Lula, il Papa e il ministro dell’economia brasiliano

14.02.2020 - Sao Paulo - Paolo D'Aprile

Lula, il Papa e il ministro dell’economia brasiliano
(Foto di Avvenire)

Mentre Lula in Vaticano abbraccia il papa, Paulo Guedes, il potentissimo ministro dell’economia, parla a un manipolo di investitori della finanza, agli industriali, a quelli che una volta si chiamavano i padroni. Sí, i padroni.

Qui i padroni non si sono trasformati in anonimi e inattingibili azionisti, qui i padroni esistono ancora; e “padrone” è chiunque occupi un gradino più in su nella scala sociale. È dove risiede il suo potere, il suo essere padrone dipende proprio da quel gradino da cui ti può sovrastare. Padrone, patrão, è come viene definito chiunque sia in grado di darti un lavoro. E tutti virtualmente, un padrone, possiamo diventarlo. La relazione immediata stabilita da un patrão è quella che lo lega al suo “empregado”, cioè colui al quale è concesso un “emprego”, un lavoro mai definito in quanto tale, ma nominato per mezzo della parola “serviço”, servizio. Il lavoro diventa servizio, ossia la funzione esercitata dal servo. Il lavoratore è a servizio di qualcuno. Lavorare è servire. Essere padrone è  avere qualcuno a tuo servizio, qulacuno che ti serva. La donna delle pulizie, è la “empregada” per antonomasia. Colei che si rimette direttamente nella mani del padrone e con il quale ha un rapporto diretto di dipendenza, colei che nelle case brasiliane funge da schiava contempranea, i cui diritti lavorativi – orario di lavoro, contributi pensionistici, ferie  ecc – sono stati riconosciuti dal parlamento solo tre anni fa (e ai quali il futuro presidente della repubblica, all’epoca deputato, Bolsonaro, votò contro), viene oggi umiliata dal potentissimo ministro dell’economia davanti ai padroni, proprio mentre in Vaticano Lula abbraccia il papa.

È stato Alberto Fernández, il nuovo presidente dell’Argentina, a mediare e organizzare l’incontro. Lula e Francesco parlano di Amazzonia, di ambiente e di una strategia comune per sconfiggere la fame.


Il ministro dell’economia continua il suo discorso davanti ai padroni. È felice perché finalmente la svalorizzazione della nostra moneta in relazione al dollaro ha raggiunto un livello tale da non permettere più a nessuna “empregada” di poter viaggiare in aereo fino a Miami, fino a Disney World. Prima, quando il cambio del dollaro ci era favorevole, tutto era un “casino totale”, gli areoporti intasati da gente che non aveva mai sognato di prendere un aereo, si erano ridotti alla stregua di capolinea di autobus, perfino le “empregadas” potevano viaggiare, andare in America. Che imparino a viaggiare in Brasile, che vadano nelle nostre spiagge, dice testualmente il ministro. Il programma “fame zero”, bandiera politica di Lula, è stato praticamente distrutto. Per mezzo della ristrutturazione dei contratti di lavoro e il precariato ormai istituzionalizzato come modello imprenditoriale, il paese è ritornato a far parte della “mappa della fame” elaborata dalla FAO. Il ministro continua il suo dicorso e repete: “la svalutazione della nostra moneta è un fatto molto positivo: prima perfino le “empregadas” potevano andare in America, viaggiare, due tre quattro volte all’anno, un bordello totale, che rimangano in Brasile, abbiamo spiagge meravigliose da vedere”.


Il vecchio sindacalista e il papa si riuniscono in Vaticano, parlano di lotta alla fame. Bolsonaro dice che se il papa è argentino, Dio è brasiliano e quando gli domandano a rispetto dell’ opinione negativa di Greenpeace sulla legge che prevede l’apertura di miniere in terre vergini dentro le riserve indigene, risponde: “Chi è questo signor Greenpeace? Chi lo conosce? Greenpeace è un tombino di fogna”. Nel frattempo la repressione continua. Lo sciopero dei lavoratori dell’industria petrolifera arriva al quindicesimo giorno totalmente ignorato dalla stampa padronale e, come se l’isolamente politico non fosse sufficiente, la magistratura ha determinato che la produzione deve continuare: il 90 per cento dei lavoratori sono stati precettati e solamente al dieci per cento restante è permesso scioperare. 
Lula, bersaglio e vittima di una lawfare senza scrupoli che lo vuole eliminare dalla vita politica, va a Roma. Il presidente operaio che aveva permesso alle “empregadas” di poter viaggiare in aereo e grazie ai programmi di inclusione, aveva dato la possibilità ai loro figli di avere accesso alle università, il presidente che era riuscito a emancipare venti milioni di persone dalla miseria, oggi è a Roma, non per parlare di sé, ma per abbracciare il papa venuto dalla fine del mondo, parlano di fame, disuguaglianza, intolleranza, parlano di noi e di questo mondo impazzito. In Vaticano, Lula e Francesco si stringono la mano, due vecchi combattenti ancora in prima linea, sanno che la battaglia sarà durissima.

Categorie: Opinioni, Politica, Sud America
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