Populismo: una parola pericolosa

12.03.2018 - Tobia Savoca

Populismo: una parola pericolosa
(Foto di http://maxpixel.freegreatpicture.com/Populist-Autocrat-Dictator-Demagogue-Despot-2193093)

Puntualmente alla vittoria di Trump, di Le Pen, del Brexit, della Lega o Cinquestelle, opinionisti e giornali analizzano il voto con valutazione quasi infantile. I popoli sceglierebbero i “partiti della paura”, della sicurezza, spesso sottintendendo che il popolo, votando per nuove formazioni politiche, sia irrazionale, voti con la pancia e non sia capace di intendere e di volere, accecato dalla crisi. Probabilmente, senza nemmeno essercene accorti, da qualche anno c’è una parola che è tornata di moda e attorno alla quale si è creata un’ambiguità pericolosa: il “populismo”. Un’analisi di questa parola permette di capire molto del mondo politico attuale nell’era post-ideologica del superamento della logica “destra-sinistra”.

Populismo è un concetto che ha varie accezioni a seconda del periodo storico e che occorre riprendere per potere comprendere a fondo la logica dell’utilizzo attuale.

I primi ad essere definiti “populisti” furono nei primi del Novecento i membri di un movimento contadino e popolare russo che esaltava il carattere tradizionale delle campagne russe e promuoveva tendenze socialiste contro il mondo occidentale industriale, ben lontano quindi dal significato attuale. Poi fu il momento di un’accezione più vaga di populista, che dagli anni’30 indicava ciò che era destinato in favore del popolo: il “premio populista” in Francia era un premio destinato a scrittori che, stanchi di rappresentare un mondo borghese di élites cittadine, davano spazio a personaggi e a vicende popolari.
Infine da qualche decennio l’uso del termine si riferisce ad un atteggiamento politico volto a soddisfare e ad ammaliare il popolo tradito da una “casta” o “classe dirigente” a lui ostile. La confusione con il termine demagogia è lampante.

L’uso di questo termine comporta una serie di conseguenze solitamente ignorate.

In primo luogo viene utilizzato come un’ “insulto gentile” nei confronti di qualsiasi movimento politico che non faccia parte dello schieramento tradizionale: i primi furono i leghisti ad essere additati di questo “crimine”, poi i Cinquestelle che vennero definiti come “l’anti-politica”.
In pratica secondo il sottotesto di questa etichetta il mondo sarebbe diviso, da un lato da un gruppo di “politici ragionevoli” (liberali di centro sinistra e di centro destra) contro, dall’altro, i populisti che sarebbero agli estremi ovvero gli incompetenti che parlano alla pancia del paese, all’irrazionalità o che, peggio ancora, creano paure per sfruttare l’odio in veste elettorale.
Nel caso specifico italiano se è vero che la Lega appartiene ad un populismo di destra, i Cinquestelle si mantengono in maniera ambigua in un contesto post-ideologico che rassicura la popolazione educata dai tempi del dopoguerra alla paura degli estremi e del totalitarismo.
Insomma, secondo questa logica, l’elettore è ragionevole se accetta l’economia di mercato, oppure è demente e si fa abbindolare dai populisti.

Se la conseguenza dell’uso di questo termine fosse soltanto quella di rappresentare i lamenti di una vecchia classe dirigente che si sente insidiata da quella nuova e che la sottovaluta, questa analisi sarebbe piuttosto velleitaria. Le conseguenze, senza voler essere catastrofista, si possono spingere fino alla legittimazione di comportamenti estremisti.

Se è vero che l’Italia è un paese di analfabeti funzionali, l’argomento di un popolo stupido incapace di votare non permetterebbe di far luce su alcune dinamiche importanti, e questo atteggiamento paternalistico nei confronti del popolo non fa altro che allontanare non solo la politica dalla gente, ma certa sinistra sempre più radical-chic dalla realtà e dalle masse.

