“Il Cile nel cuore”. Lettera aperta del giudice Baltasar Garzón al popolo cileno

03.02.2020 - El Desconcierto

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

“Il Cile nel cuore”. Lettera aperta del giudice Baltasar Garzón al popolo cileno
(Foto di El Desconcierto)

Cari cileni e cilene,

Scrivo di nuovo e questa volta mi rivolgo al popolo cileno, dopo la lettera aperta al presidente Piñera pubblicata lo scorso 23 ottobre, alla quale non ho ricevuto risposta.

In quella lettera ho espresso il mio dolore e la mia profonda preoccupazione per quanto stava accadendo in Cile, un paese con il quale ho un legame perenne e per il quale provo un affetto speciale. Mi sembrava allora, e mi sembra ancora oggi, che la risposta del governo all’esplosione sociale sia stata assolutamente sproporzionata, contro un popolo che manifesta nelle strade, dicendo che non può più sopportare tanta disuguaglianza, tanta ingiustizia, abusi e corruzione.

Inoltre in quella lettera ho detto, e l’ho ripetuto in altri forum, che l’esercito non è preparato a controllare l’ordine pubblico ma a fare la guerra, a sottomettere il nemico o a distruggerlo, e che quando scende in strada le cose non fanno che peggiorare. Ma con stupore ho potuto constatare come Piñera abbia cercato più volte di intervenire con i militari. Sembra non capire che il popolo non è il nemico ma la vittima e che il popolo deve essere protetto e non punito con misure di emergenza.

E’ paradossale che questa esplosione sociale abbia avuto luogo in un paese che – si diceva – era un’oasi in America Latina e che cercava di mostrarsi al mondo come garante dell’ambiente per guidare una risposta globale coordinata all’emergenza climatica alla COP 25 che il Cile avrebbe dovuto ospitare. Non è stato così perché Piñera e il suo governo non hanno potuto permettere ai dirigenti del resto del pianeta di vedere come l’esecutivo fosse incapace di gestire le istanze sociali, dando come unica risposta una repressione sempre più feroce contro i propri connazionali, senza alcuna vergogna.

Sicuramente saprete che dopo quella lettera mi sono recato a Santiago del Cile per partecipare al Forum latinoamericano sui diritti umani, tenutosi tra il 23 e il 25 gennaio, e ho incontrato le associazioni delle vittime, le organizzazioni per i diritti umani e la società civile per conoscere le loro impressioni su quanto è accaduto dal 18 ottobre. Devo confessare che personalmente è stata una giornata molto dura e ciò che ho vissuto ha aumentato il mio livello di indignazione. Un’indignazione che si è accumulata in questi tre mesi, ma che ha già raggiunto un livello di stupore di fronte a tanta crudeltà, pigrizia e incompetenza.

Una repressione senza senso

Durante il mio breve soggiorno a Santiago, sono andato a vedere di persona ciò che la società civile mi aveva trasmesso attraverso centinaia di messaggi provenienti dal Cile, ma anche da molti altri paesi e dalla stessa comunità cilena in Spagna. Mi sono recato in Plaza de la Dignidad (ex Plaza Italia), dove ho visto come le forze pubbliche non vengono utilizzate per controllare l’ordine pubblico e garantire il diritto di manifestare, ma piuttosto per danneggiare e ferire coloro che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione. I membri della Prima Linea, con i quali ho avuto l’opportunità di parlare nello storico edificio del Senato, mi hanno esposto la loro disperazione e il loro timore per la repressione attuata e sostenuta dallo Stato. Durante la protesta mi hanno prestato un casco, mi hanno circondato e protetto perché non venissi ferito mentre cercavo incautamente di verificare la realtà di ciò che avevano denunciato.

