L’ULTIMO ANELLO DELLA CATENA

Se state leggendo questo articolo un giornoil computer o il telefonino che state utilizzando potrebbero andare a finire in questa enorme discarica di rifiuti elettronici, la più grande del mondo.
Siamo ad Agbogbloshie, ai sobborghi di Accra, capitale del Ghana.
Qui, decine di migliaia di persone sopravvivono guadagnandosi la giornata bruciando ogni tipo di spazzatura elettronica.
Ragazzi, persino bambini si aggirano tra fumi tossici, immondizia e baracche improvvisate ad Agbogbloshie.
Fra quell’enorme distesa di rifiuti di provenienza occidentale, ci si imbatte in cellulari, condizionatori, trattori, lettori mp3, macchine rottamate, monitor, schermi, ogni genere di oggetto dal quale le persone che lavorano nella discarica possano estrarre ferro, rame, alluminio e altri metalli di valore.

Queste persone rappresentano l’ultimo anello della catena del libero mercato e del nostro sistema di produzione industriale.

IL PRIMO ANELLO DELLA CATENA

L’Africa rappresenta al tempo stesso uno dei più grandi giacimenti di risorse naturali del mondo, Nigeria, Angola, Algeria e Libia producono una buona parte di tutto il petrolio greggio del mondo. Il Congo, la Sierra Leone hanno le maggiori risorse a di tutto il mondo d’oro e diamanti, cromo, coltano, bauxite, manganese, il mercato delle terre rare fondamentali per l’elettronica, in Namibia c’è l’uranio. In tanti paesi africani si esporta buona parte di tutto il legname che noi utilizziamo, stesso discorso per il cacao, il caffè, e molti altri prodotti dell’agricoltura, ma 18 dei 20 paesi più poveri in tutto il mondo sono africani. Un continente con’area tre volte quella dell’Europa ma con il PIL che è la meta’ di quello della Spagna.

In Africa ci sono tutte le potenze mondiali, siano esse con i rappresentanti ufficiali dei loro governi o con le loro multinazionali, spesso anche con le loro armi e i loro eserciti, ufficiali o per procura, poco cambia perchè è attraverso il controllo militare e delle armi, oppure tramite la corruzione, il finanziamento e l’appoggio a dittatori sanguinari, oppure ancora  attraverso bande paramilitari di mercenari che si diffondono la puara e le forme di controllo nei paesi africani, arrivando anche a imporre a molti paesi, il cambio con monete che debbono passare per forza dalle nostre banche in Europa, vedi franco CFA.  Di fatto da tanto tempo, prima con il colonialismo, adesso con il controllo coatto dell’economia e delle risorse, s’impedisce lo sviluppo di questo enorme continente.

I Paesi industrializzati occidentali per oltre 300 anni, in Africa hanno praticato il colonialismo. Adesso da decenni nel periodo postcoloniale,  per avere a basso costo le enormi risorse del contiente nero, hanno alimentato ristrette oligarchie compiacenti, realizzato spesso opere inutili, a volte con lo scopo più o meno recondito di mantenere la partnership e forme di controllo. I vari dittatori corrotti, molto spesso sono stati tenuti in piedi dalle ingenti risorse ricevute dalla cooperazione internazionale e dalle grandi compagnie commerciali, come in Congo per l’estrazione dei diamanti e delle terre rare.  Anche le guerre tra le etnie spesso sono innescate dall’esterno, la storia ce lo insegna.

Nella grande “torta Africana”, in questo preciso periodo storico sono presenti tutti, europei, statunitensi, cinesi, russi, e ognuno ambisce ad esercitare il predominio su una fetta più o meno grande delle sue immense risorse, non solo, ne sfruttano anche la manodopera a bassissimo costo.

Le ricette politiche ed economiche liberiste portate avanti all’interno dei paesi africani, a partire dagli anni ’80 hanno promosso una concentrazione delle risorse nelle mani di una ristretta oligarchia politico-economica, indebolendo così il sostegno popolare alle istituzioni democratiche e creando le basi per continue guerre civili.

L’Africa per l’Occidente è anche il primo anello della catena del suo sviluppo industriale, rappresenta un’enorme miniera di risorse a cielo aperto, fa comodo rimanga indietro. Come spiega l’attivista e poeta Soumalia Diawara, la soluzione per l’Africa e tutti gli africani, non è “Aiutiamoli a casa loro, bensì: Lasciate casa nostra”, espressione parafrasata poi dal calciatore Mario Balotelli che di recente ha giustamente dichiarato “lasciate l’Africa agli africani”. 

