Tra Boris Johnson e Brexit: cosa sta succedendo nel Regno Unito?

03.09.2019 - Regno Unito - Giovanni Succhielli

Tra Boris Johnson e Brexit: cosa sta succedendo nel Regno Unito?
(Foto di Giovanni Succhielli)

Boris Johnson è diventato leader del partito conservatore e Primo Ministro del Regno Unito il 24 luglio, dopo le dimissioni di Theresa May.
Data la pausa estiva del Parlamento britannico, dal 25 luglio al 3 settembre, il governo aveva meno di due mesi prima dell’uscita dall’Unione Europea, il 31 ottobre. Due mesi per rinegoziare un accordo con l’UE, dopo che quello precedente era stato ripetutamente bocciato dal Parlamento nonostante quasi tre anni di trattative. Due mesi per stracciare dall’accordo il “backstop”, indigeribile per alcuni ma decisivi parlamentari conservatori (tra cui lo stesso Johnson) quando al governo c’era Theresa May

Cos’è il “backstop”?
Il backstop è uno strumento che entrerebbe in vigore se, alla fine del periodo di transizione (31 dicembre 2020) previsto dall’accordo tra UE e governo May, non si fosse trovata una soluzione sul delicato confine irlandese.
In tal caso, l’Irlanda del Nord rimarrebbe di fatto nel mercato unico europeo e il Regno Unito nell’unione doganale. I punti contestati da alcuni parlamentari conservatori sono: la mancanza di una scadenza certa e la creazione di due status diversi all’interno del Regno Unito, tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Per ottenere dall’UE un nuovo accordo senza “backstop”, Johnson ha puntato sul mettere pressione tanto ai negoziatori europei quanto al suo stesso Parlamento. Prima si è detto pronto a lasciare l’UE il 31 ottobre anche senza aver raggiunto un accordo di uscita, poi ha sospeso l’attività parlamentare dal 12 settembre al 14 ottobre, lasciando solo un paio di settimane al Parlamento per votare contro un eventuale “no-deal”. Per sospendere i lavori a Westminster, il governo ha fatto concludere l’attuale “sessione” parlamentare.

Cosa sono “sessions” e “prorogation”?
A partire dalla data delle elezioni, ogni legislatura nel Regno Unito è tradizionalmente divisa in cinque anni parlamentari (“sessions) inaugurati da un discorso della Regina: cioè dalla lettura dell’agenda del governo per quell’anno. Ogni Queen’s Speech viene preceduto da qualche giorno di pausa dell’attività parlamentare: la prorogation. Solitamente questa dura qualche giorno.
L’attuale sessione parlamentare è iniziata nel giugno 2017 e non si è ancora conclusa, per la decisione del governo May di allungarla in modo da avere più tempo per gestire la Brexit. Ed è ancora in corso a causa del cambio di governo avvenuto in estate: insomma, è stata estremamente lunga.

Boris Johnson, anche in quanto Primo Ministro di un governo appena nato, aveva tutto il diritto di chiedere l’inizio di un nuovo anno parlamentare, con conseguente sospensione di ogni attività a Westminster. Ciò che gli si rimprovera è la straordinaria lunghezza della “prorogation” – cinque settimane – e il tempismo: a pochi giorni dall’automatica uscita dall’UE.
Come prevedibile, una così lunga sospensione della Camera dei Comuni – che ha come precedente solo un caso del 1628, durante lo scontro tra il Parlamento e il re Carlo I – è stata rapidamente definita “incostituzionale” e una “minaccia per la democrazia” da tutte le opposizioni.

Anche lo stesso partito conservatore si è spaccato, con oltre una dozzina di parlamentari tories disposti a votare una mozione delle opposizioni. Questa prevederebbe che entro il 19 ottobre il governo debba far passare in Parlamento un accordo con l’UE, oppure una mozione per il “no-deal”, o chiedere all’UE un ulteriore rinvio della Brexit.
Come risposta, Johnson ha minacciato di convocare elezioni anticipate il 14 ottobre – che però necessiterebbero comunque di un voto parlamentare – e di non ricandidare alle prossime elezioni i ‘ribelli’ del suo partito.
Il Primo Ministro ha anche aggiunto che non permetterà un ulteriore ritardo nell’uscita dall’Unione Europea, ma non è chiaro cosa accadrebbe se non riuscisse a rinegoziare un accordo e il Parlamento impegnasse il governo contro il “no-deal”. Anche alla luce del fatto che Micheal Gove, importante membro del governo, non ha escluso la possibilità che l’esecutivo incredibilmente ignori una tale votazione.

Insomma, il Regno Unito è nel pieno di una storica crisi costituzionale che, a causa di una classe politica spregiudicata ed assetata di potere, potrebbe travolgere le istituzioni e i partiti del Paese.

Categorie: Europa, Politica
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