Devo ammettere che non sapevo cosa fosse un idrante usato in una protesta finché non ho visto un ragazzo saltare in aria con la sua bicicletta per l’impatto dell’acqua sotto pressione; né pensavo che una bomboletta di gas lacrimogeno avrebbe prodotto un tale impatto sul viso finché non l’ho verificato su una delle giovani donne che mi hanno accompagnato; o che il grasso e l’acido della sua composizione avrebbero irritato così tanto; né che i pallini che colpivano occhi innocenti si mostravano come sinistri trofei per non dimenticare il dolore… Di fronte a questo, scudi di legno o di plastica, la rabbia contenuta dell’impotenza e la certezza che bisognava esserci, tra donne e uomini di tutte le età che mostravano la loro determinazione ad affrontare i rischi per la loro sicurezza, con una forza esemplare. Lì, nell’Alameda, ho evocato Pablo Milanés che sottolineava i crimini della dittatura nella sua canzone: “Ripercorrerò le strade di quella che un tempo era Santiago insanguinata.”

Protestare in Cile potrebbe costarti la vita o un occhio, come purtroppo è successo e continua a succedere, ma mi emoziona pensare che, nonostante questo prezzo elevato, centinaia di migliaia di persone escano per strada a chiedere garanzie di un futuro migliore. Il popolo cileno è un esempio di coraggio e dignità per il mondo intero. L’emozione mentre scrivo queste frasi mi torna in mente, come nell’Alameda, mentre abbracciavo e venivo abbracciato da centinaia di voi. Avete tutto il mio rispetto e la mia ammirazione.

Non ci sarà impunità

Ribadisco la mia solidarietà a tutte le vittime, alle famiglie dei morti e dei dispersi, alle donne che sono state aggredite sessualmente, a quelli che sono stati torturati, ai feriti, a chi ha perso un occhio e naturalmente anche a Gustavo Gatica e Fabiola Campillay, che hanno perso completamente la vista. Non saranno dimenticati. Non ci sarà impunità. Avete la mia parola. È il mio impegno.

Non avrei mai pensato di tornare in Cile per assistere a una così grave emergenza sociale. Né immaginavo che a metà del XXI secolo un governo presumibilmente democratico avrebbe ricreato ancora una volta il peggio dei tempi passati più feroci. L’ho vissuto in prima persona e – devo dirvelo – è anche ciò che si vede dall’esterno. Piñera, Rozas, Chadwick, Blumel e Guevara sono nel mirino della comunità internazionale. La storia non li assolverà.

Non per niente il sostegno popolare al governo è solo del 4%, una cifra abbastanza bassa per dare le dimissioni e indire le elezioni o per effettuare un cambio di rotta nella direzione che i cittadini chiedono. E invece no. Preferiscono aggrapparsi al potere, non importa quanti altri morti ci saranno, non importa quanti altri occhi verranno accecati; non importa quanti altri corpi saranno torturati; non importa quante altre donne verranno maltrattate e quante altre persone imprigionate. Purtroppo queste denunce non vengono ascoltate e ancora una volta si ricorre alla durezza per conservare privilegi obsoleti e seminare di trappole il processo costituente, limitando il più possibile la necessità del profondo cambiamento che il popolo cileno esige. Le nuove regole, invece di garantire le libertà, le limitano e antepongono il codice penale a qualsiasi altra opzione, favorendo così l’impunità di chi reprime.

Si sbagliano. Lo sforzo deve essere diretto a generare spazi di incontro e dinamiche di dialogo sociale che finora non si sono prodotti, restituendo ai cittadini il protagonismo che dovrebbero avere in ogni democrazia.

Il suo capo è il popolo, Presidente

Mi rivolgo ancora una volta a lei, presidente Piñera, per dirle: lei ha una carica, ma il suo capo è il popolo del Cile. Non può governare come se il paese fosse una delle sue aziende. Non può pretendere che l’applaudano e la sostengano. I cittadini hanno tutto il diritto di non essere d’accordo con lei e di dirlo, perché il paese appartiene a tutti i cileni, non a lei o alle cinque o sei famiglie che pensano di possederlo, che ogni mese lucrano con il denaro delle pensioni e privano dell’acqua uomini, donne e bambini.