Presenza potenze occidentali in Africa

Presenza potenze occidentali europee in Africa durante il colonialismo

L’Africa perciò è sia il ventre molle da cui si estraggono materie prime e risorse energetiche per la produzione industriale, ma come detto all’inizio, è anche il secchio di raccolta finale per gran parte dei nostri rifiuti al termine della catena del ciclo di produzione industriale.
L’80% dei nostri rifiuti provenienti da una dubbia raccolta differenziata elettronica, arrivano in Africa, nel Ghana e in Nigeria che sono ad oggi i principali paesi importatori di Raee a livello mondiale.
Il Ghana da solo importa oltre 40mila tonnellate di “e-waste” all’anno e Agbogbloshie negli ultimi venti anni è diventato il più grande sito di riciclo informale del mondo, la discarica a cielo aperto dei prodotti elettrici di fabbricazione occidentale.
Questo ammasso di spazzatura di potenziale valore attrae migranti dal Nord del Ghana e da paesi vicini che poi finiscono per vivere, dormire, coltivare e allevare bestiame attorno all’inesauribile fonte di attività. Come racconta Mamadou Malick, un amico ghanese in Italia da diversi anni, “Li puoi vedere tutti i giorni, vagare per ore e ore su quella maleodorante poltiglia nera che infetta la terra, in condizioni igienico sanitarie terribili, respirano quei fumi, toccano a mani nude quei rifiuti che spesso sversano liquidi tossici, se arrivano a 40 anni senza morire prima è un vero miracolo”
“Scrap dealers” sono chiamate così le migliaia di persone che lavorano nella discarica, che preferiscono non chiamarla in questo modo. Per loro Agbogbloshie è un posto di lavoro dove poter guadagnare 2 forse 3 dollari al giorno.
Negli stessi anni in cui lo slum di Agbogbloshie cominciava ad affollarsi, la comunità internazionale metteva a punto la Convenzione di Basilea per regolamentare il trasporto di rifiuti pericolosi tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. La Convenzione arrivò nel 1989, (l’anno successivo della scoperta della discarica di rifiuti tossici provenienti dall’Italia a Koko, in Nigeria 1988), e venne ratificata da 185 Paesi con l’eccezione dagli Stati Uniti.

 

Vista dell’area di Accra, distretto di Agbogbloshie

 

 

UNA LUNGA STORIA DI DANNI ALLE PERSONE E ALL’AMBIENTE

E’ già diventata una lunga storia, quella di un’Africa che funge da pattumiera per i nostri rifiuti: Molti non credo ricordino il caso del 1988 dei rifiuti tossici italiani spediti in Nigeria. In effetti sono già passati 31 anni, ma a Port Koko, località lungo il fiume Benin, si ricordano ancora bene quando si trovarono a fare i conti con 43.330 tonnellate di veleni di produzione nostrana. La storia venne fuori in Italia grazie a un rapporto che fece l’associazione “Amici della Terra” alle istituzioni inquirenti.

La popolazione del posto rammenta benissimo sia la storia che gli effetti di cui ancora soffre la popolazione. La descrive bene in un articolo/intervista il Professor Lucky Oritsetojumi Akaruese della University of Port Harcourt;  che riassume i danni prodotti dai nove mesi nei quali la piccola comunità di Koko fu costretta a convivere con le peggiori scorie dell’industria chimica italiana ed europea.

C’è poi il resoconto di Paul Osuyi,  “Koko toxic waste: Indigenes still live with nightmare 27 years after” (Rifiuti tossici di Koko: dopo 27 anni la comunità vive ancora nell’incubo) l’articolo in cui si ripercorrono i momenti di tensione sull’asse Lagos-Roma a causa dell’accordo che ci fu tra alcuni imprenditori italiani e i funzionari nigeriani, per lo smaltimento di quelle tonnellate di veleni.
“Molti anni dopo, – riporta l’articolo – l’incubo del materiale velenoso continua a perseguitare la gente della comunità. L’area in cui furono scaricati i rifiuti non si è sviluppata e non è coltivata, anche se intorno sono sorte alcune case”.

