Egitto, il rinvio a processo di Amal Fathy è uno scioccante caso di ingiustizia

09.08.2018 - Amnesty International

Egitto, il rinvio a processo di Amal Fathy è uno scioccante caso di ingiustizia
(Foto di Amnesty International)

Amnesty International ha condannato come uno scioccante caso di ingiustizia il rinvio a processo di Amal Fathy, l’attivista egiziana arrestata per aver condiviso online un video di denuncia sulle molestie sessuali.

Amal Fathy ha mostrato coraggio parlando della sua esperienza di molestie sessuali e per questo dovrebbe essere lodata, non sottoposta a processo”, ha detto Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del nord di Amnesty International.

Invece di perseguire i responsabili della violenza contro le donne, le autorità egiziane se la sono presa con lei. È un’ingiustizia scioccante. È una difensora dei diritti umani che ha dichiarato la sua verità al mondo per portare attenzione sulla questione cruciale della sicurezza delle donne in Egitto. Non è una criminale”.

Ancora una volta, chiediamo alle autorità egiziane il rilascio incondizionato di Amal Fathy. La sua reclusione, così come il rinvio a processo per aver espresso pacificamente le sue opinioni, è un affronto alla libertà di espressione garantita dalla stessa costituzione egiziana, oltre che alle ripetute dichiarazioni di impegno, da parte dell’Egitto, a combattere le molestie sessuali”, ha aggiunto.

La prima udienza per Amal Fathy è fissata per l’11 agosto, di fronte al tribunale per i reati minori di Maadi, al Cairo. Non è ancora chiaro di cosa sia accusata. Durante le indagini preliminari, era indagata per “pubblicazione di un video in cui incitava a rovesciare il regime”, “diffusione di voci false che mettono in pericolo la sicurezza dello stato” e “uso abusivo di internet”. Le autorità egiziane da tempo usano queste accuse contro le voci critiche e i giornalisti nel tentativo di ridurli al silenzio.

IL VIDEO SULLE MOLESTIE SESSUALI

Il 9 maggio, Amal Fathy pubblicò un video sulla sua pagina Facebook in cui parlava della diffusione delle molestie sessuali in Egitto e criticava il fallimento del governo nella protezione delle donne. Criticava anche il governo per la situazione dei diritti umani, le condizioni socioeconomiche e i servizi pubblici.

Il giorno seguente, mezzi di informazione di proprietà dello stato diffusero articoli che parlavano del video, identificando Amal come un’attivista del Movimento 6 aprile, un movimento politico giovanile egiziano, e la accusavano di insultare l’Egitto e le istituzioni egiziane. In seguito a ciò, è stata ulteriormente bersaglio di molestie e minacce sui social media.

Le forze di polizia egiziane arrestarono Amal nelle prime ore dell’11 maggio, insieme a suo marito, Mohamed Lofty, già ricercatore di Amnesty International e attualmente direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’organizzazione per i diritti umani che fornisce consulenza legale alla famiglia Regeni e che per questo ha subito intimidazioni e arresti di suoi esponenti. La polizia ha fatto irruzione nella loro casa e li ha portati nella stazione di polizia di Maadi, insieme al loro bambino di tre anni.

Amnesty International ha esaminato il video di 12 minuti e ha rilevato che non contiene alcuna forma di incitamento ad alcunché, e per questo è tutelato dalla libertà di espressione. Amnesty International considera Amal Fathy una prigioniera di coscienza, imprigionata solamente per aver espresso pacificamente le sue opinioni.

ULTERIORI INFORMAZIONI

Amal Fathy è un’attivista egiziana particolarmente attiva nelle tematiche della democratizzazione dell’Egitto. Ha parlato apertamente delle violazioni dei diritti umani in Egitto, specialmente della detenzione arbitraria degli attivisti. Sebbene sia stato disposto il rilascio su cauzione, il 21 giugno, attualmente è in detenzione preventiva per un altro caso, in cui deve rispondere di “appartenenza a un gruppo terroristico”, “diffusione di idee che incitano ad atti terroristici” e “pubblicazione di notizie false”.

 

 

Categorie: Africa, Comunicati Stampa, Diritti Umani
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