Il caso De Luca: ma cos’è la mafia?

21.11.2016 - Giovanni Succhielli

Il caso De Luca: ma cos’è la mafia?
(Foto di http://garbounic.blogspot.it)

 

“È un campione dell’antimafia” sbotta Matteo Renzi, durante la trasmissione Otto e Mezzo. Sta difendendo Vincenzo de Luca davanti alla conduttrice Lilli Gruber e al giornalista Peter Gomez. L’oggetto del contendere sono le frasi contro Rosy Bindi (“Un’infame, da ucciderla”), per le quali il Partito Democratico ha soltanto chiesto le scuse dell’ex sindaco di Salerno. Niente dimissioni stavolta, soltanto qualche rimbrotto. Gomez rettifica dicendo che parlava di illegalità riferendosi al Presidente della Regione. Cita le ultime intercettazioni – riportate da Il Fatto Quotidiano – che lo riguardano: un colloquio con trecento sindaci della Campania in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. Dal governo “Sono arrivati fiumi di soldi” – affermava De Luca tra gli applausi – che dobbiamo chiedere di più?”. Ecco i buoni motivi per cui ogni primo cittadino dovrebbe votare SÌ. Anzi, dovrà portare alle urne più compaesani possibili, andandoli a prendere porta a porta. E se Renzi non piace, “me ne fotto”. Espressioni che può permettersi, come precisa nella premessa, grazie all’assenza dei giornalisti. E cita come fulgido esempio Franco Alfieri, ex sindaco di Agropoli decaduto perché accusato di corruzione. “Come sa fare lui la clientela lo sappiamo. Una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda. Che cosa bella. Ecco, l’impegno di Alfieri sarà di portare a votare la metà dei suoi concittadini, 4mila persone su 8mila. Li voglio vedere in blocco, armati, con le bandiere andare alle urne a votare il Sì. Franco, vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”.

È sbagliato associare il governatore campano alla mafia. Quella che uccide, che devasta il Sud ma che non dimentica di infiltrarsi al settentrione. De Luca non può essere accostato alla mafia – anzi, alle mafie – della lupara bianca e dei corpi sciolti nell’acido, del pizzo e della cupola. Ma nel suo caso si può parlare di atteggiamento mafioso o para-mafioso. Ovvero di un atteggiamento basato sul clientelismo ramificato, sugli amici degli amici e sullo scambio di servizi. Che fa suo un linguaggio diretto, esplicito, volgare, omertoso. Un atteggiamento alla base delle mafie, ma che è assai più diffuso nel nostro Paese. E che non dovrebbe toccare la politica.

Vincenzo De Luca, oggi, ne è il rappresentante più visibile – ma non di certo l’unico. E non si sbagliava Rosy Bindi iscrivendolo nella lista degli impresentabili in vista delle regionali campane del 2015, poi vinte dallo stesso De Luca. Non è questo un giudizio legale, bensì morale: che, anche alla luce dei recenti fatti, risulta perfettamente calzante al soggetto in questione. Un personaggio al quale il Presidente del Consiglio, nonché segretario del Pd, non può però chiedere le dimissioni. Irrinunciabile proprio perché grande attrattore di voti, punto di riferimento al Sud, in vista di elezioni e referendum. Il protagonista di una politica che poggia sul familismo amorale e clientele.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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