Coronavirus in Niger: intervista alla capo missione dell’UNHCR

31.03.2020 - Fabrizio Maffioletti

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Coronavirus in Niger: intervista alla capo missione dell’UNHCR
(Foto di UNHCR)

Qual’è l’impatto che l’epidemia potrebbe avere sul Niger?

Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Morelli, Rappresentante (capo missione) dell’UNHCR, dopo l’individuazione di casi di contagio da Coronavirus a Niamey, la Capitale.

Buongiorno, in una trasmissione di Medi1tv Afrique dal 27 marzo, abbiamo visto nel servizio denunciare la comparsa di 8 casi di persone positive al coronavirus responsabile dell’attuale pandemia. Dal suo punto di osservazione che cosa ci può dire in merito?

Posso confermare che oggi il Niger abbiamo 30 casi registrati e purtroppo i primi tre morti e quindi possiamo dire che l’onda della pandemia ha raggiunto il Niger, come ha peraltro raggiunto diversi Stati dell’Africa centrale: Burkina Faso, Mali, Paesi confinanti del Niger.

Sono conscia delle difficoltà che il sistema sanitario ha nel processare i campioni, esiste solo un centro di analisi diagnostica, il CERNES, che si trova qui a Niamey, occorrono circa nove ore per ottenere i risultati, questo dipende dalla mancanza di personale e dall’obsolescenza delle apparecchiature diagnostiche, che attualmente sono, tra l’altro, in numero insufficiente.

Sappiamo di casi di contagio anche in altre due regioni del Niger, ma è estremamente difficile far pervenire i campioni al CERNES, sia per l’endemica condizione delle strade, tipica dell’Africa, e sia per i problemi di sicurezza sulle arterie di comunicazione, che sussistono a causa del terrorismo jihadista.

Quindi il numero ufficiale dei contagi non rispecchia con certezza la reale diffusione dell’epidemia.

Ci sono focolai anche in Algeria, Nigeria, Senegal.

Tutti i Paesi dell’Africa occidentale oggi possono definirsi investiti dall’onda della pandemia da Coronavirus.

Quindi “l’effetto domino” ha purtroppo cominciato a interessare questa regione dell’Africa.

Il Niger è circondato da frontiere non facili, fragili, porose, col Mali e Burkina Faso e condivide con questi Stati la lotta al terrorismo jihadista.

Il Niger si trova in questa regione del Sahel centrale: effettivamente si trova a combattere la guerra al jihadismo contro elementi estremisti appartenente all’Isis per il Maghreb e all’Isis per il Grande Sahara ma non dimentichiamoci di tutta la regione del Sud confinante con la Nigeria, che si trova a combattere contro Boko Haram, questo gruppo terroristico che da 4/5 anni dimostra sempre più non solo l’intento, ma la capacità, una capacità pragmatica e concreta, di esercitare la propria violenza sul territorio nigerino.

Questo ha creato anche una crisi umanitaria causando un’ingente migrazione tra la popolazione dei nigeriani.

Negli ultimi 6/7 anni quasi 118.000 rifugiati nigeriani si sono spostati in Niger, 56.000 maliani hanno trovato rifugio in territorio nigerino negli ultimi 5/6 anni.

Le guerre simmetriche lungo le frontiere che ho appena citato hanno anche purtroppo conseguenze sulla popolazione civile nigerina stessa, che ad oggi conta quasi 200.000 sfollati interni.
Quindi la guerra al terrorismo è una realtà purtroppo concreta e ancora attualmente molto attiva nel Niger

Quali sono le misure di prevenzione che il governo nigerino sta attuando per prevenire i contagi?

Le misure di prevenzione sono cominciate a essere realmente applicate circa una settimana fa, il primo caso registrato qui risale, come circa in tutta l’Africa occidentale, al 12 marzo, quindi ci troviamo nelle primissime due settimane successive all’individuazione del primo caso di contagio.

Posso quindi dire che il Governo stia attuando le prime forme di prevenzione.

Le misure intraprese in questa fase iniziale riguardano in primo luogo il distanziamento sociale: sono state chiuse le scuole, i ristoranti, sono vietati tutti gli assembramenti, le importanti attività sportive, le attività culturali.

C’è il problema che riguarda gli assembramenti nelle moschee: questo rimane il punto più difficile da far comprendere, ci sono state anche delle proteste sociali al riguardo.

Si sta cercando inoltre di prevenire quello che potrebbe essere un impatto economico molto importante sulla popolazione, è stato emanato un provvedimento di sospensione del pagamento di alcune bollette dell’elettricità e dell’acqua e di alcune tasse, questi sono le misure intraprese in questa fase inziale.

