Voglio i nomi!

15.10.2018 - Silvia Nocera

Voglio i nomi!
(Foto di Wikimedia commons https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d0/Bambini_che_usano_la_Creta.jpg)

Su un piccolo aereo i passeggeri sono tutti bianchi, meno uno che è nero. A un certo punto il capitano annuncia un’avaria al motore e tutti devono buttarsi con il paracadute ma, purtroppo, ce n’è uno in meno, rispetto al numero dei viaggiatori. Allora il capitano, personcina democratica ed equa, stabilisce di fare una domanda di cultura generale a ciascuno e chi non saprà rispondere sarà il malcapitato a non avere il paracadute. Comincia e chiede a un passeggero bianco: – “Come si chiamano gli abitanti della Svizzera?” – “Svizzeri”, risponde il tipo e il comandante gli consegna un paracadute. A un altro: – “Come si chiamano gli abitanti dell’Ungheria?” – “Ungheresi”. Alla risposta consegna il paracadute, e così via. Quando arriva al passeggero nero il capitano domanda: – “Come si chiamano gli abitanti della Cina?” – “Cinesi”. Ma a questa risposta il comandante urla: – “I nomi! Voglio i nomi!”.

Questa vecchissima barzelletta rappresenta perfettamente i recenti casi di amministrazione leghista. A Lodi il nuovo regolamento comunale ha, di fatto, escluso dalla mensa i bambini degli immigrati, chiedendo certificati impossibili da reperire nei paesi di origine. Stiamo parlando di immigrati che sono qui da anni, che lavorano, pagano le tasse e che hanno sempre avuto le agevolazioni presentando l’Isee e una autocertificazione. Esattamente come fanno gli italiani.

A Monfalcone invece si è applicato solo un pezzo della Direttiva Gelmini in cui si permetteva di porre un limite alla presenza degli stranieri in ogni classe. Nel comune friulano non si è data importanza alla parte della direttiva che chiedeva di attivare tutte le possibili soluzioni per non escludere nessuno dal diritto allo studio, incluso il coordinamento con i comuni vicini. E così, i bimbi bengalesi di operai della Fincantieri che non hanno l’auto per portare i figli negli asili dei comuni limitrofi, sono rimasti fuori e si sono visti limitare fortemente la possibilità di socializzazione con i bambini italiani.

Questi sindaci, tra l’altro donne entrambe, hanno fatto come il pilota dell’aereo della barzelletta. Hanno nascosto una profonda xenofobia dietro a regole uguali per tutti, applicate intenzionalmente alla cieca. Stanno così male da vedere un nemico e un furbetto in ogni straniero, grande o piccolo che sia? Cosa sentono di perdere, queste donne, a dare da mangiare a un bimbo di colore diverso dal loro? Come si spiega questa malafede e questa crudeltà verso chi non ha modo di difendersi? Questo è lo stile a cui ci dobbiamo abituare? A questa totale mancanza di empatia?

Questa volta sembra che sia andata bene: una raccolta fondi ci parla di 2000 persone indignate disposte ad aiutare; un ricorso al Tribunale di Milano ci racconta di associazioni che non si fermano alla solidarietà ma vogliono andare fino in fondo, e la dichiarazione di un magistrato Garante per l’Infanzia, ci ricorda i regolamenti più ampi a cui l’Italia ha aderito e che non permettono certi magheggi locali.

In tutto questo anche i media hanno fatto la loro parte, senza dubbio. Ma la sensazione che rimane è di essere in una specie di guerra in cui, ogni giorno c’è un attacco ai diritti civili e alle libertà che credevamo di aver ormai acquisito come civiltà.

E’ necessario essere attenti, non solo alle notizie ma a quello che ci accade intorno, essere in comunicazione con gli altri, non isolarsi, non pensare solo alle grandi manifestazioni “anti”- qualcosa ma cercare la vicinanza e il contatto diretto con gli altri, per scardinare quella vocina che, davanti alla privazione della libertà di un altro, davanti all’ingiustizia ricevuta da un altro, ci immobilizza e, prima di farci voltare dall’altra parte, ci dice: “se lo trattano così, qualcosa avrà fatto!”.

Categorie: Educazione, Non discriminazione
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