vogliono lavorare, la gente ha solo il lavoro in testa, ma non lo trova perché in molti non finiscono la scuola. Quando ho iniziato il liceo eravamo in sessanta, ma solamente io e poche altre amiche abbiamo terminato il ciclo di studi senza essere mai bocciate. Tanti studenti vengono fermati un anno o più, altri abbandonano per vari motivi”

E ha ragione: dei 16 milioni di persone che abitano il paese la metà sono giovani (con un’età media di 19 anni) e se si pensa che il futuro sarà letteralmente nelle loro mani, fa male sapere che molti di loro non riusciranno a finire la scuola.

“Quelli delle ONG – continua Fatu – fanno tante cose, progetti, tavoli di lavoro, seminari, ma poi la situazione non cambia. Come mai? Se una ONG interviene in un territorio stai sicuro che risolverà quel problema per un certo lasso di tempo, che però ha un inizio e una fine. Ma nel lungo periodo le cose rimarranno le stesse: dove c’è malnutrizione continuerà ad esserci malnutrizione, dove c’è povertà sicuramente questa non verrà eradicata. Mentre nelle realtà dove ai giovani è data la possibilità di studiare, magari con borse di studio e sussidi, le cose migliorano. Potendo apprendere, le probabilità di trovare un impiego aumentano considerevolmente, mentre con i progetti a breve termine si crea solo dipendenza. Non è resilienza questa”

Awa e Fatu sono solo due fra i parecchi esempi di donne coraggiose che si stanno organizzando per riprendersi i loro diritti civili, nonostante le numerose difficoltà legate ai vincoli culturali e sociali imposti alla donna in Senegal. Per farlo hanno deciso di partire dalla terra, da dove non nascono solo piante, ma anche libertà, indipendenza e prospettive.

 

Categorie: Africa, Ecologia ed Ambiente, Opinioni
Tags: , , , ,

Newsletter

Inserisci la tua email qui sotto per ricevere la newsletter giornaliera.

Cerca

Il canale Instagram di Pressenza

Documentario: L'inizio della fine delle armi nucleari

Documentario: RBUI, il nostro diritto di vivere

Mobilitiamoci per Assange!

App Pressenza

App Pressenza

Canale di YouTube

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

Archivi

xpornplease pornjk porncuze porn800 porn600 tube300 tube100 watchfreepornsex

Except where otherwise note, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.