Niamey in questo momento è considerata un focolaio e quindi da due giorni la città è chiusa, non si può né entrare né uscire dai confini cittadini, ma all’interno della capitale è stato imposto, da tre giorni, una sorta di coprifuoco che va dalle 9 di sera alle 7 del mattino, ore nelle quali è in vigore l’obbligo di dimora.

E’ stato chiuso l’aeroporto di Niamey.

Non siamo, in questa fase, al lock down attuato in molti Stati mondiali, il governo sta valutando le misure da prendere giorno per giorno.

Comunque la trasmissione all’interno del Niger, come all’interno dei paesi del Sahel, trattandosi di focolai, è già arrivata allo stadio di “trasmissione comunitaria”, quindi è molto importante l’attuazione della misura del distanziamento sociale.

Abbiamo visto nella trasmissione di Medi1tv Afrique, anche operazioni di disinfezione delle aree cittadine, per esempio del mercato di Niamey

Assolutamente sì: il mercato è il luogo dell’incontro, è il luogo dello scambio, della sussistenza economica per moltissime persone, soprattutto anche per moltissimi contadini e allevatori rurali che trovano in questa forma di commercio la loro sussistenza quotidiana.

La disinfezione viene effettuata un po’ ovunque, in generale nei luoghi pubblici soggetti a situazioni di assembramenti di persone.

Il Niger ci risulta essere all’ultimo posto nella classifica della ricchezza degli Stati mondiali, pur essendo il quinto produttore di uranio al mondo. Quali possono essere le ragioni di questa condizione?

Una delle ragioni per cui il Niger si trova a essere in difficoltà, e quindi ad essere posizionato all’ultimo posto, è dovuto agli shock che si trova a dover affrontare quotidianamente.

Una delle cause primarie, se non la più importante, è senz’altro la guerra al terrorismo che, come ho detto prima, interessa quotidianamente le zone di frontiera.

Questo fa sì che il governo abbia dovuto destinare alla Difesa più del 20% del proprio bilancio, questo, naturalmente, a discapito dell’educazione scolastica, della sanità e della spesa sociale.

La sanità si configura come una delle sfide, forse la maggiore, che il Niger dovrà affrontare, nel brevissimo periodo, per poter gestire e contenere la crisi epidemica da Covid-19.

Stiamo tuttavia parlando di un sistema sanitario fragile e le esperienze delle epidemie da Sars-CoV-2 (Coronavirus) in altri Paesi del mondo c’insegnano quanto l’epidemia possa diventare estremamente impattante sul sistema sanitario.

Quali sono a suo parere, in base allo stato di povertà del Niger, le conseguenze di un’esplosione dell’epidemia da coronavirus?

Le conseguenze, qualora si verifichi un’epidemia delle dimensioni che abbiamo visto in ormai molti Stati del mondo, saranno catastrofiche.

Avrà un impatto drammatico sulla vita sociale, le persone che percepiscono salari giornalieri, e in particolari salari che derivano dal settore non formale – i settori non formali sono molteplici – subiranno senz’altro, ma ne stiamo già vedendo i primi effetti, una gravissima situazione di disagio.

I settori commerciali e non formali subiranno un rapido esaurimento delle attività: questo creerà un grave problema di mancanza di cibo e aggraverà la situazione degli strati già poveri della popolazione, persone che non avranno più nessun mezzo di sussistenza e non potranno più acquistare il cibo.

I tagli alla spesa sociale, che si prevede vengano messi in campo, influenzeranno i poveri in modo sproporzionato, l’impatto delle patologie Covid-19 sulla struttura sanitaria, fragile, che si trova a dover affrontare in questo periodo sfide sanitarie già esistenti come  HIV, la malaria, la tubercolosi e giorni fa anche alcuni casi di lebbra, avranno un impatto che si ripercuoterà inevitabilmente sulla popolazione, soprattutto sugli strati più poveri della società nigerina.

La chiusura delle scuole avrà notevoli ripercussioni sulle giovani generazioni del Niger, Stato che ha la più bassa età media al mondo, qui non sarà possibile istituire la didattica da remoto, come avviene in altri Paesi, qui a volte i ragazzi hanno, come aula, l’ombra di un albero di baobab.

Possiamo quindi immaginare quali possano essere le conseguenze della chiusura delle attività didattiche in un paese nel quale l’età media della popolazione è circa di 14 anni  e che ha bisogno di sviluppo.

Quante persone sono impiegate dall’UNHCR in Niger?

Lo staff dell’Alto Commissariato per i Rifugiati è attualmente composto da più di 400 persone che distribuite su tutto il paese.