L’abuso di questo termine, per screditare il nemico politico, ha ed avrà delle conseguenze pericolose.

La più importante, come scrive Guillaume Roubaud Quashie, membro della direzione del PCF (Partito Comunista Francese) e autore della rivista “Cause Commune“, è che si rinuncia a definire l’estrema destra come tale e gli si fa un regalo enorme poiché non sarà più qualificata come “estrema” e spesso non sarà nemmeno qualificata di “destra”. Spogliarla di questi due termini significa non solo legittimarla costituzionalmente, ma anche vestirla di un aggettivo, quello “populista” sul quale la gente, seppur rappresenti qualcosa di negativo agli occhi dei media espressione di una classe liberale, sente vicino e in un certo senso capito dal politico “populista”.

L’abuso di “populista” viene poi allargato come accusa anche ad istanze politiche di sinistra: Syriza, Podemos e Mélenchon, che in Francia ha provocatoriamente affermato “Se populista significa denunciare le collusioni, allora chiamatemi pure populista”.

Ora, si parla tanto della perdita di identità della sinistra, a seguito delle sue sconfitte in moltissimi paesi, ma non si è fatto altro che alimentare questa perdita di identità, dimenticando o non riadattando un vocabolario vetusto come quello di “lotta di classe” e si è invece adottato un vocabolario che era creato ad arte per cancellare le differenze tra sinistra e destra, perché tendenzialmente estreme e quindi negative.

Il populismo attuale non solo nasconde in sé la vecchia “lotta di classe”, ma ne è diventato l’erede mascherato e depotenziato perché privo di una “coscienza di classe”. Parlare poi di una classe risulta antistorico poiché occorrerebbe parlare di una serie di classi sociali subalterne alla ragione economica, con grande sdegno della sinistra che oltre ad aver tradito i contenuti politici di uguaglianza e lavoro, ha anche abbandonato la retorica e il vocabolario degli “esclusi” e degli “ultimi” che non si sentono così più rappresentati. Vocabolario che è stato ripreso dai partiti anti-casta ed anti-sistema. Se è scomparsa quindi la differenza tra destra e sinistra, non è scomparsa quella tra chi è escluso dalla mondializzazione e chi invece ne trae benefici.

Un esempio analogo a quello dell’abuso della parola “populista” vale per parole come “complottista” o “totalitarismo”.

Complottista è diventato un insulto nei confronti di qualsiasi persona si opponga ad una verità costituita, quali che siano gli elementi di prova portati. Se ci sono elementi di denuncia all’interno delle informazioni che talvolta circolano, queste sono facilmente qualificate come “fake news“, permettendo così ai media tradizionali di tenersi stretto un posto sempre più precario, ma con il rischio per l’opinione pubblica di gettare il bambino con l’acqua sporca.

La nozione, imparata o meno a scuola, di totalitarismo invece è stata una nozione coniata per equiparare gli elementi comuni di fenomeni storici completamente diversi come comunismo, fascismo e nazismo. Così facendo, la nostra tradizione del dopo guerra filo-americana e democristiana ci allontanava dalle tentazioni sovietiche ricordando quanti morti avesse fatto il comunismo in pieno clima di guerra fredda. E quante volte recentemente abbiamo letto commenti sui social di gente che, a proposito delle marce antifasciste e del ritorno di atti violenti e di clima da “anni di piombo”, voleva l’equiparazione del divieto di costituzione del partito fascista a quello comunista o più in generale un atteggiamento politico di odio degli estremismi.

Tutte queste parole hanno una carica politica latente che condiziona il modo in cui vediamo il mondo politico stesso.
Gli italiani, stufi delle ideologie del XX secolo, prima ancora che della politica, hanno abbracciato la neutralità ideologica del populismo pentastellato. Questi potrà prendere la strada delle correnti in stile DC o, molto più probabilmente, la strada delle correnti in stile fascista, data la portata rivoluzionaria iniziale del movimento, senza per forza diventare un partito unico o una dittatura.

