Con due sentenze, il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha accolto i ricorsi contro le nomine di cinque direttori di importanti musei italiani (a Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria). Queste erano tra le venti previste dal bando della cosiddetta riforma Franceschini del 2014. Oltre a motivare la propria decisione affermando che la prova orale si sarebbe svolta a porte chiuse e ci sarebbero stati “criteri magmatici” per la selezione, la Corte ha anche evidenziato l’illegittimità della concessione di quei ruoli a cittadini non italiani. Questa è la parte che più ha fatto discutere.

Franceschini si è detto esterrefatto, Matteo Renzi ha chiesto di “cambiare i TAR” e il ministro della Giustizia Orlando gli ha fatto eco, evidenziando la necessità di de-politicizzare i tribunali amministrativi.

Ma cosa dice la sentenza? Che il ruolo dirigenziale dato dalla direzione di un museo non può essere affidato a cittadini stranieri. I giudici fanno riferimento a due leggi dello Stato italiano. La prima è il decreto legislativo 165 del 30 marzo 2001, il quale afferma che i ruoli di impiego nella PA possono essere generalmente concessi a cittadini stranieri (ad esempio, dell’Unione Europea), tranne quelli che “implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri”.

L’articolo 1 del D.P.C.M. 174/1994, anche citato dai togati, specificava inoltre quali fossero questi incarichi. Per questo motivo, le nomine a direttori di musei riguardanti stranieri sarebbero illegittime.

Possibile che il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali guidato da Franceschini non abbia tenuto conto di queste due norme? In realtà, lo ha fatto solo in parte. La nomina dei direttori dei Musei è avvenuta con la legge 29 luglio 2014, n. 106, la quale afferma: “I relativi incarichi (per i dirigenti di poli museali di rilevante interesse nazionale, ndr) possono essere conferiti, con procedure di selezione pubblica […] a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali e in possesso di una documentata esperienza di elevato livello nella gestione di istituti e luoghi della cultura”. E, continua, “anche in deroga ai contingenti di cui all’articolo 19, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.

Non ignora del tutto, quindi, questa legge che il TAR ha pur citato per bocciare parte del provvedimento – come detto sopra. Ma il MIBACT, lungi dal cambiare il principio di cittadinanza previsto all’articolo 38, nel 2014 toccò soltanto l’articolo 19 del decreto, a cui viene appunto posta una deroga. E questo parla unicamente di criteri di merito per l’assunzione (curriculum, pubblicazioni, qualifiche accademiche…). La cittadinanza italiana resta, infine, indispensabile per l’accesso a quei ruoli.

La magistratura, sottolineando questo aspetto, non ha potuto che applicare dunque le norme vigenti. Quelle di cui il Ministro Franceschini parrebbe non essersi accorto.

In ogni caso, il governo è deciso ad appellarsi al Consiglio di Stato, dove la sentenza potrà essere confermata o ribaltata.