Amici della Terra

 

Oltre 30 anni sono passati da allora.
“L’entità del traffico è impressionante” affermò Edo Ronchi all’epoca deputato di Democrazia Proletaria.
Lo scandalo scoppiò all’improvviso. Nel giugno del 1988 un gruppo di studenti nigeriani residenti in Italia avvertì la stampa africana riguardo l’esistenza di una grande quantità di rifiuti tossici inviati in Nigeria e poi abbandonati non lontano dalla spiaggia, in una zona abitata furono lasciati migliaia di fusti che sversavano senza nessuna sicurezza. Erano 18.000 per l’esattezza, i fusti zeppi di sostanze tossiche e nocive, raccolti da un paio di note ditte di “smaltimento” del nostro Bel Paese.

Accadde in breve che, tra il settembre 1987 e l’aprile 1988 questi 18.000 fusti presero il largo dai porti di Pisa, Carrara e Livorno a bordo delle navi Danix, Baruluch, Line e Juergen Vesta Denise.
Il primo a salpare dalle nostre coste con a bordo il carico dei nostri veleni, fu il mercantile danese Danix. Due mesi dopo avrebbe dovuto salpare sempre da un nostro porto, la tedesca Kirsten, i cui piani di viaggio prevedevano di scaricare 7300 tonnellate di rifiuti a Sulina, il porto delle nebbie romeno ribattezzato così proprio a causa dei tanti traffici che dalle nebbie sono venuti pian piano alla luce. In quel caso però accadde che il pretore di Pisa sequestrò l’imbarcazione e il carico dopo aver scoperto che in Romania non esisteva nessuna discarica adatta ad accogliere quei veleni.
La stessa merce allora venne imbarcata 8 mesi più tardi, il 16 marzo 1988 su un’altra nave tedesca, la Line, che questa volta attraccò senza ulteriori problemi al molo di Port Koko. Fu così che tra le paludi e i canali della Nigeria meridionale cominciò a crearsi una spaventosa discarica di bidoni multicolore arrugginiti che sversavano il loro carico mortale.

 

Port of Koko, Nigeria

 

TRAFFICO  ILLECITO  e non LECITO

Oltre 30 anni eppure sia il traffico “lecito” che quello illecito di rifiuti non ha mai accennato a diminuire, anzi, si è intensificato, ha preso altre forme, si sono fatti tutti più accorti. Quello che accade in sintesi, è che da una parte sia governi che le multinazionali occidentali prendono dall’Africa risorse pagandole poco, dall’altra al termine ultimo del ciclo produttivo, la usano come enorme discarica in cui accumulare i nostri rifiuti e i veleni che produciamo.
Così, da quando è sorta, l’immensa distesa di Agbogbloshie, nel tempo è diventata una delle principali destinazioni dei 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che si stima siano stati prodotti a livello mondiale nel 2018.  Una quantità di ferraglia che equivarrebbe a 5mila Tour Eiffel. Solo il 20% di questa produzione finisce per essere riciclata, sebbene 2/3 della popolazione mondiale viva in Paesi con una legislazione che prende in considerazione il problema.
Quaranta milioni di tonnellate di “e-waste” (spazzatura elettronica) finiscono invece nelle discariche o peggio ancora vengono bruciati, o come per l’Africa, trasportati in paesi dove le leggi sull’importazione e i controlli sulla riutilizzabilità di materiali di seconda mano, non ci sono affatto, o comunque sono del tutto inefficaci, come si può vedere dai continui casi di devastazioni ambientali.

Gli apparecchi elettronici pur essendo per necessità diventati fonte di sostentamento per tanta povera gente, tuttavia, contengono molti materiali altamente tossici, in molti casi anche per la nostra legislazione in materia rappresentano un problema per la classificazione stessa dei rifiuti. Ciò a causa di come vengono prodotti: il nostro ciclo produttivo non è circolare, non si basa su un’idea virtuosa e intelligente dove la produzione a monte tenga conto nei suoi metodi costruttivi criteri come ad esempio il poter riciclare facilmente le materie e i componenti utilizzati per la produzione di un dato oggetto. La nostra produzione industriale, compresa l’ultima che in ordine di tempo si è affermata come quella cinese, non tiene conto di nessun criterio di riciclo e di riuso nella costruzione, si basa solo sui vecchi concetti tanto cari all’economia del libero mercato usa e getta: produci al costo minore possibile, ottieni il maggior guadagno possibile, consuma tutto quel che si possa consumare, non preoccuparti di chi lavora, e non pensare nemmeno alle possibili conseguenze in un domani.   Poco o niente importano criteri come la durata di un prodotto, lo sfruttamento di persone che possa esserci dietro, il riutilizzo o meno che se ne possa fare alla fine del ciclo, la facilità per riciclare quel che si produce, il danno che possa arrecare un determinato prodotto una volta gettato a fine utilizzo.