Stiamo lavorando per gestire la situazione dei rifugiati nigeriani, causati dal terrorismo di Boko Haram, che provengono dal bacino del lago Ciad, la situazione dei rifugiati che provengono dal nord del Mali, vittime di una guerra dimenticata che continua a causare una notevole migrazione di persone.

Stiamo gestendo anche i profughi che entrano in Niger attraversando la frontiera col Burkina Faso a causa della situazione fragile e preoccupante causata dal terrorismo jihadista.

Abbiamo anche altri progetti in cui lo staff è coinvolto, mi riferisco alle rotte migratorie del Mediterraneo centrale basati ad Agades: stiamo favorendo l’accoglienza in Niger delle persone bisognose di protezione internazionale che si muovono su quelle rotte.

In sintesi agiamo per la protezione dei rifugiati e degli sfollati, un impegno continuo nella ricerca di soluzioni, impegno efficaci nel tempo, attraverso progetti di inclusione.

Impegno che ci costringe spesso a “spremere fino all’ultima goccia” tutta la nostra creatività, al fine di favorire e mettere in atto meccanismi che ci consentano, appunto, di proteggere le persone che ne hanno bisogno.

Considero la creatività  il coraggio una “magia”: lo strumento più adatto alla risoluzione dei problemi con i quali ci stiamo confrontando.

Abbiamo avviato un altro progetto molto importante che ora purtroppo è sospeso: si tratta dell’evacuazione dai centri di detenzione della Libia verso il Niger e dal Niger verso paesi terzi attraverso le vie legali, mediante il concetto del reinsediamento e dei corridoi umanitari: strumento chiave di protezione per un’Agenzia come l’UNHCR

Quali sono i suoi stati d’animo da funzionario dell’ONU e da membro della comunità Umanitaria rispetto all’attuale condizione del Niger e rispetto al rischio esplosione dell’epidemia?

Gli stati d’animo, che vivo tutti i giorni con la mia squadra, sono di preoccupazione, abbiamo la consapevolezza di dover affrontare una grande sfida, vivo emozioni di tristezza, ma anche di gioia quando vediamo che insieme al governo nigerino, insieme ai rifugiati, insieme ai miei colleghi stessi, riusciamo a dare risposte che rilancino la vita, la speranza.

Mi sento divisa in due: sono italiana, la mia famiglia risiede in Italia, e quindi sento il dolore del mio Paese, che si somma al dolore per la condizione di questa regione, il Sahel, nella quale attualmente sto vivendo.

Viviamo ogni giorno con questi stati d’animo: dolore, sacrificio, ma anche slanci di profonda gioia quando riusciamo, e grazie a Dio ci riusciamo, a elevare la vita al suo massimo livello di dignità.

Siete impegnati nel sensibilizzare la popolazione dei rifugiati alle norme di prevenzione necessarie al contrasto dell’epidemia di coronavirus?

La nostra attività è anche impegnata nella realizzazione di diffuse campagne d’informazione di massa, di educazione civica.

Siamo coinvolti nella pianificazione della distribuzione immediata e prolungata di acqua, di disinfettante a base di cloro, di sapone.

E’ anche attivo il progetto che stiamo portando avanti per la produzione del sapone e del disinfettante, sono i rifugiati stessi che lo stanno producendo.

Le nostre operazioni di sensibilizzazione e educazione alla prevenzione non sono solamente rivolte alla popolazione dei rifugiati, sono rivolte anche alle comunità che ali accoglie e alla fascia più povera di popolazione del Niger.

Stiamo diffondendo le norme di prevenzione all’epidemia, spieghiamo come sanitizzare i loro piccoli e umili ambienti, lavoriamo anche per stabilire meccanismi di sostegno anche psicologico, per far comprendere alle persone e alla comunità come rispettare il distanziamento sociale.

Questa è l’attuale grande sfida in ambienti densi di popolazione: il sostegno e il supporto a 360° alla campagna di sensibilizzazione alla prevenzione che il governo sta facendo per contenere l’epidemia.

Non abbiamo altra scelta che l’impegno totale per poter minimizzare l’impatto negativo della pandemia.

La popolazione africana è sempre soggetta a shock, è una popolazione di persone molto resilienti. Lei pensa che questa resilienza si rivelerà un fatto positivo anche nei confronti dell’epidemia di Sars-Cov-2, ormai purtroppo conclamata, col focolaio di Niamey?

Durante la mia vita in Africa, sono state proprio le persone che ho incontrato, con le quali sono stata in contatto, che mi hanno insegnato e che quotidianamente rafforzano in me la resilienza, mi riferisco in particolare alla popolazione dei rifugiati.

