Brasile: patrão e empregados

14.12.2018 - Paolo D'Aprile

Brasile: patrão e empregados

Certamente è giusto avere dei diritti, ma gli “empregados” avevano passato ogni limite. Quando il PT era al governo, era molto difficile trovare qualcuno per servire a tavola il giorno di Natale e a capodanno: o chiedevano una fortuna o semplicemente non volevano lavorare perché si erano già adagiati per benino col loro lavoro. Mi ricordo che nel 2010 ho dovuto pagare 700 Reais per appena due camerieri che per giunta hanno lavorato fino a mezzanotte e se ne sono andati. Adesso è ben diverso, ne ho già trovati tre per 200 Reais: un prezzo giusto, con la garanzia di lavorare fino all’alba. Adesso sì loro cominciano a capire e a dare valore ai nostri soldi. Speriamo che il nostro presidente mantenga questo stato di cose.

Funziona così: domani ci presenteranno una lettera. Una lettera col tuo nome pronto, una lettera individualizzata ma praticamente uguale per tutti. Ogni “empregado” si troverà davanti a una scelta fondamentale. Se non la firma sarà licenziato in tronco. Se accetta, dichiara di rinunciare ai suoi diritti in caso di future dimissioni; accetta di tagliare il suo stipendio in due, una parte fissa e l’altra come bonus. Solamente sul fisso il “patrão” pagherà le tasse dovute e verserà i contributi. Gli oneri fiscali sul bonus invece sono esclusivi dell’ “empregado”.

In Brasile è molto difficile essere patrão. Io stesso qualche anno fa ho voluto aprire una piccola impresa ma le difficoltà erano così grandi che ho desistito. Gli ‘Empregados” devono scegliere: o avere tutti i diritti ma restare senza lavoro, o rinunciare ai diritti e avere il lavoro. È necessario che le leggi favoriscano il lavoro informale. Così dice Bolsonaro. La formula per rinnovare l’oppressione sarà messa in pratica con una firmetta. Sarà lo stesso lavoratore a decidere il suo futuro. Se firma ha il lavoro garantito fino a quando il patrão non deciderà in contrario e lo potrà licenziare senza pagare multe recisorie, la tredicesima e i contributi. Se non firma, ciao, vai a casa.

In prima pagina un sondaggio dice che il settanta per cento della gente approva il nuovo presidente. Il lavoratore che si compiange delle sorti del padrone. Empregados disposti a immolarsi per l’esclusivo ben essere del Patrão. A forza di bastonate siamo arrivati ad amare il patrão padrone e a benedirlo perché ci permette di lavorare. Se non fosse per lui saremmo tutti nella miseria.

Vent’anni fa, Viviane Forrester scrisse un famoso libro: l’Orrore economico. Ne seguí un’altro di Jaques Genereux, che ne confutava le tesi dicendo che l’orrore era prettamente politico. Alludeva alla crescita dei neonazisti, dell’antisemitismo, del razzismo e del leghismo in generale. Oggi viviamo la sintesi perfetta di entrambi le visioni. L’orrore è qui e adesso. Ed è completamente normale. Anzi, l’orrore è stato costruito poco a poco, ce lo siamo coltivato, lo abbiamo eletto, lo abbiamo scelto. Con la frase fatta, tanto i politici sono tutti uguali, abbiamo deciso di essere governati a forza di frustate e minacce.

Le parole trascritte e tradotte con cui apro questo mio scritto, le ho prese pari pari dalle lettere dei lettori di un grande giornale. È un cittadino contento per avere i camerieri la notte di Natale e Capodanno e far bella figura coi suoi invitati. Da 700 a 200, cinquecento reais di risparmio.

Entro nell’androne del mio palazzo, aspetto l’ascensore, nell’attesa rileggo per la milionesima volta la scritta affissa sulla porta: è vietata qualunque forma di discriminazione all’accesso dell’ascensore di questo edificio in virtù di razza, sesso, colore della pelle, origine e condizione sociale, malattie non contagiose, come da Legge nº 11995, decreto nº 36434 del 04/10/1996.

Leggo, rileggo, l’ascensore non arriva. Sento una voce dietro di me, è il portinaio. È a me che si rivolge, è me che saluta. Boa noite, patrão. Buona notte, padrone.

 

Categorie: Diritti Umani, Internazionale, Opinioni, Sud America
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