Decolonizzare la mente di Ngũgĩ wa Thiong’O

10.02.2017 - Francesco Cecchini

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Decolonizzare la mente di Ngũgĩ wa Thiong’O
(Foto di Di David Mbiyu (http://www.sixoone.com) - http://en.wikipedia.org/wiki/Image:Sixoone-ngugi2267.jpg, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1530022)

Ngũgĩ wa Thiong’O, romanziere e saggista keniota, classe 1938, è tra le voci più autorevoli della letteratura africana. La sua origine politica  è il Kenia dei Mau Mau (Kenya Land Freedom Army). I Mau Mau significarono molto per Ngũgĩ come per il popolo kenyota, sogni di speranza e libertà e anche paura per cosa significava lo sontro armato con il colonialismo britannico. Suo fratello maggiore combattè con I Mau Mau, sua madre fu arrestata e torturata, il suo villaggio distrutto.

Per Ngũgĩ wa Thiong’O la lotta contro il colonialismo nel suo aspetto culturale continua. Dopo aver iniziato a scrivere in Uganda, nel 1963 si laureò alla Makerere University di Kampala, nel 1977 decise di scrivere,  innanzitutto, in lingua gĩkũyũ, la sua lingua madre, per farsi capire dalla sua gente. La decisione di scrivere in lingua gĩkũyũ la prese in prigione, in una cella di massima sicurezza. Venne arrestato il 31 dicembre 1977 e liberato il 12 dicembre del 1978. La ragione del suo arresto era legata al lavoro che stava facendo, nel teatro di una comunità locale. Rappresentava un testo che aveva scritto e quel testo era in gĩkũyũ. Scrivere e fare teatro in una comunità locale era possibile solo servendosi della lingua di quella comunità. Il 16 novembre del 1977, il governo vietò la rappresentazione di Ngaahika Ndeenda (Mi sposerò quando vorrò), questo il titolo della  pièce. Il provvedimento e la successiva carcerazione lo portarono a riflettere, in maniera più approfondita, sul rapporto diseguale e asimmetrico fra lingue locali e lingua coloniale. Da questa riflessione nacque la sua decisione di scrivere in gĩkũyũ.

Ngũgĩ wa Thiong’O ha continato e continua a scrivere saggi in inglese che, probabilmente, come Kateb Yacine per il francese, considera un bottino di guerra.

Decolonizzare la mente è scritto in inglese e afferma nelle prime pagine che la lingua è da sempre al centro di un conflitto  che caratterizza  la questione africana nel XX secolo, ma non solo. Colonialismo e imperialismo da un lato e lotte di liberazione dall’altro.

Ngũgĩ afferma che si vuole assoggetare i corpi vi sono le armi. Con queste è stata conquistata prima e poi colonizzata l’ Africa, ma per rendere stabile tutto ciò il colonilismo è intervenuto nelle scuole per formare a suo uso e consumo delle élites locali. Dovevano essere colonizzate le menti. Per questa ragione, si presenta con urgenza la necessità decolonizzarle, partendo dal mezzo più potente di cui si è servito l’imperialismo coloniale e ancora si serve l’imperialismo postcoloniale: il linguaggio. In Africa, il portoghese, il francese e l’inglese sono state le lingue del potere, le lingue del governo e di tutta l’amministrazione. Sono state le lingue della classe media e della borghesia e di chi poteva permettersi di “studiare”. La borghesia acculturata è così entrata di fatto a far parte di una comunità basata su uno standard europeo di cultura. Questo fatto ha avuto un impatto sull’assetto geopolitico e geoculturale dell’Africa. In questa prospettiva imperialista, studiare significa, allora, entrare in quel sistema linguistico e di valori, un sistema molto selettivo e riduttivo, che riproduce perpetuamente le stesse logiche di dominio da cui è partito.

Tutto questo, Ngũgĩ wa Thiong’O  lo scrive in Decolonizzare le menti (sono quattro saggi) , tradotto da Maria  Teresa Carbone, edito da Jaka Book nel 2015. Euro 14.

Va sottolineato quello che Ngũgĩ wa Thiong’O in continuazione afferma: Il gĩkũyũ fa di me un combattente. Ho combattuto così contro le politiche del governo, violente, intolleranti o semplicemente dettate dall’inerzia. Ma la mia lingua ha fatto di me quello che sono: un guerriero consapevole, un combattente pragmatico che difende le sue scelte. Amo le lingue, la differenza nelle lingue. Da Petali di sangue in poi, ho deciso che la mia narrativa l’avrei scritta solo in gĩkũyũ. Lo stesso era accaduto per il teatro e la poesia. Questo non ha impedito la circolazione dei miei lavori, anzi. Proprio questo ha fatto sì che venissi tradotto, là dove prima ‘semplicemente’ scrivevo.”

Categorie: Africa, Cultura e Media
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