Arte pubblica nella periferia est di Parigi: Collettivo FX e Les Chibanis

12.06.2019 - Raffaella Ganci

Arte pubblica nella periferia est di Parigi: Collettivo FX e Les Chibanis

Prima che il Collettivo FX pubblicasse sui social i due muri realizzati a marzo a Montreuil Île-de-France, nell’ambito del progetto promosso da MagicaEst, non avevo mai sentito parlare dei Chibani. Sfogliando il diario del Collettivo (ne tengono uno per ogni muro), ho potuto seguire l’intero processo creativo e di approfondimento alla base delle due opere. Ascolto, discussioni, verifiche, valutazioni critiche, sono tutti lì, disegnati pagina dopo pagina, alla ricerca di segni capaci di trasformare il muro in risorsa, in strumento di riflessione e sollecitazione. È questo, e non solo, il Metodo FX*.

L’uomo ritratto in foto si chiama Ammar Falek. Sul muro la sua carte de travail, sue le mani sciupate dal lavoro e dall’età che la reggono. Ammar Falek è arrivato in Francia nel 1969. È uno dei circa 300.000 Chibani (in arabo ‘anziani’, ‘capelli bianchi’) ‘bloccati’ su territorio francese.

Chi erano e chi sono lo racconta il documentario che Rachid Oujdi ha girato nel 2016 a Marsiglia. «Quando siamo arrivati non avevamo niente – dice in arabo uno di loro -. La Francia ci ha lasciati nella miseria. La Francia, che ci è venuta a cercare perché lavorassimo qui. Sono rimasto 65 giorni nella bidonville di St-Lazare. Stavamo in delle baracche con topi grossi come conigli, ci dormivamo in 4 testa-piedi. La polizia che veniva a controllare diceva: – Ci dormono in due qui-; invece eravamo in 4. All’interno non c’era acqua, la trovavamo in strada, colava dalle grondaie. Non avevamo nulla dentro le baracche.» Quasi tutti uomini, condividono solitudine e quella fitta al petto che arriva tornando indietro con la memoria.

I Chibani provengono da Tunisia, Algeria e Marocco. Nel 1946 rispondono alla richiesta di mano d’opera dell’industria e dei lavori pubblici in crisi per il calo demografico registratosi nell’immediato dopoguerra. Tra gli anni ’50/’70 miseria e fame, conseguenti alla decolonizzazione, li costringono ad abbandonare il proprio paese e a trasferirsi in Francia. L’afflusso migratorio dal Maghreb cala ma non si esaurisce nel periodo successivo al 1973, anno d’inizio della crisi petrolifera.

«Andavamo disegnando queste storie – mi dice il Collettivo, mostrandomi i disegni qui di seguito- i ragionamenti fatti, gli appunti presi, preparando vari bozzetti che raccontassero quanto hanno lavorato sodo contribuendo alla crescita del paese durante e dopo i Trente Glorieuses. Penalizzati, discriminati, sottopagati, tenuti nell’ombra, non hanno mai smesso di lottare per i loro diritti.»

Non hanno mai smesso, infatti. Lo scorso anno è stata vinta un’importante battaglia: la sentenza della Corte d’Appello nei confronti della SNCF (le ferrovie dello stato), condannata per discriminazione sul posto di lavoro a risarcire per 170 milioni di euro 848 lavoratori marocchini.

Raggiunta la pensione vorrebbero tornare a stabilirsi nel loro paese d’origine, ma sono ‘bloccati’, ‘legati’ da una legge (L311-7 Code de la Sécurité Sociale; L98-349 11 mai 1998 – art. 41 JORF 12 mai 1998) che li obbliga a risiedere in Francia se non vogliono perdere i diritti acquisiti. “E così –dicono- rimaniamo sospesi. Une vie passée entre ici et là-bas. Perdus entre deux rives.”

Durante gli incontri preliminari con le rappresentanze locali e con la curatrice Klara Mrsic, «è stato subito chiaro –racconta il Collettivo- come la progettazione, oltre che dei Chibani, dovesse tenere conto di altri aspetti del contesto territoriale, della composizione multietnica di Montreuil. La richiesta di omaggiare i Chibani su dei muri contrastava con la loro scarsa vocazione alla monumentalità e con l’ingiustizia legale che subiscono. Ci siamo detti, se si omaggia qualcuno su muro e nella realtà gli si tolgono i diritti, il tutto rischia di generare un paradosso incomprensibile. E come si giustifica il muro con la scarsa presenza di Chibani a Montreuil, con il fatto che nessuno di loro abita nel palazzo su cui dobbiamo dipingere? Abbiamo approfondito, lo stabile ospitava per lo più lavoratori stranieri. Tutto questo ci ha suggerito di realizzare non un ‘monumento’, ma qualcosa che pur appartenendo alla storia dei Chibani riguardasse anche molti altri in condizioni simili alla loro.»

La manifestazione che gli è stata dedicata e l’inaugurazione dei due muri è diventata la festa di tutti quei lavoratori stranieri che abitano nel quartiere e condividono un futuro fragile e precario. È proprio vero quello che sostiene il Collettivo: “Un intervento funziona quando si parla dell’argomento, non del murales.”

«Una volta terminato il muro della carte de travail, molti passanti si sono sentiti coinvolti. Le reazioni, le domande, le discussioni, riguardavano l’argomento immigrazione-lavoro-Francia, e questo era ovviamente positivo, ma i Chibani passavano fin troppo in secondo piano. Allora si è deciso di fare un intervento più mirato, accompagnando il ritratto con il riferimento esplicito alla legge.»

Nel novembre del 2018, su iniziativa dei deputati Olivier Veran, Fiona Lazaar e Mustapha Laabid, con il sostegno dell’associazione Cap sud Mre, che da anni combatte le discriminazioni contro i Chibani, all’Assemblea nazionale si è votato un emendamento che avrebbe permesso ai pensionati stranieri di usufruire del sistema di sicurezza sociale francese senza alcun obbligo di residenza e tramite qualsiasi permesso di soggiorno. Dal silenzio seguito all’adozione del testo definitivo (3 dicembre 2018) sembra che per il momento nulla sia cambiato.

 

Categorie: Africa, Cultura e Media, Europa
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