Afghanistan: sta cambiando la condizione della donna?

06.01.2018 - Atai Walimohammad

Afghanistan: sta cambiando la condizione della donna?

Dalla caduta del regime dei talebani a oggi le donne non hanno avuto il permesso di tornare al lavoro, il governo non le aiuta, né hanno avuto posti di rilievo nel governo. La repressione delle donne è ancora prevalente nelle zone rurali, dove molte famiglie ancora obbligano le proprie madri, figlie, mogli e sorelle a non partecipare alla vita pubblica. Esse sono ancora costrette a matrimoni ed e negato loro l’acceso a un’istruzione di base. Le donne sono ancora costrette a vestirsi con un lungo velo che nasconde il volto e le curve. Se le donne vogliono o decidono di lasciare la casa, esse devono essere accompagnate dal marito, fratello o padre. Non sono autorizzate a parlare o a toccare un uomo diverso dalla loro famiglia. La giustificazione di questo viene ricercata nell’Islam, ma la religione non ha mai detto che gli uomini siano superiori alle donne.  A Kabul ci sono 40.000 vedove che non trovano casa assieme loro figli e agli altri parenti stretti di sesso maschile. L’ 85% delle donne  in Afghanistan è analfabeta, e il numero di ragazze  che ricevono un’istruzione è meno della metà.

Ne abbiamo parlato con Salma Atai giovane attivista per i diritti delle donne afghane; Salma ha 24 anni, studia infermieristica nella provincia di Nangarhar.

Perché hai deciso di studiare infermieristica?

In Afghanistan e specialmente nella provincia di Nanagarhar la maggior parte delle donne non ha accesso ai servizi sanitari, ogni 30 minuti una donna muore durante la gravidanza, il 70% delle vittime sono donne colpite da malattie tubercolari; vorrei aiutare e a far capire alla gente del mio posto che non si devono recare ai cimiteri quando si ammalano per chiedere aiuto ai morti; nel mio villaggio gli Imam delle moschee prendono un sacco di soldi dalla gente promettendo guarigioni.

Come sono visti i medici e gli infermieri?

Agli occhi della gente locale i medici veri che studiano all’università sono visti malissimo, non si fidano e preferiscono di andare dai medici tradizionali che hanno per ogni malattia un foglio da recitare!

Ma le persone malate guariscono con i medici tradizionali?

No, non guariscono ma ci vanno lo stesso, per loro non esistono i medici e la tecnologia e qualcuno considera i medici veri infedeli.

Tu ritieni l’Afghanistan un paese ancora pericoloso?

L’Afghanistan è pericoloso per  coloro che si contrappongono alla legge del posto; quella legge non c’entra con l’Islam. La maggioranza della popolazione dell’Afghanistan professa di essere islamica ma il vero islam non dice questo.

Che cosa vorresti fare per cambiare questa situazione?

Nonostante tantissimi ostacoli mi sono permessa di costruirmi un futuro, vorrei che la comunità internazionale ascoltasse la nostra voce,  la voce di tutte le donne in Afghanistan che non vogliono questa stato di cose. Siamo completamente in disaccordo con la visione tradizionale fondamentalista. Questa non è una questione di  femminismo, è il tema della parità e dei diritti umani, e  una limitazione ai diritti umani per il futuro. Ora anche le donne afghane stanno diventando consapevoli dei loro diritti, le donne afghane non vogliono le leggi dei Talebani.

Alcune proposte concrete?

– Tutti i cittadini dell’Afghanistan dovrebbero avere il diritto di godere della libertà, della libertà di parola.
– Tutti i matrimoni dovrebbero essere volontari e i rapporti sessuali all’interno del matrimonio dovrebbero avvenire solo per volontà dei partners.
– Abolizione delle leggi che consentono agli uomini di avere più mogli.
– Le donne non sono di proprietà degli uomini. L’obbligo per loro di essere soggette ai  mariti deve essere abolito.

Cosa chiedi alle donne del resto del mondo?

Vorrei chiedere alla comunità internazionale, a tutte le donne attiviste per i diritti umani in tutto il mondo di ascoltare la voce delle donne afghane. Semplicemente di non dimenticarci e di ascoltare la nostra voce.

 

Categorie: Diritti Umani, Interviste, Medio Oriente, Non discriminazione
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