Ma, quello che appare evidente, nonostante sia sempre scientificamente scorretto fare paragoni storici decontestualizzando i fenomeni, è che ad un’ideologia nazionalista nel caso dei 5S si è sostituita una ideologia anti-casta digitale, in cui la ricerca del consenso non si manifesta attraverso la mobilitazione continua delle masse nelle piazze (come sostiene De Felice nel caso del fascismo) ma come mobilitazione continua della “rete” attraverso la piattaforma Rousseau, che mira a legittimare la nuova “democrazia liquida”. De Felice sosteneva che la caratteristica peculiare del fascismo italiano rispetto ad altri totalitarismi fosse proprio questa necessaria mobilitazione continua della base per la creazione del consenso.

Alla piccola e media borghesia postbellica che aveva fatto l’esperienza della violenza, che quindi imparava ad incidere nella realtà con i muscoli, e che intendeva proiettarsi come nuova classe dirigente che soppiantava quella post-unitaria, si sostituisce ora una massa di haters che hanno fatto l’esperienza del commento sul social, fiera di avere contribuito ad una decisione del movimento. Il fascismo si proponeva di applicare una “terza via” tra capitalismo e socialismo, i Cinquestelle vogliono lasciare intendere che la loro post-ideologia, oltre a permettere di acchiappare consensi qua e là, permette di riproporre una visione pragmatica della politica che piace agli italiani, poiché permette di unirli attorno ad un progetto, una visione, indipendentemente dal contenuto ideologico che spesso fuggono. O meglio, il contenuto ideologico è lo strale lanciato alla vecchia classe dirigente, privo della difesa di un valore specifico se non quello della legalità, che è pur sempre qualcosa, anche se insufficiente e che difficilmente resisterà di fronte ad un popolo corrotto per definizione e natura dalla sua storia.
Chiaramente nel passaggio da “movimento”, come espressione dei ceti medi emergenti e portatore di forti istanze di rinnovamento, a “regime”, in quanto prodotto dei compromessi con i poteri tradizionali, si vedrà poi la vera natura del populismo pentastellato che ha già strizzato l’occhio all’Europa e a Confindustria.

Infine il confine tra demagogia (attuale accezione della parola populismo) e democrazia è sottilissimo e passa attraverso la realizzazione concreta di punti programmatici con un contenuto politico preciso. Dubito che un progetto politico possa essere vuoto di contenuti ideologici: essi possono essere nascosti, taciuti o smussati ma devono necessariamente essere presenti, perché la politica è scelta, non solo raccolta del consenso, altrimenti, come dice Emilio Gentile, diventa “democrazia recitativa”.

Il problema è che oggi il tecnico si è spesso sostituito al politico, che dovrebbe indicare obiettivi e scelte. Il tecnico invece dovrebbe indicare il come si arriva all’obiettivo stabilito dal politico. Il centro di sinistra e destra, non compiendo più scelte politiche, si è limitato al “governo tecnico” e la sinistra raggiungendo la destra nella politica economica e soprattutto nei diritti sociali e del lavoro, ai quali ha sostituito quelli civili (trattasi di “populismo culturale”), ha perso completamente la sua identità. Ed insieme alla sinistra, l’autorità statuale appare vanificarsi rispetto a quello europea.

Da anni ormai, si fa sentire la voce di coloro che rimangono esclusi dalla mondializzazione e non vedendo effetti benefici nell’immigrazione e nella Unione europea hanno deciso di inseguire nuove forme politiche, nuovi rappresentanti che effettuino scelte in loro nome.

Essere demagogici non è un male, purché i demagoghi siano in tanti: in fondo, secondo la Teoria della scelta pubblica i politici non sarebbero altro che dei mercanti di idee.

La democrazia non è altro che la “concorrenza delle demagogie” (Marcel Gauchet), l’importante è non farla diventare un monopolio, poiché in quel caso saremmo di fronte ad un totalitarismo.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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