Mi rivolgo anche ai pubblici ministeri cileni, ai giudici e alla professione legale in generale: ho potuto constatare con preoccupazione che le istituzioni cilene, tra cui la Procura e la magistratura, non stanno generando la necessaria fiducia nei cittadini, che non percepiscono la buona fede, ma pensano che difendano altri interessi e non legittime esigenze sociali. Questa assenza di nodi di connessione tra la società e le istituzioni statali porta a un livello di rifiuto e di confronto molto pericoloso.

In questo contesto e nella stessa direzione in cui lo fanno i giuristi che difendono i diritti umani cercando di porre un limite agli eccessi con le loro denunce, vi chiedo di non lasciarvi mettere sotto pressione, di non permettere che la giustizia sia strumentalizzata, di rimanere imparziali, di indagare a fondo su tutte le violazioni dei diritti umani, senza timore di formalizzare, accusare, giudicare e condannare secondo il diritto, indipendentemente dalla posizione e dalla carica. Voi siete a mio parere l’unica cosa che garantisce che il Cile continui ad essere considerato un paese dove esiste lo stato di diritto. Il rischio di cedere all’arbitrarietà è molto vicino e con esso l’impotenza più assoluta per un popolo già molto provato dall’impunità.

La giustizia non è e non può essere repressiva contro queste persone, ma deve difendere coloro che ne hanno più bisogno di fronte alle violazioni della legge e dei diritti umani da parte di chi ha l’obbligo di rispettarli e proteggerli. Questo è un requisito di ogni Stato democratico governato dallo Stato di diritto.

Cito qui le parole di un cittadino: “Lo Stato del Cile è stato costruito in una logica di impunità. Manca la certezza dello Stato. Non ci sarà giustizia per le vittime”. Quanta disperazione denota questa frase! Che mancanza di fiducia in coloro che amministrano il paese! Stando così le cose, si può capire la protesta, si può capire che, quando non c’è altra risposta se non una dura repressione, le persone che conoscono i loro diritti esigono, in quest’epoca di Internet e di tecnologia quasi magica, le libertà di cui si tenta di privarle con proiettili in faccia o gas lacrimogeni. Pensateci.

Al generale Rozas e ai generali dei Carabineros cileni dico: vi pare logico che ci siano stati più di 20 morti e quasi 770 denunce di tortura, di cui più di 150 di natura sessuale? Vi sembra giusto che ci siano stati 405 feriti o traumi agli occhi in tre mesi, che più di 2.000 persone siano finite in prigione, o che più di 3.600 persone siano state ferite, di cui oltre 2.000 da proiettili, pallottole e gas lacrimogeni? Sono tutte cifre ufficiali dell’Istituto nazionale dei diritti umani, cifre scioccanti.

Non illudetevi, la prospettiva che si sta delineando è che in Cile in questo momento i diritti umani vengono violati, che coloro che dovrebbero difenderli non lo fanno e ancora una volta sono le vittime, è la società, sono le persone a chiedere quella protezione che le istituzioni non offrono. Se i carabinieri del Cile dovessero controllare l’ordine pubblico e allo stesso tempo permettere a chi lo desidera di dimostrare pacificamente, la cosiddetta Prima Linea non esisterebbe.

Ai colonnelli, ai capitani, ai maggiori e ai luogotenenti, ai sergenti, ai caporali e ai semplici carabinieri dico: appartenete a un’istituzione gerarchica, ma in conformità con il diritto cileno e internazionale, quando un superiore dà un ordine manifestamente illegale (come la tortura, l’aggressione sessuale o l’umiliazione, lo sparo in faccia, il pestaggio per nuocere e in generale l’uso della forza senza giusta causa), quell’ordine non può essere eseguito perché altrimenti si incorrerà in una responsabilità penale. Non esiste l’obbedienza dovuta a ordini manifestamente illegali.

