Fabio Sbattella: di fronte alla pandemia ci salviamo solo grazie agli altri

25.04.2020 - Claudio Rossetti Conti

Fabio Sbattella: di fronte alla pandemia ci salviamo solo grazie agli altri

Emergenza sanitaria, eccesso di informazioni, paure, solidarietà e molto altro. Ne parliamo con il professor Fabio Sbattella, docente di Psicologia dell’emergenza presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano.

Ci si sente minacciati da qualcosa di invisibile, non individuabile direttamente attraverso i nostri sensi, di cui non possiamo sperimentarne il controllo; qualcosa di silenzioso che entra nelle nostre case minacciando il nostro senso di sicurezza e l’incolumità dei nostri cari. Vengono vissute intense emozioni, come la paura di ammalarci, morire e di contagiare i nostri familiari; alcune persone stanno vivendo forti stati d’ansia di fronte a un qualcosa che difficilmente possiamo individuare e a cui reagire. Eppure la capacità di controllare l’ansia e lo stress è determinante per una corretta percezione del rischio e una buona presa di decisione in situazioni critiche.

Ci sentiamo attaccati da un virus che ha fatto irruzione nella nostra quotidianità, sconvolgendo a tal punto il presente da richiederci continui e nuovi adattamenti di fronte a rapide trasformazioni. Il futuro ci appare incerto, percepiamo una sproporzione improvvisa tra il bisogno e il potenziale di risposta attivabile dalle risorse immediatamente disponibili. Il sistema sanitario ha dimostrato i suoi limiti a causa anche delle scelte politiche fatte in questi anni, che hanno favorito la sanità privata rispetto a quella pubblica aggravando cosi la situazione emergenziale che stiamo vivendo.

La maggior parte dei mezzi di comunicazione trasmette ossessivamente cifre relative al Covid-19 sul numero di contagiati, morti e guariti, forse per dare l’impressione di avere un preciso controllo appunto ossessivo, probabilmente dimenticandosi che le persone non sono riducibili a dei numeri. Se i dati che ci vengono forniti sono parziali o di non facile interpretazione, allora risultano inutili o pericolosi veicolando in parte le nostre decisioni e la nostra percezione del rischio. E’ necessario disporre di adeguate informazioni e saperle leggere e capire per trarre conclusioni corrette. Difatti decidere è un’attività complessa, che nel include la parte di ricerca di informazioni e la loro elaborazione. 

Secondo la psicologia dell’emergenza il concetto di rischio, a differenza di quello di pericolo, implica la consapevolezza che possono essere le azioni umane  a determinare la probabilità del verificarsi di un danno, fronteggiando un pericolo. Chi diffonde queste informazioni forse dovrebbe ricordare le regole psicologiche della comunicazione del rischio. La mente decide a seconda dalla cornice che viene strutturata implicitamente dai dati forniti ed è sensibile ai modi in cui viene strutturato un problema. Fabio Sbattella, docente di Psicologia dell’emergenza presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, esperto nell’assistenza a popolazioni colpite da catastrofi naturali come tsunami e terremoti, risponde ad alcune domande per aiutare a interpretare e a dare un senso a tutto ciò che sta succedendo consigliando atteggiamenti positivi.

Professore, come possiamo interpretare la mole di dati che ci vengono offerti in questo clima di iper-informazione ed evitare la ricerca ossessiva di informazioni senza perderci in considerazioni fuorvianti e cadere in atteggiamenti e comportamenti non funzionali al nostro benessere psicologico individuale e sociale?

Decidiamo i comportamenti in relazione alle informazioni. Essendo una situazione carica di incertezza, le poche informazioni che abbiamo sono importanti per orientarci. E’ importante un’educazione critica all’ascolto delle informazioni. Molte informazioni sono poco attendibili; bisognerebbe quindi riferirsi alle agenzie stampa più serie, accreditate e professionali, che verificano le fonti delle informazioni.

Parlando dei social si verifica ciò che viene chiamato passaggio di bocca in bocca: spesso le informazioni distribuite perdono alcuni elementi fondamentali come l’origine della fonte dell’informazione stessa o la sua contestualizzazione e la data di riferimento. Una informazione è seria se verificabile. In tempo di pandemia c’è un fenomeno chiamato infodemia, ovvero l’epidemia di informazioni. Con questo termine si intende la sovrabbondanza di informazioni che le persone cercano, elaborano e diffondono alla ricerca di chiarezza. Questo causa una confusione informativa, un aumento dell’ansia e confonde i comportamenti. Ecco due semplici regole: limitare l’esposizione al fiume di informazioni ad esempio mezz’ora al mattino e mezz’ora al pomeriggio e darsi un tempo per elaborare ciò che è stato detto. Le informazioni non servono a nulla se non vengono elaborate, se non ci si prende un tempo per pensare, connetterle con il proprio comportamento e confrontarlo con altre persone.

Davanti alle forti emozioni che stanno provando molte persone e di fronte a un contesto in cui capita di sentirsi sospesi nel tempo e isolati nelle proprie case, chiedendoci quando potremo riabbracciare i nostri familiari o amici, a quali rischi psicologici siamo esposti e come possiamo ridurre lo stress e gestire l’ansia?

