David Swanson: “Dobbiamo unirci per un’opposizione globale all’istituto della guerra”

24.10.2016 - Anna Polo

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

David Swanson: “Dobbiamo unirci per un’opposizione globale all’istituto della guerra”
(Foto di Ragesoss, Wikimedia Commons)

Nel tuo sito http://worldbeyondwar.org/ è scritto: “Puntiamo a sostituire una cultura della guerra con una cultura della pace, in cui i mezzi nonviolenti di risoluzione dei conflitti prendano il posto degli eccidi”. Che ruolo e valore quindi può avere la nonviolenza nella costruzione di una simile cultura?

L’azione nonviolenta può svolgere almeno tre funzioni.

1. Può dimostrarsi un metodo superiore di resistenza alla tirannia, un metodo che provoca meno sofferenze e ha maggiori e più durature probabilità di successo. La maggior parte degli esempi, come quello della Tunisia nel 2011, riguarda il rovesciamento di una tirannia in un paese, ma esiste anche una serie crescente di azioni di resistenza nonviolenta che hanno avuto successo contro un’invasione o un’occupazione straniera. Aumenta inoltre la comprensione riguardo al modo di applicare le lezioni della nonviolenza all’interno di un paese alla resistenza a un attacco straniero.

2. Può mostrare un mondo che ha superato la guerra. Le nazioni possono dare il buon esempio, entrando a far parte di istituzioni internazionali, firmando trattati, rispettando la legge e facendola applicare. Il Tribunale Penale Internazionale potrebbe incriminare un non-africano. Gli Stati Uniti, che hanno smesso di produrre bombe a grappolo, potrebbero sottoscrivere la loro messa al bando. Le Commissioni per la verità e la riconciliazione potrebbero diffondersi. I colloqui per il disarmo, gli aiuti umanitari su una nuova scala e la chiusura delle basi straniere potrebbero essere il cambiamento che vogliamo vedere.

3. Gli strumenti della protesta e della resistenza nonviolenta possono essere usati dagli attivisti per opporsi alle basi, alle fabbriche d’armi, al reclutamento militare e a nuove guerre. Non abbiamo potuto fermare la base Dal Molin a Vicenza, ma non per questo dobbiamo accettarla. Non si dovrebbe permettere all’apparato militare degli Stati Uniti di usare strutture in Sicilia per gli omicidi con i droni  in Asia e in Africa. Un anno di servizio al proprio paese non dovrebbe significare la partecipazione ad azioni militari. Le fabbriche d’armi non devono essere finanziate da fondi pubblici e privati, eccetera.

Cosa si può fare a tuo parere per trasformare la cultura basata sulla violenza e la vendetta che provoca tante vittime negli Stati Uniti?  

Abbiamo bisogno di una riforma strutturale dei mass media, dell’industria dello spettacolo, dei notiziari e delle scuole. Possiamo cominciare fornendo alla gente l’informazione che le manca. Spesso quello di cui c’è bisogno sono i fatti, non le ideologie. Quando una vincitrice del concorso di Miss Italia ha dichiarato che le sarebbe piaciuto vivere durante la seconda guerra mondiale la gente ha riso di lei, ma potrei trovarti milioni di americani che direbbero la stessa cosa. Nessuno di loro ha idea di cosa significava vivere sotto le bombe, altrimenti non farebbe un’affermazione del genere. Pochi di loro hanno idea di cosa significhi vivere oggi sotto le bombe degli Stati Uniti o della Nato in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Somalia, Siria, Libia, o Yemen.

Quando vado a parlare in un’università (video ripreso questo weekend: http://davidswanson.org/node/5319 ) cerco di fornire alla gente i fatti che le sfuggono. Media indipendenti, social media, film stranieri: tutti questi possono essere strumenti efficaci. E lo stesso vale per i viaggi. Quando ho passato un anno in Italia dopo il liceo, in un programma di scambio tra studenti, questo mi ha permesso più di ogni altra cosa di vedere la cultura americana da una prospettiva nuova. E quest’abitudine mi consente di vedere e mettere in discussione le usanze culturali condivise da Italia e Stati Uniti. Ciò che cambierebbe davvero le cose, comunque, sarebbe la possibilità di produrre, ottenere e diffondere ampiamente video delle vittime dei guerrafondai occidentali, così come oggi condividiamo i video delle vittime della brutalità poliziesca negli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti spendono ogni anno un trilione di dollari in guerre e armi e né i democratici, né i repubblicani, né i media mettono in discussione questa scelta. Cosa pensi si possa fare per sensibilizzare l’opinione pubblica su queste enormi spese miliari e sulle possibili alternative?

Ecco un video che ha proprio questo scopo:  http://worldbeyondwar.org/moneyvideo/  e questa è un’organizzazione che invitiamo a sostenere http://worldbeyondwar.org/individual/ per raggiungerlo. Un altro utile strumento, se ben presentato con un’introduzione o un dibattito dopo la proiezione, è il film di Michael Moore  Where To Invade Next.

Molti temono che, se eletta presidente, Hillary Clinton possa scatenare una guerra con la Russia usando la Siria come pretesto. Il movimento pacifista negli Stati Uniti cercherà di fermare questo piano? E cosa potrebbero fare i movimenti di altri paesi per aiutarlo?

Purtroppo non siamo affatto preparati. Gli attivisti americani soffrono di settarismo e per tradizione si oppongono di più alle guerre repubblicane che a quelle democratiche. Soffriamo anche di ossessione elettorale. Il giorno dopo le elezioni migliaia di persone crollano esauste, convinte di aver completato quello che c’era da fare. Su di noi pesano anche l’ideologia della guerra, i problemi di comunicazione e una divisione sulla Siria di una profondità mai vista a memoria d’uomo. Alcuni sono a favore della guerra all’Isis, altri della guerra alla Siria, altri ancora sostengono entrambe, oppure la guerra fatta dai siriani o dai russi. Chiunque si opponga a un intervento militare degli Stati Uniti viene accusato di sostenere i guerrafondai siriani e  vice versa. Dobbiamo unirci per un’opposizione globale all’istituto della guerra, chiunque la faccia, senza lasciarsi dissuadere dalla stupida accusa secondo cui dovremmo mettere sullo stesso piano i crimini di guerra minori di una parte con i crimini di guerra di massa di un’altra fazione. Abbiamo bisogno di concentrarci sul commercio delle armi. Le armi vengono dagli Stati Uniti e dall’Europa e in secondo luogo dalla Russia e dalla Cina. Le nazioni che soffrono per le guerre non producono armi. Tocca a noi fermare la produzione, la vendita e la fornitura di questi strumenti di morte. Negli ultimi 15 anni la vendita di armi leggere e le morti da esse causate sono triplicate. Dobbiamo porre l’accento su aiuti umanitari su una scala enorme, che non abbiamo mai osato sognare, ma che comunque costerebbero molto meno di una guerra. E di certo non dobbiamo cadere un’altra volta nella trappola dei cambiamenti di facciata, immaginando che una donna presidente, come un presidente afro-americano, siano per magia migliori nonostante quello che hanno dimostrato finora. Otteniamo un solido accordo di pace in Ucraina entro gennaio e se possibile anche in Siria. E per l’amor di Dio che nessuno pensi di darle il Premio Nobel per la Pace l’anno prossimo, mentre farà di tutto per intensificare le guerre!

 

Categorie: Interviste, Nonviolenza, Nord America, Pace e Disarmo
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