Vice

06.12.2018 - San Paolo - Paolo D'Aprile

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Vice
(Foto di Gazeta do povo)

Una volta al potere daranno il via allo sterminio della élite del proletariato e alla distruzione delle sue organizzazioni, lo priveranno della fiducia in se stesso e nella capacità di costruire il suo futuro (…); la degenerazione del capitalismo, la sua trasformazione in mercato senza signori, significa la putrefazione sociale e culturale, porta all’aumento della miseria e alla relativa proletarizzazione della classe media. La manutenzione artificiale della crisi non può che significare la pauperizzazione della piccola borghesia e la degenerazione di strati sempre maggiori dei lavoratori  fino a trasformarli in lumpen-proletariat.

Vice. A nessuno piace arrivare secondo. O meglio, nessuno vuole essere secondo a nessuno. Se guardiamo la nostra storia recente ci possiamo rendere conto che il secondo spesso diventa primo. Il vice presidente, per i più svariati motivi, passa a vestire la fascia presidenziale. Dopo una elezione trionfale, a soli sei mesi dalla sua elezione, il presidente firma la lettera di dimissioni. Allude ad oscuri poteri che lo impediscono di governare come vorrebbe. In cuor suo sperava che il popolo scendesse in piazza per sostenerlo e che per acclamazione gli desse i pieni poteri in una sorta di golpe bianco. Niente. La piazza non reagì. Il suo vice, João Goulart, cominciò un governo riformista con l’appoggio della sinistra storica. Lavorava per le riforme di base, soprattutto la riforma agraria. Arrivarono in centinaia di migliaia per ascoltarlo. Sentiva la pressione dei ceti medi, sentiva la rabbia della aristocrazia del potere, sentiva sul collo il putrido fiato dei generali. Trascrivo una frase del famoso comizio il 13 Marzo 1964: …. Vogliono una democrazia di un popolo imbavagliato, e reso muto perché non rivendichi né desideri niente. La democrazia che hanno intenzione di rifilarci è anti-popolo, anti-sindacato, anti-riforme, per rispondere alle esigenze dei gruppi economici che li finanziano. La loro democrazia vuole liquidare la Petrobras; perché è la democrazia dei monopoli privati e internazionali in lotta contro i governi popolari. Venti giorni dopo, il colpo di stato. Era il 1964, ma sembrano parole di oggi.

Tancredo Neves morì a pochi giorni dall’insediamento. Lo sostituì il suo vice. Tancredo Neves  era riuscito a mettere d’accordo tutti, la giunta militare ormai in coma, e la società civile. Le elezioni erano ancora proibite. Fu eletto per via indiretta dal parlamento composto da due partiti, quello simpatico alla governo e il calderone delle opposizioni. Tancredo Neves era malato, la foto che lo ritrae bonario e sorridente tra i medici dell’ospedale, è un falso storico. In realtà tutti i dottori sapevano che non sarebbe vissuto per più di qualche giorno. La foto era per calmare gli animi di un popolo stremato da una lunga campagna di piazza per esigere le elezioni dirette del capo della stato. Ancora una volta vinsero i militari e Tancredo venne eletto dal parlamento per una manciata di voti. Il suo vice innominabile divenne presidente contro il precetto costituzionale che in un caso del genere prescriveva nuove elezioni. Portò il paese al disastro economico, alla disoccupazione in massa, alla iper inflazione del 98% al mese.  

Finalmente le elezioni dirette: 1989, tra un illustre sconosciuto e Lula. Contro il pericolo rosso vinse l’illustre sconosciuto. Sostenuto dai grandi conglomerati economici e dalla stampa vigliacca, Fernando Collor affondò il paese in una crisi senza precedenti: per combattere l’inflazione bloccò i conti in banca di tutti i brasiliani con la promessa di restituire il montante dopo un anno, in comode rate mensili. Dimissioni in massa, suicidi, economia in recessione. Passò qualche mese e il fratello del presidente rivela uno schema di corruzione che coinvolge direttamente i grandi industriali e lo stesso presidente. Prima che si apra il processo di impeachment, Fernando Collor, si dimette. Al suo posto, il vice. Un oscuro politico piccolo piccolo, grazie all’aiuto di super ministro, riesce a sistemare l’economia con una manovra tá tá e bonasera: equiparare la nostra moneta al dollaro. Un dollaro, un real. Un real, un dollaro. Siamo ricchi, ragazzi. Mi ricordo che arrivai in Italia, pieno di soldi. Compro tutto, stasera pago io. Entrai da Feltrinelli e feci man bassa di libri, stessa cosa, ma di CD, da Ricordi. Il prezzo della cuccagna però fu la privatizzazione selvaggia dei settori strategici della nazione. Le multinazionali, quelle sì, fecero man bassa per davvero. Ci trasformammo in un paese sorretto da una economia di esportazione di materie prime, ma senza inflazione. E senza tecnologia. E senza riforme sociali.

Venne Lula. Venne Dilma. Venne un nuovo impeachment che cominciò con una lettera del vice, una lettera aperta, in cui si lamentava di aver passato quattro anni come un vice presidente decorativo, senza poteri effettivi. Una lettera di insubordinazione e minacce. Tant’è che una volta al potere rivelò che offrì a Dilma una alternativa: accettare la proposta economica sua e del suo gruppo. Dilma venne deposta. Michel Temer, l’uomo dai mille scandali, e dalle mille denunce contro di lui, lascerà la presidenza con un indice di approvazione del… due per cento!

Nuove elezioni: Bolsonaro è eletto presidente. Il suo vice è Antônio Hamilton Martins Mourão, conosciuto come General Mourão. Un generale, un militare. I militari di nuovo al potere. Oltre a lui una decina di ministri provenienti dalle fila dell’esercito. Bolsonaro, parla, straparla, dice e disdice, ammette e nega le sue stesse affermazioni nel momento esatto in cui le proferisce. In pochi giorni, fa tremare la Cina, l’unione commerciale latino americana, gli indios (che classifica come animali dello zoo); si mette sull’attenti con sbattimento di tacchi suoi e moroni miei davanti a un consigliere di Trump, insomma è l’instabilità in persona. Il Generale Mourão, prossimo vice presidente della repubblica, rilascia un’intervista in cui, oltre a disdire ogni affermazione del suo capo, in sostanza dice: potete stare tranquilli, in caso di impeachment sono preparato per assumere il controllo del paese. Sì, ha detto proprio così. E manca un mese dall’insediamento. Ieri, il figlio di Bolsonaro, scrive nella sua pagina facebook: La morte di Bolsonaro non interessa solamente ai nemici dichiarati ma anche quelli che gli stanno molto vicino. Principalmente subito dopo l’insediamento. È facile notare, tra chi gli sta accanto, una persona entusiasta e piena di buona volontà. Pensateci e potete capire la situazione che si profila ogni giorno.

A nessuno piace arrivare secondo. Nessuno vuole essere il vice di nessuno.

E la frase iniziale è di Leon Trotsky. La scrisse nel 1932. Parlava della Germania, dei nazisti. La sua riflessione va oltre, arriva a prevedere, nel caso di vittoria di Hitler, la guerra contro l’Unione Sovietica. Trotsky è Trotsky. Ma questa è un’altra storia.

Categorie: Internazionale, Opinioni, Sud America
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