Brexit: tra giochi di potere ed un sistema politico “guasto”

06.04.2019 - Giovanni Succhielli

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Brexit: tra giochi di potere ed un sistema politico “guasto”

LONDRA – Sono da poco passate le nove di un tranquillo sabato mattina londinese quando una coppia di vecchietti entra in uno dei tanti locali del centro aperti per colazione. In spalla un piccolo zaino e, legata allo zaino, una bandiera dell’Unione Europea. Mentre sorseggiano il caffè, scrivono slogan contro la Brexit su pezzi di cartone che hanno portati con loro. Vengono raggiunti da amici che li aiutano. Poi, come sono venuti, così se ne vanno per unirsi alla manifestazione per un People’s Vote: per un nuovo referendum su Brexit.
Era il 23 marzo: la marcia (la seconda in cinque mesi) alla fine conterà “oltre un milione” di persone per gli organizzatori; molte di meno secondo il sito di fact-checking FullFact.org. In ogni caso, risulterà essere una delle più grandi del Regno Unito: a dimostrare quanto il tema sia – a distanza di tre anni – ancora estremamente divisivo.

Brexit: come è successo

Quando, nel 2013, David Cameron indisse un referendum consultivo sulla permanenza del Regno nell’UE, sperava di recuperare quegli elettori delusi da anni di governo con i centristi del LibDem, in vista delle elezioni del 2015. L’idea era di uscirne più forte – vincendo le elezioni prima e il referendum dopo – grazie a qualche offerta di facciata da parte dell’UE e all’opposizione dei laburisti. Ma Cameron sottovalutò l’impatto di notizie false (come quelle sui fondi per il sistema sanitario), l’ascesa di un euroscettico come Corbyn alla testa del Labour Party, le velleità di Boris Johnson a diventare nuovo leader conservatore e capo del governo.
Così come Brexit era stata quasi una serie di coincidenze, anche la successiva premiership fu il risultato casuale della guerra fratricida tra i conservatori più estremisti, dopo le dimissioni di Cameron. Rimase in piedi una sola figura, legittimata dalla sua posizione di “Ministro dell’Interno”: Theresa May.

La situazione che si ritrovava di fronte era pesantissima: negoziare una difficile ed imprevedibile uscita dal blocco europeo, tenendo insieme un partito dilaniato da feroci lotte interne e un Paese spaccato a metà (il 48% degli elettori aveva votato per rimanere nell’UE).
May decise fin da subito di dimostrarsi ferrea nella volontà di portare a termine l’uscita dall’Unione Europea: ripetendo che “Brexit significa Brexit” e che “Un no-deal è meglio di un cattivo deal“. Invece di cercare un compromesso con le opposizioni, proponendo loro un dialogo inedito nel sistema politico britannico, la Prima Ministra puntò sull’appoggio dell’European Research Group: la fazione più radicale all’interno dei consevatori, che conta una settantina di parlamentari su oltre trecento tories. Fino ad offrire ripetutamente a questi le proprie dimissioni, pur di ottenere il via libera ad un accordo con l’UE (poi respinto tre volte dal Parlamento).

Un cartellone abbandonato dopo la marcia per un “People’s Vote” del 23 marzo

Se infatti si descrive spesso Brexit come il risultato di paure e insoddisfazioni del popolo britannico nei confronti dell’UE (soprattutto su immigrazione e cessione di sovranità), troppo poco si parla del fatto che questi sentimenti sono stati usati dall’establishment conservatrice per risolvere una questione di potere tutta interna al partito. Dall’azzardo di Cameron nel 2013, passando per la guerra scatenatasi per raccoglierne il testimone dopo le dimissioni, fino ai ricatti dell’ERG a Theresa May negli ultimi tre anni.

Brexit oggi

Appena in questi giorni, Theresa May ha offerto alle opposizioni un dialogo per sbloccare la situazione – dopo tre epocali sconfitte in Parlamento, un primo rinvio di Brexit e aver ripetutamente paventato le dimissioni, a oltre mille giorni dal referendum del 2016. L’uscità del Regno Unito dall’UE si è infatti rivelata per quello che era: una scelta impossibile. Né un nuovo referendum potrebbe risolvere la situazione, dato che proprio un voto consultivo, lungi dal rendere le cose più chiare, le ha soltanto complicate.
Il motivo è la richiesta di fare una scelta binaria – Brexit sì, Brexit no – nella quale ognuna delle opzioni contiene però una moltitudine di sfaccettature diverse: se sì, quale Brexit? Se no, quale rapporto con l’Unione Europea; quale riforma interna dell’UE?
Così come tre anni fa quasi nessun cittadino britannico era contento della partecipazione all’Unione, oggi quasi nessuno è contento dell’accordo raggiunto. Per non parlare poi del fatto che questo è il frutto di compromessi non soltanto interni, ma anche di una negoziazione con l’altra parte: Bruxelles, appunto.

Il sistema elettorale: first-past-the-post

A complicare ulteriormente la situazione, c’è il meccanismo elettorale britannico: il first-past-the-post (uninominale secco: viene eletto soltanto il candidato che prende più voti in una determinata circoscrizione). Ciò naturalmente favorisce i grandi partiti radicati sul territorio, a scapito di quelli che raccolgono buone percentuali nel Paese ma che riescono a vincere in poche circoscrizioni. Un sistema politico del genere, che tende all’estrema semplificazione, non poteva che trovare difficoltà a risolvere una situazione con così tante sfaccettature.

First-past-the-post: differenza tra voti presi e seggi assegnati alle elezioni del 2017.
Fonte: Wikipedia.it

La compressione della scelta dell’elettore – costretto a votare solo per chi ha possibilità di venir eletto in un collegio – porta infatti ad una omogeneizzazione delle idee e delle scelte in Parlamento, ad una loro concentrazione attorno a quelle dei due principali partiti. Ed è per questo che Oltremanica c’è chi invoca una riforma per rimediare ad un sistema politico ormai “guasto”, bloccato.
Una maggiore rappresentanza dei cittadini britannici avrebbe infatti forse permesso di avere in Parlamento più voci e voci più diverse, distribuendo in modo migliore la forza dei partiti – senza  che i negoziati su Brexit diventassero ostaggio di un gruppo, l’ERG, pari ad un quinto dei conservatori a Westminster e ad un decimo di tutti i parlamentari. Nel 2011, un tempo che sembra ormai lontanissimo, un referendum per cambiare il sistema del first-past-the-post proposto dal partito liberal-democratico venne rigettato dal 68% degli elettori.

A prova del fatto che l’offerta di un dialogo trasversale rimane ancora inedita nel panorama politico britannico, i negoziati tra governo ed opposizione sembrano già essersi bloccati dopo appena tre giorni. Sta ora ai due principali partiti decidere se la straordinarietà nonché l’urgenza della situazione richiedano un cambiamento della politica britannica: affrontare dei compromessi per trovare un accordo sembra l’unica soluzione rimasta, a questo punto. Per ricucire un Paese diviso ed evitare ulteriori incertezze.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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