Molti Stati hanno scelto una strategia per mitigare i danni della pandemia nota come rarefazione sociale. In questo caso il distanziamento sociale è un’ottima idea, ma l’essere umano esprime nelle relazioni sociali la sua forza e la migliore possibilità per rispondere alle paure e alle emergenze. Ci aspettiamo che la rarefazione sociale aumenti la salvezza di vita umana, ma anche la sofferenza psicologica delle persone. Chi ha delle dipendenze affettive, ma anche chi ha dei forti legami molto importanti per la sua vita soffre per ansia da separazione. Le persone in isolamento che sperimentano solitudine, assenza di comunicazione e impossibilità di incontrare altre persone per potersi confrontare si troveranno indebolite psicologicamente.

Quindi con i mezzi e le modalità consentiti si può contrastare il fenomeno dell’isolamento, specialmente per le persone più anziane e con fragilità psicologica, ad esempio portandogli la spesa a casa. L’ansia è una paura anticipatoria, il timore di trovarsi in una situazione che ci causerà  paura. E’ utile se ci aiuta a trovare soluzioni per il momento del bisogno, disfunzionale se l’ansia si genera con troppo anticipo. Utili strategie possono essere esplicitare e confrontarci sulle nostre fantasie rispetto al futuro, confrontarle con ipotesi più realistiche e vicine e preoccuparci di ciò che possiamo fare personalmente in questo momento e in questo luogo. Una volta capito, metterlo in pratica.

Si sono visti casi con reazioni eccessive, come ad esempio spese esagerate nei supermercati, comportamenti forse guidati dalla qualità delle informazioni ricevute e dalla loro interpretazione e altri in cui alcune persone sono state discriminate perché venivano da zone ad alto rischio di contagio. Vi sono state però anche grandi iniziative di solidarietà tra individui e comunità,  che offrono speranza e mostrano che azioni positive sono sempre possibili, anche in questi contesti emergenziali. Come possiamo fare fronte e prevenire fenomeni distruttivi e promuovere comportamenti solidali e cooperativi? Come può questa esperienza che stiamo vivendo aiutarci a cambiare positivamente?

La domanda corretta sarebbe come possiamo rispondere al pericolo, non reagire. Non siamo istanze chimiche, meccaniche o elettroniche. Siamo invece in dialogo con i messaggi di morte che ci arrivano dall’incontro con degli eventi o con i messaggi che provengono dai media. Molti dicono che le persone rispondono con comportamenti irrazionali; secondo me invece sono riposte iper-razionali come le spese eccessive, che potrebbero essere scelte molto egoistiche, quando ad esempio si sottraggono risorse a persone più vulnerabili. Scelte estremamente razionali, ma ingiuste.

Di fronte alla pandemia ci salviamo solo grazie agli altri. Abbiamo bisogno che ciascuno adotti comportamenti responsabili. Possiamo sconfiggere il virus solo se c’è cooperazione tra i governi, se gli scienziati si scambiano informazioni e se i cittadini fanno in modo di non contaminarsi a vicenda. Il tema della solidarietà è legato alla difesa collettiva e individuale. Portare il cibo a casa a chi è vulnerabile è utile. Additare invece le vittime come colpevoli sarebbe un grave errore: si creerebbero tensioni sociali, vedendo come nemici i malati piuttosto che il virus; a lungo termine tutti usciremmo sconfitti. Il virus gioca questa battaglia dividendo e imperando. Se le persone positive fossero stigmatizzate ed emarginate (come è successo con i malati di AIDS), tenderebbero a nascondere la loro condizione comportandosi normalmente e causando così una maggiore diffusione del virus. Un clima di tolleranza e solidarietà nei riguardi delle vittime del virus può aiutare.

Molti pensano che quando finirà questa emergenza si ritornerà a vivere come prima. Se consideriamo la pandemia attuale come un fenomeno relazionato a vari contesti tra cui quello economico e socioculturale, allora possiamo dire che questi hanno in parte contribuito alla situazione che stiamo vivendo oggi. Secondo lei c’è qualcosa che dovremmo rivedere della nostra vita quotidiana per evitare, una volta usciti da questa situazione, di ricadere negli errori che ci hanno portato dove siamo ora? Cosa ci potrà aiutare ad affrontare il post emergenza?

Come hanno già detto in molti, mi sembra chiaro che dopo il picco epidemico il mondo non sarà più come  prima. Nulla tornerà come prima. Si, il sole continuerà a sorgere e a tramontare, ma l’organizzazione del lavoro, i contatti sociali, i viaggi, i modi di sedersi nei ristoranti, i modi di muoversi nei luoghi pubblici, i modi di fare scuola cambieranno in modo irreversibile. Aumenteranno la digitalizzazione e la compenetrazione tra esperienza virtuale ed esperienza reale. Nei prossimi anni aumenterà la rarefazione sociale: meno persone insieme e meno persone abituate a stare insieme.

Nel post emergenza la memoria potrà aiutarci. Prendete nota di ciò che accade adesso, delle vostre emozioni durante queste settimane e di ciò che di giorno in giorno cambia. Una volta fuori dall’emergenza tenderemo ad appiattire i ricordi nel bene e nel male e quindi a dimenticarci certe cose. Avremo bisogno di rileggere tutti i passaggi, dovremo contare su memorie e appunti. Dovremo cercare di ricordare per evitare di ripetere eventuali errori che sicuramente stiamo facendo.

 

Categorie: Cultura e Media, Interviste, Salute
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