Utilizzare energia solare pur non avendo i pannelli fotovoltaici sul tetto si può. E si può anche sfruttare l’energia solare per i propri consumi domestici, pur abitando in un condominio. O meglio, si potrà, grazie alla nuova normativa che sta per entrare in vigore anche in Italia, dopo il varo della direttiva europea di due anni fa. Come? Aderendo a una comunità energetica. La rivoluzione del solare comunitario sembra una banalità, ma finora era fuorilegge: l’elettricità prodotta da un impianto fotovoltaico poteva essere consumata solo dal suo titolare. Ora l’aggregazione di più utenti per un impianto potrebbe diventare la nuova frontiera della diffusione per questa tecnologia, dicono gli esperti, che vedono enormi opportunità di crescita dal via libera alle comunità energetiche, soprattutto in un paese con 20 milioni di condomini.

Prezzi competitivi 

Che siano residenti di un condominio, abitanti di un villaggio o piccoli imprenditori in una zona industriale, gli utenti della comunità che non hanno un impianto fotovoltaico possono comprare l’elettricità a prezzi competitivi direttamente da chi la produce e magari possono contribuire all’equilibrio del sistema ospitando una batteria in casa. Quelli con l’impianto fotovoltaico, invece, possono cedere alla comunità il surplus di energia, a una tariffa vantaggiosa rispetto alla normale cessione in rete. Così si costituisce una piccola isola energetica autonoma, che non inquina e taglia la bolletta. In Germania e in altri

paesi d’Europa configurazioni del genere sono già realtà e i primi esempi stanno spuntando anche negli Stati Uniti. In Italia il solare di comunità era impossibile fino a poco tempo fa, ma una recente delibera dell’Authority ha aperto la strada alle sperimentazioni e ora un emendamento al decreto Milleproroghe, su cui c’è ampio consenso, recepisce la direttiva europea, sotto la spinta delle associazioni ambientaliste e di Italia Solare. Nascono così i primi esempi di una vera e propria sharing economy dell’energia.

Il modello
 
A Tirano, in provincia di Sondrio, la rivoluzione rinnovabile è già a uno stadio avanzato, visto che il Comune è alimentato solo da fonti pulite, tra fotovoltaico e biomasse, ma ora si vuole fare un passo in più, diventando la prima comunità energetica del territorio alpino. «L’idea è di far evolvere il modello Tirano, Comune già 100% rinnovabile, all’autonomia energetica, creando una maggiore attrattività per le imprese a investire sul territorio e a creare nuovi posti di lavoro per i giovani nelle cosiddette aree marginali», ha spiegato il sindaco Franco Spada, che in collaborazione con il centro Ricerca sul Sistema Energetico vuole rendere tutti i cittadini partecipi della transizione energetica, in particolare quei 192 «prosumer», come viene definito chi è al tempo stesso produttore e consumatore di energia elettrica.

In pratica, mettendo tutti gli impianti di energia locale a fattor comune, «si registra già un surplus di energia da fonti rinnovabili», che invece di essere immessa nella rete nazionale potrebbe, nell’ottica della comunità energetica, rimanere sul territorio, se opportunamente accumulata e redistribuita nei momenti di maggior richiesta. A Bologna sta nascendo un altro progetto di comunità energetica, che permetterà ai cittadini e alle circa 900 aziende del quartiere Pilastro-Roveri di usufruire di tariffe ridotte, grazie a una combinazione di fonti rinnovabili, generazione distribuita, stoccaggio di energia e ottimizzazione dei consumi. «L’obiettivo principale del progetto Green Energy Community è contribuire ad aumentare la sostenibilità, ridurre la povertà energetica e generare un ciclo economico a basse emissioni di carbonio nel distretto di Pilastro-Roveri», spiega Claudia Carani dell’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile, coordinatrice del progetto, che ha già ricevuto un finanziamento di 2,5 milioni dal fondo europeo Eit Climate-Kic.

A questi apripista seguiranno certamente molti altri casi, anche grazie all’incentivazione prevista dalla nuova normativa. Lo sviluppo delle comunità energetiche e di un sistema di produzione energetica distribuita sta molto a cuore alla Commissione europea, che ha già lanciato diverse sperimentazioni con cui conta di arrivare a comprimere del 10-15% la bolletta energetica dei consumatori finali, mettendo a disposizione degli utenti energia rinnovabile a basso costo. Le tecnologie di produzione elettrica locale, come il fotovoltaico, il mini-eolico o il mini-idro, ci sono già tutte, ma erano fino ad oggi molto ostacolate dalle normative, rimaste ancorate alla logica dei sistemi energetici a stella che dominavano il mercato del secolo scorso, generando energia elettrica solo in grandi centrali (nucleari, a gas o a carbone), per poi distribuirla a milioni di persone intorno. La rivoluzione dell’energia comunitaria e locale, invece, sarà il cuore del Green New Deal europeo. 

Quattro comunità

Il progetto europeo Renaissance, lanciato la scorsa estate, metterà gli utenti al centro del processo di ricerca e sviluppo, basandosi su quattro comunità che stanno già sperimentando il fotovoltaico condiviso, nel paesino olandese di Eemnes, nella stazione sciistica spagnola di Manzaneda e in due campus universitari, a Kimmeria in Grecia e a Bruxelles. Sperimentazioni interessanti, anche in ambito urbano, non mancano: dal condominio solare di Lavaterstrasse nel centro di Vienna al famoso caso londinese di Banister House Solar, un complesso di edilizia sociale a Hackney trasformato in centrale elettrica installando un impianto fotovoltaico sul tetto e diventando l’apripista per altri progetti simili nelle case popolari. Siamo solo all’inizio, il bello deve ancora arrivare.

Elena Comelli da Corriere.it

 

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