La nostra legislazione in materia di rifiuti è molto lacunosa, la legislazione europea non è tanto migliore. Di un qualsiasi tipo di rifiuto, non si riesce ad esempio a capire, come tracciarne la vita residua. Appena uscito dalle frontiere, nell’esatto momento in cui lo prenda in carico una nave, oppure un trasporto battente la bandiera di un altro paese, di fatto sparisce, senza sapere se finirà in mare, oppure in una immensa discarica a cielo aperto in Africa, oppure se verrà lasciato a sversare veleni sulla riva del delta di un fiume. Anche guardando soltanto a questo, abbiamo un’enorme debito nei confronti dell’Africa e ancora di più nei confronti della popolazione africana, a cui togliendo risorse, inquinandone in compenso i territori, togliendogli pure la forza lavoro di milioni di persone costrette a fuggire, lasciare le loro case e tentare di venire in occidente, in molti casi perché l’ambiente in cui vivevano è stato talmente avvelenato e impoverito da non offrire più loro forme di sostentamento.
E’ solo dal 2002 che la Convenzione di Basilea ad esempio, ha iniziato ad occuparsi di rifiuti elettronici (in Italia adesso li designiamo con la sigla Raee), il cui peso negli anni è incrementato esponenzialmente, ma una regolamentazione precisa non è ancora mai stata del tutto definita. Computer, frigoriferi, telefonini, stampanti, climatizzatori, schermi televisivi, continuano a girare per il mondo, eludendo in un modo o nell’altro le regolamentazioni dei diversi Paesi.

 

Mappa Rifiuti Elettronici nel Mondo

Mappa della distribuzione della produzione dei Rifiuti Elettronici nel mondo

 

Istogramma RAEE Elettronici

Istogramma Raee Elettronici, produzione milioni di tonnellate per anno

LA POLITICA DEGLI “ZERO CONTROLLI”

I dati sui flussi verso questi Stati, quasi sempre africani o asiatici, sono discordanti e di difficile interpretazione. Anche se in questi stessi Paesi l’informatizzazione dei servizi e il consumo massivo di beni tecnologici stanno crescendo esponenzialmente. Finora si stima che la provenienza dell’85% di questi rifiuti provenga dall’occidente: USA, Europa, Cina e Russia in testa.
Sul fronte del traffico portuale europeo, a parte i grandi proclami, siamo ancora di fronte alle politiche “Zero controlli”. Basterebbe andare in uno dei tanti porti, italiani ed europei, seguire uno dei tanti container di rifiuti, prodotti di scarto di fine lavorazione, spesso anche veleni e sostanze tossiche (riempiti molto spesso da organizzazioni criminali) seguirne la destinazione, per capire dove finiscano. E’ quello che di recente ha fatto l’Associazione BAN con dei tracker GPS, per scoprire che ancora oggi molto spesso, questi rifiuti finiscono in quei paesi dove non c’è nessun controllo, dove dal traffico dei nostri rifiuti e degli scarti guadagnano funzionari corrotti di altri paesi in via di sviluppo, mentre organizzazioni criminali locali ed estere si arricchiscono nel business dello “smaltimento” a basso prezzo. Per noi in fondo è conveniente, è un business illegale che abbassa i prezzi di mercato…  Poco importa se quei rifiuti finiranno sulla foce di un fiume, gettati al largo di qualche lontano mare, oppure in qualche discarica infernale alle porte di una grande città, salvo poi chiedersi perché un numero sempre più alto di persone sia costretta ad abbandonare le terre in cui sono nati e vissuti, classificandoli magari come “invasori” o nella migliore delle ipotesi di classificazione in voga nell’Italia leghista, “migranti economici” che vengono qui per vivere a sbafo.

