Nigeria: il terrorismo vuole cambiare la società. Dobbiamo impedirglielo

28.06.2017 - Walimohammad Atai

Nigeria: il terrorismo vuole cambiare la società. Dobbiamo impedirglielo

 Dal 2009, da quando l’organizzazione terroristica Boko Haram ha cominciato a mostrare il suo vero volto, ci sono state più di 20.000 persone uccise, e oltre 2000 donne e ragazze sono state rapite, violentate, costrette a matrimoni con i militanti. Ad oggi la Nigeria è il terzo paese africano per sfollati interni, più di due milioni e mezzo di persone che sono fuggite dalla località d’origine per cercare asilo in altre zone del paese o negli Stati limitrofi, in particolare in Niger, Chad e Camerun. Attentati, suicidi, saccheggi e sequestri di persona non hanno fatto altro che alimentare la paura, e le misure di sicurezza messe in campo – i blocchi stradali, i coprifuoco, il dispiegamento ingente di militari – hanno creato un clima di tensione e diffidenza, mentre i paesi confinanti proclamano lo stato d’emergenza e non riescono a far fronte alla crisi.

Le organizzazioni a tutela dei rifugiati come l’UNHCR hanno più volte sottolineato che questi respingimenti infrangono i diritti di protezione internazionale. I conflitti, le continue incursioni, i rapimenti e gli omicidi di questi ultimi anni hanno inciso profondamente in un paese che aveva goduto di una certa stabilità, grazie soprattutto alle ingenti riserve petrolifere che possiede. Il presidente Muhammadu Buhari aveva annunciato priorità assoluta alla lotta contro Boko Haram e, soprattutto, al riscatto delle 276 liceali rapite il 14 aprile del 2014 a Chibo,k per le quali era stata lanciata una campagna su Twitter, cui aveva aderito anche la First Lady Michelle Obama con l’hashtag #BringBackOurGirls. Ma se davvero le forze armate stanno sconfiggendo i terroristi, lo sguardo deve andare oltre il conflitto, a un paese che dovrà trovare le risorse per far fronte all’enorme crisi umanitaria che la violenza ha lasciato in eredità. Ne parliamo con ESENE FAMOUS, un giovane richiedente asilo presso il centro accoglienza per i richiedenti asilo di Zavattarello

Quale percorso fate per raggiungere l’Europa e perché siete fuggiti?

I nigeriani che arrivano in Italia sui barconi percorrono la rotta occidentale africana attraverso il deserto e fuggono dalla violenza, dagli attentati terroristici, dalle persecuzioni e dagli scontri tra fondamentalismi islamici di Boko Haram e l’esercito, dall’impoverimento e dalla devastazione dei territori dovuti a uno sfruttamento indiscriminato delle risorse, tra cui petrolio, gas e minerali preziosi.

La Nigeria ha avuto 7000 omicidi nel 2015, è uno dei paesi del mondo con il più alto numero di attentati terroristici. La mafia nigeriana in Italia, spesso a fianco di quelle italiane, non è un fenomeno di oggi, ed è una delle più forti.

Cosa vuoi che lo stato italiano faccia per voi e il vostro paese?

Noi nigeriani vogliamo che lo stato italiano ci aiuti e che non respinga la nostra richiesta di protezione. Non si può vivere in Nigeria, Boko Haram ci costringe di arruolarci nella loro rete per uccidere altri essere umani e se ci rifiutiamo ci sgozzano come animali, i media non danno ascolto ai nigeriani e alla situazione del nostro paese. Il terrorismo è prima di tutto un atto politico, cerca di provocare un effetto politico. Se a causa sua cambiamo la nostra società, vince. Sconfiggeremo i terroristi soltanto vivendo come vogliamo noi, e non come vogliono loro.

Come ti senti in Italia e quali sono i problemi che un rifugiato deve affrontare?

Quando sono arrivato in Italia le cose non erano facili per me; a dire la verità, pensavo di essere arrivato su un altro pianeta. Lo stato italiano mi ha trasferito in un centro di accoglienza per i richiedenti asilo a Pavia, nel comune di Zavattarello, dove tutti i giorni andiamo a scuola per imparare l’italiano e facciamo laboratori artistici. Io mi sono integrato nella comunità zavattarellese, sono un batterista e spesso suono strumenti musicali nelle feste italiane. Voglio studiare in Italia e già mi sento parte della società italiana, qui sono libero e pratico la mia fede nel modo che voglio, e nessuno mi costringe di fare le cose, come faceva nel nostro paese Boko Haram. Sono molto grato agli operatori del centro e soprattutto ad Atai Walimohammad, che sta facendo per noi il meglio che può: cerca di farci integrare, ed è stato proprio lui a rimuovere tutte le barriere culturali e linguistiche. Nel nostro centro non ci sono problemi religiosi, culturali o etnici, siamo una grande famiglia e abbiamo conosciuto il vero cristianesimo ed il vero Islam qui in Italia. Vado spesso nella Biblioteca di Zavattarello e leggo libri che mi riempiono di gioia e felicità. Ho scelto di rimanere in Italia perché l’Italia mi piace tanto, non perché le case sono costruite con il cemento: ha una storia, una cultura, e la lingua e il cibo sono così famosi che tutto il mondo li conosce.

 

 

Categorie: Africa, Diritti Umani, Diversità, Interviste
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