Proprio su questo valore, questa virtù, che le persone hanno realizzato e consolidato attraverso i vari shock che hanno vissuto – mi riferisco sia alla popolazione che accoglie, che alla popolazione rifugiata – stiamo lavorando anche con l’ausilio della nostra equipe di psicologi, affinché la resilienza entri in campo e diventi anche un motore lotta alla povertà, al contagio, e motore di creatività.

Resilienza e creatività sono due valori che vogliamo mettere in campo affinché diventino strumenti importanti per la lotta contro l’epidemia da Coronavirus.

Qual è il ruolo della Cina nell’ambito dell’attuale crisi nigerina?

Tra Cina e Niger ci sono accordi consolidati di cooperazione bilaterale.

Oggi nella lotta al Coronavirus stiamo osservando un ampliamento di questa collaborazione, la Cina ha fatto una donazione importante, proprio due giorni fa è atterrato un aereo cargo carico di presidi sanitari, che rappresentano un aiuto molto importante al sistema sanitario nigerino, che, ripeto, è un sistema estremamente fragile e che senza questo aiuto importante non potrebbe far fronte gli effetti che si verificherebbero in una diffusione dell’epidemia.

Avete avuto di recente una visita dell’Alto Commissario: cosa è emerso durante questa sua visita in Niger?

Il nostro Alto Commissario Filippo Grandi a fine gennaio – quindi prima della situazione causata dalla pandemia di coronavirus nel mondo – ha visitato non solo il Niger, ma anche altri Paesi del Sahel centrale: Mali Mauritania, Burkina Faso.

Lo scopo della Sua visita è stato quello di rafforzare il sostegno alla crisi in corso nel Sahel centrale, regione, che sta affrontando, in questo momento, una situazione assimilabile a una “tempesta perfetta”, con problemi importanti legati alla governance e alla sicurezza.

Anche prima dell’impatto del Coronavirus era già una regione imprigionata nella morsa del terrorismo, sottoposta ai gravi effetti del cambiamento climatico, soggetta a shock legati alla malnutrizione.

Trovare continuamente soluzioni atte al fiorire della vita in tutta sicurezza, non è compito facile per i Governi africani.

Un’ultima domanda: qual è l’impatto del cambiamento climatico nel Sahel centrale?

L’impatto del cambiamento climatico in questa regione è evidente, si manifesta con periodi lunghissimi di siccità, che costringe la popolazione, e specialmente gli allevatori, a muoversi costantemente con il loro bestiame per cercare sussistenza.

La siccità causata dal surriscaldamento globale, crea gravissimi shock sulla sicurezza alimentare, in economie basate sull’agricoltura pluviale.

Non dimentichiamo che siamo nel cuore del deserto del Sahel, e di quanto fosse già di per sé faticosa la vita in questa parte del Pianeta.

 

 

 

Alessandra Morelli, Romana, classe 1960, è Delegata per dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) dal 1992.
Si è formata professionalmente nella gestione delle emergenze e delle zone di conflitto ad alto rischio, lavorando per l’UNHCR, dialogando con diversi governi, la NATO, ONG internazionali e locali, e Organizzazioni Intergovernative.
Dal 1992 ad oggi è impegnata direttamente sul campo in negoziazioni e operazioni umanitarie di risposta e di coordinamento, protezione e assistenza di rifugiati, sfollati interni e rimpatriati nelle aree più calde e fragili del mondo. Ha lavorato in ex-Jugoslavia, Ruanda, Albania, Kossovo, Guatemala, Sri Lanka, Sahara Occidentale, Afghanistan, Indonesia, Georgia, Yemen, Birmania, Somalia, ed ultimamente ha consolidato il primo intervento dell’emergenza profughi in Grecia, che ha visto transitare sul proprio territorio più di 1 Milione di persone in fuga da guerre e violenze. Alessandra si definisce una donna di dialogo e mediazione. Fin da piccola è cresciuta tra i colori e le culture del mondo, grazie al continuo trasferimento lavorativo della sua famiglia.
Ha trascorso quasi un anno in Italia a diffondere attraverso conferenze ed incontri pubblici, il messaggio centrale dell’UNHCR come quello della protezione e dell’accoglienza, delle persone costrette a fuggire da guerre dimenticate, cercando di capire insieme perché il profugo oggi produce spesso nelle persone sentimenti di diffidenza e paura. Rifugiati e accoglienza è un tema complesso: chiama in causa problemi come quello del diritto d’asilo e della libertà di movimento, proclamati dalla convenzioni sui diritti umani.
Dal Ottobre 2017 e’ Rappresentante in Niger, operazione complessa dal punto di vista della guerra asimmetrica alle frontiere oltre che paese crocevia della rotta del mediterraneo centrale passando per la Libia.

Categorie: Africa, Diritti Umani, Interviste, Migranti, Questioni internazionali
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