E’ intersessante in particolar modo, tracciare anche se parzialmente la filiera dei rifiuti elettronici, come ad esempio ha riportato in una ricerca l’Università Federico II di Napoli“Il traffico transfrontaliero e lo smaltimento di rifiuti pericolosi a livello internazionale e comunitario”.   Consultandola si può comprendere come molti dei RAEE che partono dai nostri porti arrivino in Africa, o nei paesi asiatici. Per lo più essi non provengono dai punti di raccolta ufficiali o dalle discariche comunali, ma molto più spesso da punti di raccolta informali davanti ai centri di riciclo ufficiali o dalle strade, a volte addirittura vengono raccolti direttamente su internet.   Il materiale illegale poi viene solitamente stipato dentro veicoli, ad esempio automobili usate, ed esportati tramite il veicolo stesso per essere portati in Africa. Ciò, ovviamente con l’appoggio di una rete criminale delle nostre mafie locali, coinvolte in attività di esportazione clandestina, le quali spesso si appoggiano su migranti africani che vivono in Europa e avviano piccoli business familiari su questi traffici.

“Un recente studio dell’ONU sull’Africa Occidentale ha dimostrato come spesso avvenga l’esportazione attraverso le auto usate. Si parla del coinvolgimento anche di altre organizzazioni criminali, come ad esempio la mafia rumena, ma sebbene di recente si stia indagando, ancora ci sono poche prove in tal senso, ma ci si rende bene conto alla fine, che all’interno della nostra filiera produttiva,  bene o male fa comodo a tutti poter smaltire a basso prezzo, migliaia di tonnellate di rifiuti, per la cui gestione come paese, non solo non siamo minimamente attrezzati, ma che rischiano persino di diventare causa di ulteriore degrado e inquinamento ambientale dei nostri territori.

Il flusso di fatto non si arresta perché i porti non sono in grado di monitorare ed effettuare ispezioni sulla quantità di container in arrivo ogni giorno. Nessun porto vuole rallentare le procedure aumentando queste ispezioni” dice Jim Puckett, Executive Director del Basel Action Network (BAN), un’associazione ambientalista che, pochi mesi fa, ha nascosto 314 dispositivi GPS su materiali elettronici di scarto in Europa, qui l’intero report mappando diversi casi in cui i rifiuti, non funzionanti, sono stati esportati verso Africa e Asia da Regno Unito, Spagna, Italia, Irlanda, Danimarca e Germania.

Carabinieri forestali durante il sequestro di un container di Raee

SENZA L’AFRICA SAREMMO GIA’ DA TEMPO SOFFOCATI  SOTTO I NOSTRI STESSI RIFIUTI

Il nostro ciclo produttivo va avanti grazie a una serie di escamotage legislativi che rendono più o meno “legale” lo smaltimento di scarti e rifiuti, se dovessimo smaltire da soli i nostri rifiuti e tutto quel che produciamo, ormai saremmo sommersi, letteralmente affogati, soffocati dai nostri stessi rifiuti: altro che terra dei fuochi, le nostre terre sarebbero già diventate tutte invivibili e saremmo già arrivati al collasso ambientale.

Così l’Occidente e l’Europa vanno avanti con leggi sulla gestione dei rifiuti che di fatto sono escamotage affinché siano altri a dover pagare il prezzo del nostro stile di vita e della nostra condotta senza nessun criterio.
Il fine vita degli oggetti elettronici di uso quotidiano è un problema di scala globale, reso sempre più urgente dalla crescente obsolescenza degli oggetti che quotidianamente utilizziamo e dalle difficoltà, anche dei paesi più sviluppati, di provvedere a un loro riciclo efficiente.
L’Unione Europea prova a confondere le acque e ad allargare le maglie della definizione di esportazione per “riparazione”, con l’obiettivo di escludere questa fattispecie dalla definizione di e-waste.

“Sono riusciti finora a inserire questo concetto nelle linee guida di Basilea sui movimenti transnazionali di e-waste. La nostra associazione BAN si oppone fortemente a questa idea. È grave che l’Unione Europea stia continuando su questa strada, a livello politico. Quando il materiale non è di scarto, la sua esportazione diventa legale”, – sostiene Jim Puckett – Stimo che dall’Europa l’80% di ciò che viene portato in Africa sia non funzionante e illegale”, continua Puckett. “Bisogna credere a quel che si vede. In Ghana le autorità portuali ti dicono che il 75% dei beni che arrivano nel paese sono di seconda mano, dunque legali. Abbastanza surreale, dato che si parla anche di importazioni di cibo. Sono stato al porto di Tema, vicino ad Accra, e ho assistito alle operazioni di controllo. Ci sono macchine usate dagli Stati Uniti, container di plastica e carta usati dall’Europa, gomme e elettrodomestici usati, vestiti. L’idea è che il mercato locale ridarà vita a tutti questi prodotti per poi rivenderli. Gli strumenti elettronici finiscono in qualche piccolo negozio dove si prova a ripararli e venderli. Tutto ciò che non ha mercato, che è la gran parte di quello che arriva, viene portato ad Agblogbloshie con dei carrelli da supermercato”.

