La battaglia infinita dei tanti Prince

03.02.2019 - Alessandra Ballerini - Redazione Italia

La battaglia infinita dei tanti Prince
(Foto di https://globalist.it)

Principe di nome. Un nome avuto in sorte insieme ad un’esistenza in salita. Nato nel posto sbagliato, come molti altri. In un continente di una bellezza cosi struggente da fare ammalare di nostalgia persino gli occasionali visitatori e di una ricchezza invidiabile, depredata senza sosta dal cinismo e dall’arroganza di governi e multinazionali.

Prince, principe anche per carattere e virtù, è scappato tre anni fa dalla Nigeria. Una fuga avventurosa quanto dolorosa, un viaggio come un’epopea, cosi simile a quello dei molti altri compagni di sventura, e, al tempo stesso, cosi unica seppure purtroppo, non irripetibile. La persecuzione etnica e religiosa in patria, la morte violenta dei congiunti, la fuga repentina insieme alla moglie da proteggere sempre e comunque, il deserto, la Libia, la prigione, le torture. La barca, quella maledetta barca, così piccola, come faremo a starci tutti? E il mare, cosi pauroso e inospitale, ma in ogni caso unica via di salvezza verso quell’Europa dei diritti che maledice a proclami gli scafisti ma non sa offrire ad essi nessuna alternativa legale di ingresso per i richiedenti asilo. Prince approda vivo insieme alla moglie. Ma le sue sofferenze non sono ancora terminate. Finisce ospite in un centro per richiedenti asilo del ponente ligure che ha più a cuore il profitto che l’accoglienza. La moglie, resa ancora più bella da un’insperata maternità, viene fatta oggetto di oscene e pericolose attenzioni da parte di un operatore del centro. E quando le volgarità si tramutano in molestie, il principe ancora una volta non esita a difendere la sua compagna ottenendo anche l’intervento delle forze dell’ordine.

Le conseguenze di questa necessaria azione di tutela non si fanno attendere: viene revocata per Prince l’accoglienza nel centro: tenere ospite una persona che non solo conosce l’abc dei diritti ma si espone per tutelarli, dal punto di vista dell’ente gestore è una bella rogna. E così il principe si trova senza dimora allontanato da moglie e neonata.

Intanto viene convocato dalla commissione che deve esaminare la sua domanda di asilo e decidere se ha diritto di restare o se dovrà essere rimandato indietro in quell’inferno che sperava ormai essersi lasciato alle spalle.

Una pagina e mezzo in cui si decide letteralmente della vita o della morte di una persona che ha avuto poco più di un’ora di tempo per esporre ad un perfetto estraneo l’indicibile: tutto il male di cui è stato testimone o che ha subito sulla propria pelle.

La commissione decreta, come fa nella stragrande maggioranza dei casi, specie quando si tratta di cittadini nigeriani (perché in Nigeria “mica c’è una guerra”) di non riconoscere a Prince nessuna protezione. L’ordine è quello di tornare nel suo paese.

Ma Prince è tenace: propone ricorso contro la revoca dell’accoglienza ed il diniego di protezione. E i tribunali gli danno ragione: viene riammesso in accoglienza, quella vera, insieme alla moglie e alla piccola e viene riconosciuta per lui la protezione sussidiaria.

Quando Prince ascolta le parole “protezione sussidiaria” salta in piedi e grida “5 anni!” (tanto dura il permesso rinnovabile che viene concesso in questi casi), abbraccia la moglie e si stende letteralmente sul pavimento della stanza baciando il verde del marmo. E piange.

C’era un altro Principe nella nostra città, i volontari che lo hanno conosciuto lo raccontano solare e allegro, studioso e determinato. Almeno fino a quando ha ricevuto il diniego di ogni forma di protezione da parte della commissione.

Il rifiuto, come lo chiamano i richiedenti asilo, quando disperati e increduli ripetono, stringendo quelle carte in mano, “mi hanno rifiutato”. Prince aveva una laurea in chimica in Nigeria e avrebbe voluto che fosse riconosciuta in Italia. Anche questa richiesta era stata rifiutata.

Mente scrivo la città celebra commossa il suo funerale e si interroga sul perché un ragazzo sorridente che era scampato alla morte in patria, in Libia e in mare, abbia deciso di cercarla sulle rotaie di una ferrovia.

Forse c’è un limite, una soglia massima di rifiuti che un essere umano, per quanto principe, può sopportare.

Ripubblicazione autorizzata dall’autrice, da www.repubblica.it

 

Categorie: Africa, Diritti Umani, Europa, Opinioni
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