A coloro che fanno parte del governo del Cile dico: non è giusto che un governo democratico permetta così tanti abusi e violazioni, invece di adottare misure preventive e correttive per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani. Nonostante tutte le segnalazioni, sia nazionali che internazionali, tali misure non sono state adottate o sono state insufficienti, mentre si sostiene pubblicamente il capo della polizia, che a sua volta sostiene i carabinieri che violano i diritti umani, garantendo così l’impunità. E nel frattempo, chi sostiene le vittime? Chi dà risposte reali e non solo burocratiche alla violazione dei loro diritti? Le autorità si dedicano solo a preservare la tranquillità di pochi, mentre i cittadini la perdono chiedendo un cambiamento di rotta verso un paese più egualitario e giusto.

Ho notato che chi protesta lo fa perché gli mancano le cose più essenziali. Ciò che chiedono sono diritti umani, sono diritti economici, sociali e culturali. Come può non essere giustificata la reazione sociale quando in questo paese l’acqua viene privatizzata e il suo uso agricolo in grandi piantagioni viene anteposto all’approvvigionamento umano, come mi hanno mostrato con prove diversi gruppi, che hanno anche individuato gravi conflitti d’interesse nei membri del governo?

Signor Presidente, quali misure preventive sta adottando il suo governo per evitare più morti, feriti, torture, persone con un occhio solo o cieche nei prossimi mesi? Mesi che saranno fondamentali per il futuro del Cile, con un processo costituente in corso, già sabotato dalla destra più estrema che, ancora una volta, sta rivelando le sue vere intenzioni.

Il sostegno della comunità internazionale

Il panorama dei diritti umani a livello globale ha oggi due aspetti. Uno punta a svilupparli progressivamente, come prodotto di una crescente coscienza sociale in difesa dei più vulnerabili. L’altro è reazionario, spinto dall’estrema destra, che cerca l’involuzione e il ritorno a posizioni passate che pensavamo superate, di intolleranza, discriminazione e negazione di tutti coloro che sono diversi o pensano diversamente da loro. Questa inerzia della negazione dell’estrema destra, della coercizione, dell’assenza di giustizia, dell’eliminazione dei diritti è un fatto che si sta sperimentando in Cile. È il fascismo che è rimasto latente e che sembra si sia risvegliato in troppe parti del mondo.

Questo è un momento storico in cui la comunità internazionale è molto attenta a quanto sta accadendo in Cile e continuerà quindi a sostenere la popolazione nelle sue legittime richieste sociali e a osservare e denunciare le violazioni dei diritti umani. C’è un’opportunità unica di costruire insieme uno Stato veramente democratico, che garantisca l’uguaglianza tra uomini e donne, che non discrimini i suoi popoli originari ma ne sia orgoglioso, che smetta di trattare i Mapuche come terroristi per aver rivendicato i loro diritti, che protegga veramente i bambini, che educhi senza differenze di classe, che si prenda cura dei suoi anziani garantendo pensioni dignitose e una sanità di qualità.

Quella frase, Mai più! che è diventata famosa in Argentina e in Cile per la lotta delle vittime nel corso di tanti anni, dovrà essere ripresa, perché non si può permettere che l’impunità si irradi ancora una volta in questa parte dell’America Latina.

Non dimentichi, signor Piñera: la sua responsabilità politica è chiara. La sua responsabilità penale è sotto inchiesta, in seguito a diverse denunce di crimini contro l’umanità. Ci auguriamo che la Procura e i tribunali cileni mantengano la loro indipendenza e imparzialità, perché ci sono ottimi giuristi in Cile che sanno perfettamente che esiste una responsabilità penale per l’acquiescenza verso violazioni sistematiche dei diritti umani. Sanno anche che tale responsabilità spetta al superiore gerarchico e a tutta la catena di comando rispetto a chi commette direttamente gli atti, compresa la persona che in ultima analisi detiene il comando supremo del paese. Non lo dimentichi.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

Categorie: Diritti Umani, Sud America
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