Tutto questo ci dice in pratica che escamotage dell’Unione europea a parte, si tratta comunque di materiale, prodotto nel nostro Occidente.  Uno dei problemi a monte è l’aspettativa di vita di questi prodotti che produciamo che non è mai elevata, anzi è sempre più breve, perché all’interno del nostro ciclo produttivo per aumentare il consumo, da anni ormai abbiamo introdotto il concetto di “obsolescenza programmata”, ovvero far durare un qualsiasi oggetto il minimo indispensabile, di modo che possa superare gli standard legati al rispetto dei termini per la garanzia, ma che non si vada mai molto oltre la sua durata, ciò affinché il consumatore sia costretto spesso al ricambio dell’oggetto in questione, e mantenere così un certo livello di consumo.  I bilanci delle multinazionali a fine mese, si sa, debbono essere sempre in “crescita”; c’è da domandarsi crescita verso che o verso cosa, non per essere pessimisti, ma verrebbe di pensare a crescita nell’ordine della distruzione del nostro pianeta.

Ciclo dei rifiuti

Il ciclo dei rifiuti

 

LA STORIA DELLE COSE

Per capure meglio quale sia la logica devastante del nostro ciclo produttivo, esiste un video che gira già da diversi anni. Il video racconta la storia di come vengono prodotte le varie cose che utilizziamo, è narrata in forma di fumetto; sarebbe utile e bello che gli insegnanti potessero farlo vedere in tutte le scuole, così come anche noi, insieme ai nostri figli; di modo da renderci conto con più coscienza di come funzioni il ciclo produttivo delle cose,  di ciò che esso produca alle persone, e all’ambiente, in termini di danni, in particolare proprio in quelle zone da cui adesso provengono migliaia di migranti in fuga, in cerca di sopravvivenza.

 

LA CONVENZIONE DI BAMAKO C’E’ MA NON VIENE RISPETTATA 

Il continente africano dal canto suo in questi ultimi anni ha deciso di opporsi a questa politica votata alla distruzione, o meglio ha tentato, e si è espresso unitariamente in un’importante dichiarazione alla Conferenza di Bamako, e nella produzione d’una serie di documenti redatti durante tale conferenza, dove ci si esprime contro l’importazione di rifiuti elettronici, affermando il principio che, “qualsiasi cosa non funzionante va classificata come e-waste”.
Una definizione in linea di principio condivisa dai vari trattati tra i principali paesi più sviluppati. Il passo formale tuttavia non è affatto corrisposto a un cambiamento reale e pratico nella gestione internazionale del problema: l’Africa resta ancora il luogo da cui prima prendere le risorse e poi abbandonare, seppellire, sversare o bruciare il frutto della nostra totale incapacità gestionale. Un sistema produttivo il nostro che si ostina volontariamente a non voler considerare che la filera di tutto quel che produciamo non si conclude nell’atto della vendita, bensì con la gestione corretta degli scarti e dei rifiuti di fine ciclo che ne derivano.

Agbogbloshie rappresenta l’ultimo anello della catena di un sistema produttivo profondamente scriteriato, figlio di politiche economiche violente e cieche, dove la parola  “riciclo”  di fatto non esiste, se non quello che avviene sulla pelle di chi lavora in queste grandi dicariche a cielo aperto, e su quella di milioni di persone che vivono intorno.
Queste enormi discriche sono cantieri a cielo aperto, montagne di rifiuti a perdita d’occhio, dove le persone si approcciano a ogni tipo di rifiuto elettrico, lo smembrano, recuperando le materie prime per 2 dollari al giorno. Ciò che resta dello scarto di quei rifiuti viene bruciato. Le nubi tossiche vengono emesse in continuazion avvelenando l’aria. Agbogbloshie ad esempio, è uno dei 10 luoghi considerati tra i più inquinati al mondo. Recentemente un report di BAN e dell’International POPs Elimination Network (IPEN) ha dimostrato come l’industria dell’e-waste abbia serie ripercussioni sulla catena alimentare in tutto il Ghana. Lo studio ha mostrato livelli di diossina altissimi, di bifenili, di policlorurati nelle uova, nei polli, nelle verdure vendute nei mercati che vivono intorno all’immensa discarica. 
I giovani che lavorano ad Agbogbloshie si arrangiano con le mani e con il fuoco per estrarre metalli di valore dalle scorte inesauribili di plastica, fili e circuiti elettrici. Sono tanti gli studi che hanno illustrato le conseguenze dirette sulla salute di queste persone, esposte a sostanze letali che possono causare malattie ischemiche coronarie, infarti, malattie ostruttive polmonari, tumori, e infezioni respiratorie nei bambini.
Agbogbloshie è solo una delle tante discariche a cielo aperto che in questi anni sono sorte sul territorio africano.

Critical Mass: "Pensare Circolare"

Critical Mass: “Pensare Circolare”

PICCOLI PROGETTI IN CORSO

Ci sono dei progetti in tal senso,  qualcosa si muove nell’ottica di trasferire alle persone che sopravvivono delle attività legate alla discarica, almeno le conoscenze minime per poter gestire meglio il riciclo.
“Riusciamo a fare arrivare qua nel nostro centro, il 30% dei ricavi che entrano ad Agbogbloshie. Dove siamo riusciti ad arrivare, insegniamo a estrarre i metalli in maniera rispettosa dell’ambiente e della salute delle persone che vivono ad Accra,  spiega Bennett Samuel Akuffo, uno degli operatori dell’Agbogbloshie Technical Training Centre. –
Gli Scrap dealers possono consegnare anche il materiale al nostro centro, – continua Bennet Akuffo – dove viene processato in modo ecosostenibile, e vengono pagati per il valore dei metalli contenuti nel materiale portato.” Un piccolo progetto interessante quest’ultimo che è stato finanziato dalla Germania, ma è davvero troppo poco per porre un freno alla catastrofe ecologica in atto nell’area.

 

Agbogbloshie: Technical Training Centre

Agbogbloshie: Technical Training Centre – (Credit: Muntaka Chasant)

 

UNA VISIONE DIFFERENTE

Fa invece riflettere ciò che esprime Bennet, nella sua visione, si potrebbe pensare che una persona che viva in quella zona, così devastata,  ben consapevole dell’origine di tutto quel degrado e inquinamento, almeno secondo i nostri recenti parametri, quelli sdoganati delle politiche dell’odio e dei respingimenti che si stanno affermando in Europa in quest’ultimo periodo, dovrebbe quanto meno essere mortalmente risentita verso tutto l’Occidente. E invece no, la sua idea è planetaria, è universale, sa che se ci sarà una soluzione ambientale e sostenibile per questo pianeta, questa sarà globale e circolare, in una presa di coscienza, che ci racconta che tutto e tutti sono ormai strettamente collegati:
“Io ho avuto una polmonite e più volte ho preso infezioni lavorando qua per tanti anni, conosco altre persone che hanno avuto malattie simili e problemi alle vie respiratorie, altri che sono morti. Conosco bene l’origine di tutto questo, ma vado avanti perché dentro di me e nella mia vita sono un ambientalista e credo che si possa costruire un futuro differente per questo pianeta”, così conclude Bennett.

Dovremmo essere molti, molti di più a pensarla in questo modo, ancor più che per fare la differenziata (che comunque serve) per fare la differenza.

In una considerazione del tutto personale, credo che potrà esserci un futuro nel momento in cui s’inizierà ancor più che al solo pensare, idealizzando le questioni, a prendere coscienza con mano, sperimentare sulla nostra pelle, fino a sentire profondamente dentro che siamo parte di un’unica entità globale, una rete di persone che vive su di un unico pianeta, dove tutto ciò che di buono, così come i danni di ciò che produciamo, non hanno confini, non possono essere arginati con un decreto. In definitiva questo periodo storico sta tentando disperatamente di comunicarci in tanti modi differenti, che tutto ciò che produciamo sia esso buono, meno buono, o cattivo non finisce con noi, e non finisce qui, ma si diffonde nel mondo, all’interno di un pianeta sempre più collegato. Tutto quel che produciamo può forse solo sparire per un po’ alla nostra vista, ma poi ritorna.